Il 2D invecchia meglio del 3D.
Chiedetelo a chiunque vanti una certa esperienza con i videogiochi e affermerà la succitata verità con assoluta, incrollabile certezza.
Ma sarà vero?
E soprattutto, ha senso una distinzione del genere?
Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un vero e proprio ritorno di fiamma per sprite, pixel e tutto quello che concerne i primi, fulgidi anni del videogame, quelli che hanno dato inizio a tutto: non mi capita di rado di vedere su muri o t-shirt riferimenti ai videogiochi della mia infanzia, con gli sprite degli alieni di Space Invaders o Super Mario ormai assurti al rango di vere e proprie icone pop.
Questo perchè gli attuali 30-40enni, come è nel naturale corso delle cose, stanno pian piano “aggiornando” la cultura generale in funzione delle proprie esperienze. Come sempre succede, ogni volta che una generazione arriva ad assumere un ruolo preponderante nella società, porta con sè icone e ricordi facendoli tornare in auge attraverso rievocazioni che si manifestano nelle forme più disparate: le sette arti per prime ne rimangono letteralmente contagiate, e pian piano gli oggetti della rievocazione contaminano la cultura comune, quella che passeremo ai nostri figli e che deriva dal mescolarsi dei ricordi della nostra generazione e di tutte quelle che ci hanno preceduto.
Inutile dire che questa rievocazione è anche una rivalutazione, in quanto caratterizzata da fortissimi connotati nostalgici che spesso mitizzano e sopravvalutano il valore reale dell’oggetto del ricordo.
I buoni vecchi giochi di una volta.
Quello che è innegabile è che la grafica bidimensionale degli esordi aveva un’incisività che al primo 3D manca: con pochi pixel era possibile creare alieni, astronavi o figure umanoidi che fossero immediatamente riconoscibili e addirittura stilisticamente interessanti. Basta guardare lo sprite di Super Mario, i cui baffi servivano a mascherare la mancanza di una bocca che i limiti tecnici dell’epoca impedivano di disegnare con sufficiente efficacia, e che in men che non si dica si sono tramutati in una delle caratteristiche peculiari di un personaggio altrimenti anonimo; paragonarlo con l’agente senza personalità di Hunter (Amiga), pur dotato del suo stiloso cappellino, offre un’impietoso esempio di quanto andiamo affermando.
Allo stesso modo i giochi bidimensionali possono vantare un’immediatezza, per quel che riguarda il gameplay, che i primi titoli tridimensionali si sognavano: basta aprire un gioco 2D a caso con il MAME per sapere immediatamente cosa fare, quali sono i tasti da premere e le capacità del nostro avatar.
Caricando il vecchio Alone in the Dark, pur con i suoi movimenti basilari, riuscire a far fare ciò che vogliamo al povero Edward Carnaby è tutt’altro che facile.
Eppure.
Eppure i giochi 3D, con la scarsa personalità che in passato ne ha funestato l’estetica e con la loro poca accoglienza verso il giocatore, si sono però riusciti a distinguere sin dagli esordi per una ricerca di libertà sconosciuta ai giochi bidimensionali, così incasellati nei rispettivi generi di appartenenza.
Una caratteristica che li ha spesso resi unici, poco diffusi ai loro tempi e di conseguenza anche poco ricordati ai giorni nostri, ma che col senno di poi denota una lungimiranza assolutamente impressionante: a partire dal mitico Elite, passando per il succitato Hunter, i due Midwinter, la serie Mercenaries di Paul Woakes, fino ad arrivare a The Terminator e tanti altri.
Anno Domini 1995.
Mentre la grafica 2D arrivava all’apice del suo barocchismo con titoli come Super Mario World 2: Yoshi’s Island, già da qualche anno i giochi 3D, partiti come dicevamo in sordina anche a causa di una maggiore complessità e di limiti tecnici che li rendevano esteticamente meno gradevoli e attraenti, si stavano preparando per il cambio della guardia.
Il passaggio dal bidimensionale al tridimensionale avvenuto a metà degli anni ‘90 è stato un’evoluzione naturale, ma anche una sorta di anno zero del videogame: l’introduzione della terza dimensione nella maggior parte dei giochi, con tutti i cambiamenti a livello di design e giocabilità che ne sono conseguiti, ha creato un nuovo punto di partenza per una seconda generazione di videogiocatori, con la prima Playstation a svolgere quel ruolo che un tempo era stato del NES.
Sono moltissimi quelli che sono nati o rinati, videoludicamente parlando, con la prima console Sony, che fra i suoi tanti meriti ha anche quelli di aver sdoganato il videogame come fenomeno di massa e fatto uscire il videogiocatore dallo stereotipo di “nerd” tanto in voga in precedenza.
Una delle conseguenze di quel clamoroso successo è che oggi ci ritroviamo con una grossa fetta di utenza che ha proprio nei giochi tridimensionali ricordi affettuosi e nostalgici, utenza che presto attaccherà l’assunto iniziale affermando la dignità del 3D sgranato e impreciso di un Battle Arena Toshinden o di un Silent Hill, cercando di elevare ad icone personaggi nativamente tridimensionali.
Oggi.
Attualmente la tridimensionalità è divenuta una costante del videogame, relegando le due dimensioni ad una nicchia di giochi piccoli, a volte sperimentali e i cui sviluppatori spesso non fanno mistero di usare la leva della nostalgia per entrare nelle case dei giocatori (vedi Capcom con Megaman 9).
E’ anche vero però che dopo tanti anni in cui c’è stata una prevalenza prima dell’uno e poi dell’altro, i due “universi” in questione stanno ormai confluendo, con giochi 3D che sfruttano alla bisogna meccaniche bidimensionali (es. Super Mario Galaxy) e, viceversa, giochi 2D che impiegano grafica tridimensionale (Trials HD o Shadow Complex, per fare due esempi recenti e di successo).
Quindi mentre il vecchio 3D sta ormai acquisendo una sua dignità personale, con una lenta ma inesorabile rivalutazione e riscoperta dei vecchi classici, nel contempo la distinzione fra due e tre dimensioni sta perdendo il suo significato, divenendo solamente una divisione “di genere” del videogame.
In conclusione, forse l’assunto iniziale è stato vero per un po’, ma presto semplicemente non avrà più ragione di esistere.
Il videogame nel suo complesso invecchia come il vino: alcuni giochi andranno in aceto mentre altri verranno ricordati per sempre per la loro personalità e per il loro gameplay, a prescindere da quante dimensioni abbiano.






Dipende dal genere. In alcuni il 3D non aggiunge niente (esempio, Civ4 contro Imperialism 2). In altri il 3D va bene ma non è obbligatorio (Dragon Age contro Baldur’s Gate). In altri ancora il 2D è definitivamente morto perchè il 3D è più funzionale alle meccaniche di gioco.
Certo, e infatti un gioco come Mario Galaxy aggiunge o toglie dimensioni in funzione del level design.
Sarebbe poi interessante (e non escludo che lo farò) analizzare la famosa "regola" secondo la quale la bontà di un gioco 3D si può valutare pensando a come sarebbe in 2D..
Come sempre, Teeworlds è la risposta ad ogni domanda riguardo del genere "meglio 2D o 3D?". Io sono per il 2D e lo sarò sempre…
Bel post, interessante l’argomento trattato.
@Lanta: Grande
Lo segui ancora il blog, mi fa piacere! Comunque sia inskin è sinonimo di qualità: i suoi post sono sempre interessanti!!!
Grazie ad entrambi! :shame: