Lo so, arrivo tardi. Negli ultimi tempi la puntualità mi sa che non sia il mio forte. Nonostante questo, però, certi argomenti mi stanno a cuore, forse perché sono quelli su cui ho avuto maggiormente modo di approfondire, ragionare, conoscere. Sicché ho pensato: diamo forma a queste mie elucubrazioni, chissà che non ne venga fuori qualcosa di utile…
Così, con una tastiera tra le mani, qualche pensiero sparso e tanta voglia di scrivere, ho deciso di buttare giù “qualche” riga. Se a tutto ciò si aggiunge il contributo di un folle che, bontà sua, mi cede provvisoriamente uno spazio in cui esternare quanto la mia mente è in grado di partorire, beh… il gioco è fatto! – e sì, il folle è Simone “Akira”, solo che ancora non ha clinicamente raggiunto la fase in cui staziona colui che scrive.
Tornando a noi, gli argomenti sono tre, il cui dibattito è ancora in pieno corso d’opera – è doveroso precisarlo. Il primo, che tratteremo in questo stesso articolo, riguarda il rapporto che intercorre tra l’Arte ed il Videogioco. Sia chiaro, in realtà l’esposizione è decisamente meno ambiziosa di quanto possa sembrare: si tratta sostanzialmente di alcune considerazioni volte più che altro alla comprensione del perché si senta ad ogni costo il bisogno di far rientrare il nostro amato mezzo in questa categoria. Forse, se Dio vuole, riuscirò a spiegarmi meglio cammin facendo.
Il secondo tema verterà sulla tanto in voga divisione tra casual ed hardcore gamers, definizioni la cui stessa matrice idiomatica denota una semplificazione proposta da chi per sua natura “fa tutto semplice”. Peccato, dato che l’idioma inglese, nonostante la sua apparente “semplicità”, cela molte sfaccettature interessanti. Il problema è che la praticità cui si presta tale lingua nell’appioppare etichette di vario tipo è così tanto pronunciata che spesso si corre il rischio di abusarne.
Nella nostra terza, nonché ultima trattazione dibatteremo (perché ciò a cui aspiro è un vero e proprio dibattito) sull’importanza della valutazione dei contenuti dei videogiochi, specie in relazione ai più piccolini. Nonostante cadere in facili moralismi sia un rischio di cui tenere assolutamente conto, ritengo che noi videogiocatori (o meglio, chi tra questi abbia più a cuore le sorti del mezzo videoludico) dovremmo essere i primi a dare un forte segnale affinché la fruizione di un qualsiasi videogame avvenga nella maniera più sana e logica possibile – in altre parole, un gran bell’utilizzo!
Ma per agevolare la nostra esposizione, e non solo, atteniamoci alle auto-imposte direttive e procediamo con ordine. Ritengo che buona parte di coloro che seguono con una poco più che vaga assiduità questo settore, e tutto ciò che gli orbita attorno, si sia soffermata almeno una volta sulla questione Arte e Videogioco. Anzi, oso di più. All’interno di questa cernita militano moltissimi (quasi tutti) che in più occasioni avranno avuto modo di dire: “Sì, il videogioco è arte!”.
Quanto troverete di seguito non intende smontare sconsideratamente questa tesi, tuttavia mi sono sempre chiesto perché ci si dia tanta pena affinché a questo mezzo venga riconosciuto il grado di Arte. Le domande che mi sono baluginate per la testa sono tante; alcune, in verità, piuttosto scomode. Per esempio: forse che s’intenda elevare a grado di Arte i videogiochi perché ostili, noi, a buona parte di tutte le altri arti già riconosciute – cinema e fumetto esclusi?
Non ci sarebbe niente di male, d’altra parte non mi sembra un’equazione così scontata quella che vuole un assiduo videogiocatore anche un famelico divoratori di libri, un attento osservatore di dipinti e sculture, e via discorrendo. Posto che ciò possa pure capitare, con ogni probabilità trattasi di casi talmente rari da non far testo ai fini di una generica media.
Cosa, allora, ci spinge all’implicita richiesta di tale legittimazione? Qualcuno, un po’ più saggiamente, ha fatto notare come fosse indispensabile a tal fine definire il concetto di Arte, dargli una connotazione un po’ meno ampia e più precisa. Al che sorgono nuove incomprensioni, alimentate da incertezze riguardo questioni su cui le indagini sono state tutt’al più superficiali.
Senza contare, a onor del vero, che il dibattito è ancora aperto pure in settori che sono universalmente considerati Arte per eccellenza: come scultura, pittura e architettura. Con l’avvicendarsi delle mode, degli stili e di ogni turba in grado di partorire l’umano ingegno, la costante ricerca del “nuovo” si riassume, per esempio, nei funambolici (s)ragionamenti di chi intende far passare la merda (quella vera eh, nessuna figura retorica…) per Arte. Ma d’altro canto il ricorso a questo termine è talmente abusato oggigiorno, che è lecito non cogliere la sottile linea che divide ciò che è Arte da ciò che non lo è.
In questo caso, però, non essendo riuscito a sviluppare qualcosa di meglio sino ad ora, faccio fondo a quella saggezza di un tempo di cui tanto disprezziamo i moniti. Leggo che un tempo (fino al Medioevo magari, massimo al Rinascimento) tutto ciò che era fine a sé stesso non poteva essere in alcun modo considerato Arte. L’Arte per l’Arte rappresentata una di quelle obbrobriose contraddizioni in termini che al tempo i nostri avi non sarebbero nemmeno riusciti a concepire – altro che dissentire! Qualunque opera frutto di un’attività umana poteva essere considerata “artistica” ad una condizione ed una soltanto: che elevasse l’uomo stesso. L’Arte al servizio del Bello e del Vero, quindi, non al servizio di sé stessa. Nessuna auto-celebrazione; solo benefici concreti per chi vi si accostasse.
Non era pensabile qualcosa di diverso, ed era pacificamente avvertito da tutti come l’Arte disponesse di questo precipuo compito. Basti pensare ad un esempio molto pratico. Chi rimane (giustamente) a bocca aperta dinanzi a certi affreschi di Chiese, Battisteri ed altro ancora, non pensa magari allo scopo sostanzialmente funzionale al quale si rivolgevano un tempo queste bellissime opere.
In un’epoca in cui il tasso di alfabetismo era decisamente basso – per non dire inesistente – l’unico modo per diffondere un qualsivoglia messaggio era quello di comunicarlo verbalmente. D’altro canto la tradizione orale ha rappresentato per secoli quasi l’unico, nonché il più efficace mezzo di trasmissione circa storie, miti e leggende. L’Iliade e l’Odissea sono state tramandate per secoli in forma orale. Lo stesso Nuovo Testamento fu messo per iscritto da discepoli che seguirono intensamente la predicazione di alcuni Apostoli, dopo almeno trent’anni dalla morte di Cristo.
Insomma, è evidente che l’uomo bramasse vie sempre più “attuali” e agevoli per far filtrare messaggi che in realtà erano “senza tempo”. Da qui il ricorso alla pittura, relativamente al nostro discorso – tralasciando le primissime forme di questa pratica, raffiguranti forme umane dalle fattezze incerte, intenti a cacciare svariate prede: siamo nella cosiddetta Preistoria.
No, tornando agli affreschi essenzialmente religiosi, in quel caso s’intendeva educare i fedeli riportando episodi della Bibbia, specie del Vecchio Testamento (per lo più mitologico), su svariate superfici di edifici sacri. E ciò affinché tutti potessero capire. Anzi, c’è di più. Durante alcuni lavori delle maggiori opere pubbliche, i passanti commentavano lo stato d’avanzamento dei lavori, esponendo pure la loro all’artista cui era affidato il compimento di quell’opera. Una partecipazione totale, in altre parole. Qualcosa che difficilmente potrà mai capire l’italiano medio, per cui i confini di casa sua delimitano il proprio spazio, suo esclusivo, mentre tutto il resto… vada a farsi benedire!
