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I videogiochi e la mia educazione

Videogame

E oggi facciamo una cosa inedita! Hai visto? Quante emozioni. Prima il compleanno poi il rap (da pronunziarsi, ovviamente, rAp con la A) e ora una novità completa, alla quale spero che sempre più gente aderisca.

Io, lo sapete, non ho grandi pretese. Però mi piacerebbe essere considerato il “Beppe Grillo” dei videogiochi. Quello che “sveglia le menti” e porta a conoscenza la gente di fatti purtroppo sommersi da un informazione non per forza votata alla fuoriuscità della verità. Anche in campo videuludico, perchè no :)

Mi sto montando la testa? Vabbè quando parlerò di “aprire le acque” oppure mi sentirete pronunciare frasi come “lasciate che i pargoli vengano a me“, fatemi un fischio e riportatemi sull’amata terra. In fondo ci sono ancora troppi videogiochi ai quali vorrei giocare prima di diventare il vostro dio ;)

Comunque oggi mi avvicino un po’ di più al mio sogno di beppegrillismo… per la prima volta pubblico un articolo di qualcun’altro, uscendo anche al di fuori del recinto dello staff. Daunt, terzo classificato al mondo con la sua squadra, gli Inferno eSports, durante il CPL World Tour 2007 nella specialità World In Conflict (ho parlato molto di questo evento sul blog, visto che sono stato testimone dell’evento: trovate una “preview” qui e un piccolo resoconto a questo link), è rimasto molto colpito dal mio articolo sul MOIGE di qualche giorno fa. Ha voluto dire la sua sull’argomento “videogiochi diseducativi” e questo spazio, Inside The Game, non aspettava altro che diventare megafono di una voce così autorevole. Dategli retta quindi, mi sembra un buon modo di spendere cinque minuti.

Testo:
“Il videogioco, lo sappiamo ormai, è stato fin dai suoi albori la strega su cui si è abbattuta l’inquisizione di una generazione di bacchettoni; tanto determinata a rompere con le tradizioni dei nonni negli anni ’60, quanto decisa a conservare le proprie a  scapito dei loro figli che hanno trovato nella tecnologia un modo di emanciparsi.

La persecuzione è cominciata subito, fin dai tempi in cui i videogiochi erano costituiti da ammassi di pixel che mantenevano un legame labile con la realtà. All’epoca le critiche erano incentrate sul fatto che stare davanti ai videogiochi faceva male agli occhi. Ovviamente non veniva spiegato come mai la televisione si poteva guardare tranquillamente. Man mano che i videogiochi assumevano il realismo che tutti conosciamo, le critiche hanno iniziato a riguardare anche i loro contenuti.

E’ pur vero che viviamo in un paese in cui mostrare una tetta in prima serata poteva scatenare una guerra atomica, ma nel caso dei videogiochi ci troviamo di fronte a una palese e imbarazzante asimmetria informativa: i giocatori sono a conoscenza delle ragioni di chi denigra la loro passione, e sono pronti a smontarle pezzo per pezzo; viceversa, i genitori ansiosi (che, va detto, fanno tanto rumore ma non sono statisticamente così rilevanti) basano la sopravvivenza delle loro tesi sul sottrarsi al confronto, o lo affrontano da una posizione di superiorità.

Chi scrive ha visto e combattuto questa battaglia fin dai primi anni ’90, quando il sangue nei videogiochi era per lo più costituito da pixel rossi che comparivano e sparivano. Non è cambiato molto. All’epoca la società si scandalizzava per Mortal Kombat, adesso per GTA. Eppure la gente ha continuato a giocare. Con decisamente scarsa sorpresa troviamo che la generazione irrimediabilmente plagiata dai videogiochi. è invece cresciuta normalmente. O almeno, è cresciuta meglio di quella attuale, con tutte le sue tutele. Come dire, quando non c’era il MOIGE che censurava Kubrick, non c’erano neanche ragazzi che devastavano un edificio pubblico per “noia”.

La prima generazione del videogioco di massa (che quindi esclude quella nata ai tempi dell’Amiga o del Commodore, meno rilevanti socialmente), in sintesi, adesso è adulta. Siamo dottori, avvocati, manager, operai, giornalisti… insomma, facciamo regolarmente parte del mondo che a suo tempo temeva per il nostro futuro. Potrebbe essere utile fare un bilancio di quanto i videogiochi hanno influito nella crescita di chi ne è stato un fruitore abituale: chi paventa effetti psicologici devastanti per i giocatori può prima di tutto analizzare la realtà, vedere l’effetto di 20 anni di videogiochi su una generazione ormai matura.

Cosa troverebbe? Troverebbe gente che ha giocato a Civilization, a Sim City, a Railroad Tycoon, a Colonization, Imperialism, Capitalism Plus, Panzer General e innumerevoli sequel e cloni, gente che con titoli del genere ha accresciuto la propria cultura generale (storia, geografia, economia, scienze…) tanto quanto una scuola non avrebbe mai potuto ambire di fare. Chi ha concluso la campagna di Railroad Tycoon II, capolavoro della compianta Top Pop Software, sa indicare in una cartina geografica dov’è Varsavia, dov’è Baltimora, dov’è Shangai. Chi ha finito Panzer General II, pietra miliare nella storia degli strategici a turni, sa riferire con precisione gran parte dei fatti accaduti tra il 1938 e il 1945. E non stiamo parlando di mosci titoli “educational” che in copertina hanno scritto “per imparare giocando“: qui si tratta di titoli che hanno tenuto svegli la notte molti di noi, perchè erano coinvolgenti e spesso emozionanti. E’ così che si apprendono le cose: pensando ad altro. Non si gioca a Panzer General per imparare la storia, si gioca per finire lo scenario. Eppure tutte le informazioni che ci serve processare mentalmente per vincere poi rimangono. Risultati del genere vanno oltre le più rosee aspettative del miglior pedagogo.

Altri generi hanno meriti diversi ma non per questo ignorabili. Chi di noi ha giocato a Ultima Online, Dark Age of Camelot e tutti i successori e cloni fino ad arrivare a World of Warcraft ha imparato qualcosa che da tempo immemore le scuole tentano di trasmettere: responsabilità, disciplina, rispetto. Il mondo di un MMORPG è altamente reattivo alle azioni del giocatore, perchè è formato da altre persone. Il giocatore sa che una sua cattiva azione gli provocherà una pessima fama, e sa che se non rispetta alla lettera gli ordini del suo capo durante un raid ci saranno delle conseguenze negative, per lui e per il gruppo. Altrettanto importante è imparare a gestire la leadership quando decine persone dipendono dai tuoi comandi, tutte cose che nella vita serviranno, e non poco.

Da non sottovalutare allo stesso modo la flessibilità mentale che uno strategico in tempo reale allena ad ogni partita, quasi paragonabile, nel migliore dei casi, allo sforzo che deve fare uno scacchista per trovare lo spiraglio giusto. Essere dei bravi giocatori di RTS richiede la consueta velocità di esecuzione propria di quasi tutti i giochi, ma prima di tutto esige rapidità di pensiero, di sintesi e di elaborazione: non esistono riflessi nei videogiochi, e tenere un ritmo di 150 apm significa prendere 150 decisioni al minuto. Indubbiamente qualcosa di più di quanto richiesto per sedersi in un divano, accendere la tv e subire supinamente quello che viene proposto.

Per i genitori che hanno delegato l’educazione dei loro figli a tv e videogiochi, il pericolo è in agguato ovunque. La realtà, osservata tramite la presunta generazione degenere degli anni ’90, dice tutt’altro. E quasi mi dispiace, perchè le lacune di questi genitori meriterebbero di venire di più a galla.

Molto si può pensare riguardo il futuro dei videogiochi, e sul peso che i titoli “buoni” avranno in futuro nel mercato, ma questa è un’altra storia. Dopotutto, per la società in cui viviamo anche i titoli sopra menzionati sono tutti da condannare in quanto, semplicemente, videogiochi.

Ciò che è assodato, e che nessuno psicologo del MOIGE potrà mai evidentemente accettare, è che i videogiochi riescono dove il sistema educativo italiano fallisce. E questo pare essere difficile da mandare giù.” Corrado “Daunt” Bidoia

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6 Di risposte a “I videogiochi e la mia educazione”

  1. AKirA scrive:

    Nessuno che mi commenta il post del buon Daunt!!! E’ un po’ “borderline” però effettivamente centra il bersaglio, non trovate? Come avevamo anche detto nel post su Mamma Non Rompere sto imparando i videogiochi insegnano davvero molte cose sulla vita del domani. Io ci credo in questa cosa.

  2. Fucktotum scrive:

    Il problema è solo uno: purtroppo noi guardiamo al "nostro" mondo solo dalla nostra parte.
    Cercando di vedere un po’ dal lato oscuro, è ovvio che chi giudica un vg passando per un attimo davanti allo schermo resti spesso sbigottito perchè,principalmente, NON LI CAPISCE.
    Non ha idea del rapporto giocatore/avatar: pensa che "se io sono quello e quello uccide, allora io uccido": niente di più sbagliato, è ovvio, ma anche l’industria qualche domanda se la dovrebbe porre: portare sempre più in là il binomio realismo/violenza attirerà sempre le ire degli ignoranti, che in quanto tali, ignorano!

  3. Matt Brolyen scrive:

    Questo post bisognerebbe farlo vedere in mondovisione, o ficcarlo con la forza nella mente delle persone… dico sul serio. Leggere post del genere mi fa imbestialire, perchè mi fa capire in che società bigotta e ignorante che ci ritroviamo, però allo stesso tempo mi da sollievo perchè cè chi la pensa come me :)
    Comunque è un dato di fatto, ormai moltissimi videogiocano e sono sempre di più… prima o poi tutti capiranno cosa può trasmettere davvero un videogioco.

  4. s3ccoR scrive:

    Io ho imparato l’inglese giocando a FFVII etc. etc., vocabolario in mano :D

  5. Marioooo scrive:

    Personalmente ho imparato la storia su Age of Empires 1,2 e varie espansioni e su Europa Universalis. In particolare il manuale di quest’ultimo era staordinario, perchè dopo tutte le meccaniche di gioco (ed EU era un gioco MOOLTO complesso, ho imparato cos’è l’inflazione giocandoci), c’era la storia di tutti i paesi europei dal 1500 al 1800, ho speso parecchie serate a leggere quel manuale.

  6. raz3r scrive:

    Anche io ho migliorato tantissimo il mio inglese grazie ai videogiochi, ma soprattutto oggi conosco tanti amici che probabilmente non avrei mai avuto modo di conoscere se non fosse stato per NFS, strano ma vero :)

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