Mi rendo conto che a primo acchito non risulti immediato cogliere certi concetti, ma se davvero si desidera affrontare seriamente questo discorso, è bene spremere le meningi. Affibbiare all’Arte questo specifico compito potrebbe apparire “limitante”, vista e considerata anche l’avversione per tutto ciò che non è immediatamente sensibile. Eppure bisogna sforzarsi di ragionare, per quanto possibile, come la gente di quei tempi, per la quale certe cose erano ampiamente assodate.
L’idea di un’Arte “orizzontale” non era neanche lontanamente ammissibile, sicché risulta superfluo a priori ogni discorso che non tenga conto di questa realtà. L’Arte era strutturalmente “verticale”, e tale “verticalismo” costituiva il presupposto fondamentale affinché un’opera potesse rientrare nel novero delle attività facenti parte di questa illustrissima categoria.
Fare Arte, insomma, era una missione. Col tempo sono andate sviluppandosi e, via via, sempre più consolidandosi altre forme d’Arte. Ma tutte accomunate da questa fondamentale propensione, ossia la tendenza ad “elevare”. Tuttavia, col passare del tempo, sembra ci si sia dimenticato sempre più impunemente a cosa fosse saldamente ancorato questo nobile concetto, privandolo di quel “verticalismo” cui accennavo pocanzi, vero sigillo di garanzia grazie al quale certe incomprensioni non sarebbero mai sorte.
A questo punto pare chiaro che la confusione regnante, allo stato attuale, renda pressoché impossibile individuare con certezza in cosa consista l’Arte. Al che diviene impresa assai ardua pure riconoscere meriti astrattamente artistici al mezzo che ci sta tanto a cuore, ossia il videogioco.
In mancanza di tali presupposti, allora, non sarebbe più prudente astenersi e rimandare i giudizi a tempi “migliori”, o per lo meno più “maturi”?
L’avanzamento della tecnica non può e non dev’essere per forza di cose sinonimo di acquisita maturità artistica. Se il Videogioco assurgerà a questo rango, non sarà di certo in virtù di belle cose come foto-realismo, 3D, fisica da paura o un’elaborata intelligenza artificiale. Sarà piuttosto per ciò che riuscirà a trasmettere, e per la genuinità di tali contenuti trasmessi.
In altri ambiti qualcuno c’è riuscito, anche non intenzionalmente. Essendo le varie arti nascenti sempre più una commistione di quelle già presenti, il cinema, giusto per citarne una, ha fatto tesoro di mastodontiche opere attraverso le quali i vari autori hanno operato una ricerca o messo a frutto ciò che loro stessi avevano già maturato.
Da pellicole come Blade Runner (e con l’ausilio di qualche chiave di lettura altrui) ho fatto qualche passo in avanti nella comprensione del concetto di Anima. Dall’anime Ghost in the Shell ho tratto pure giovamento in tal senso. Ne Il Signore degli Anelli non riesco a rimanere indifferente all’abnegazione del più piccolo e debole delle creature (un hobbit), divenuto il più grande per volontà. Dall’apparentemente leggero Alfie ho appreso a cosa potrebbe portare una vita senza alcuna apertura dettata da un amore sincero. Quinto Potere di Sidney Lumet lanciò un monito drammaticamente attuale sul potere della televisione di quel periodo.
E sono film, delle cui citazioni potrei scrivere un libro a sé stante probabilmente. Ma quante opere letterarie, passando dalla Divina Commedia a 1984 di Orwell, dal Macbeth shakespeariano al Selvaggi con Telefonino di Blondet. Quante opere musicali, classiche, liriche. Insomma, davvero troppo per un solo articolo. E stiamo parlando solo di me: non oso nemmeno pensare quanti milioni di pagine potrebbero riempire i ricordi legati in tal senso alle esperienze altrui. Dinanzi a certe cose tendo a perdermi.
E’ in grado di generare tutto questo il videogioco? Con la stessa maturità, seppure attraverso le strade che gli sono più consone?
Dovrebbe apparire indicativo che qualcuno, un volta, definì titoli come ICO e Shadow of the Colossus “Arte interattiva in sequenza d’immagini”. O forse è questa la definizione cui s’alludeva, senza arrivare alla mia formula. Poco importa, sta di fatto che, come costantemente accade, colui che pone il messaggio è sempre migliore di chi se ne fa portavoce. Oggi si rimarca con evidente compiacimento il fatto che quelle due opere del Team ICO fossero Poesia, ma da contraltare a siffatte constatazioni emergono pure riserve sulla loro longevità (sic!).
Eh sì, forse non siamo ancora pronti noi stessi ad accogliere un cambiamento così profondo e radicale. Difficile capirne le motivazioni, scommetto recondite. Né mi sembra il caso di scomodare alcuna teoria psicoanalitica al fine di scoprire cosa si celi dietro questa “paura”. O forse si tratta semplicemente di mancata maturazione, per l’appunto? E se stessimo già assistendo ad un cambiamento – pressoché impercettibile perché lo stiamo vivendo qui e adesso?
Ai posteri l’ardua sentenza.
A noi la seconda parte…




Bellissimo articolo.
Molto istruttivo. Ora ovviamente sono curioso di capire dove andrai a parare
Caro Antonio,
ho trovato questa tua dissertazione deliziosamente interessante. Per me che studente d’arte lo fui sino a qualche anno fa, la questione è di particolare rilievo, e personalmente mi ritrovo nella schiera di chi considera il videogioco una forma d’Arte “in potenza”.
In risposta al tuo interrogativo finale (“è in grado di generare tutto questo il videogioco? Con la stessa maturità, seppure attraverso strade che gli sono consone?”), non ho dubbi sul fatto che la risposta sia positiva. L’Arte non è la tavolozza né la tela, non è la cinepresa né il set: essa si manifesta nel momento in cui un artista, creando una correlazione simbolica tra un mezzo ed i concetti che vuole esprimere, induce nel fruitore uno stimolo emotivo. Ed esistono senz’altro giochi in grado di emozionare aldilà delle loro proprietà intrinseche (grafica, giocabilità, sonoro ed altre sciocchezze del genere).
Nel corso della Storia, l’Arte non ha solamente avvicinato l’uomo a valori spirituali e ideologie (intendo in questo senso i tuoi frequenti riferimenti alla tensione verticale), ma ha anche e soprattutto espresso i sentimenti dominanti di ogni epoca. Romanticismo. Realismo. Impressionismo. Simbolismo. Art Nouveau. Surrealismo. Fauvismo. Espressionismo. Cubismo. Futurismo. Metafisica. Bauhaus. Dadaismo. Per diventare Arte, il videogioco dovrebbe diventare il mezzo attraverso cui esprimere il sentimento di un’epoca. Senza un -ismo, non c’è Arte
Tenendo ben presente questo distinguo, il videogioco può comodamente collocarsi tra le tante forme d’arte (non uso il minuscolo a caso, adesso) visuali di cui la massa fruisce, ma che non esprime alcun particolare orientamento estetico o sentimentale.
E come al solito, il mio commento in homepage non viene mirrorato sul forum… sigh!
@Strider: però da qui (blog) risultavi non loggato al forum… sei sicuro di esserlo stato?
Ed invece, caro Simone, mi spiace dirlo ma rimarrai deluso.
In realtà il mio intervento sulla questione si “conclude” qui. Il punto è che ciò che ho riportato è quanto sono riuscito ad elaborare in maniera sensata sino ad ora. Ho altre idee per la testa in merito al rapporto Arte/Videogioco, ma si tratta per lo più di pensieri sfusi e ai quali sto ancora cercando di dare una forma.
E qui mi ricollego direttamente all’interessante intervento di Marco (che però si vede solo lato blog
). La questione, chiaramente, non si esaurisce nel mio modesto scritto. Siamo in una fase in cui tutto ciò che riguarda questo mezzo può e deve essere messo in discussione. In tal senso credo di disporre di una certa “flessibilità”. Ho lasciato la porta aperta, per così dire, proprio in virtù di questa mia esigenza, ossia che si discuta con vivo interesse.
Se altri, come te, avranno il piacere di fornire un valido contributo a questo discorso, beh, non potranno che essere accolti a braccia aperta. Io sono alla spasmodica ricerca di spunti su cui speculare, e le idee migliori arrivano proprio quando meno te l’aspetti…
Nella seconda parte tratterò un’altra questione su cui spero ci si accalcherà numerosi. Ma intanto, un giro alla volta. Ora tocca al binomio Arte/ Videogioco. E’ proponibile? Non lo è?
Su, su, fatevi sotto!
[QUOTE=lSoLlAKirA;17618]@Strider: però da qui (blog) risultavi non loggato al forum… sei sicuro di esserlo stato?[/QUOTE]
Sono in login automatico, Akira, tanto è vero che quando rispondo da blog non riempio alcun campo col mio nome, compare in automatico. Magari è una piccola incompatibilità con IE8?
@Strider: Mmm Segnalo al programmatore… Ma tu usa Firefox però!
@Antonio: il punto è semplice, se fossimo davanti ad una birra in pub e avessimo 3-4 davanti potremmo arrivare ad una conclusione che più o meno accontenti entrambi… ma a scrivere su un forum botta e risposta su questo argomento potremmo veramente lasciarci il sonno
E’ troppo vasto, davvero.
Comunque sia come tu hai detto è innanzitutto molto difficile definire l’arte come tale. Perimetrare un opera e dire “questa è arte” mentre “questa non lo è” è una impresa impossibile più che ardua. La cacca nei barattoli è stata considerata arte, nessuno però direbbe lo stesso di una canzone di Britney Spears. Ico è un videogioco artistico, pochissimi direbbero la stessa cosa di Gears of War. Perchè? Quali sono le differenze che ci portano a definire quanto espresso sopra?
Sicuramente secondo quanto da te detto… nulla dei quattro esempi poco fatti potrebbe essere definito arte nel suo concetto iniziale (nè la merda nè britney spears nè gears farebbero “elevare” alcuno di noi… forse ico potrebbe riuscirci, perchè no, contiene molti messaggi interessanti, ma rimane comunque poco universalmente fruibile come opera). Eppure a mio avviso tutti e quattro potrebbero essere ributtati in quel gran calderone definito con questa parola “magica” di quattro lettere.
Quello che credo io? Non saprei definire l’arte ma l’artista si: è quello che vede qualcosa che gli altri non vedono e riesce a trasmetterla in una sua opera. E allora fumito Ueda è un artista, e anche il tizio dei barattoli di merda, probabilmente, potrebbe essere definito tale. Mentre Britney Spears è un mero prodotto commerciale, così come lo è Gears of War e sinceramente non definirei Cliffy B un artista. Ma ecco un’altra contraddizione: tantissimi artisti hanno lavorato al suo gioco! Le “scenografia” di GOW sono bellissime, così come il montaggio dei filmati, gli effetti di luce ecc.
Ecco perchè è sempre più difficile continuare questo discorso. Le opere che stiamo esaminando sono sempre e comunque delle tele “corali”, dove il bello e l’arte possono essere visti in un particolare e non nell’intero insieme.
Dall’alba dei tempi, dove l’artista era sempre unico e produceva la sua pittura rupestre piuttosto che il suo dipinto, ci siamo evoluti davvero tanto e le nostre opere sono diventati mastodontiche. Un film, un disco, un videogioco e perchè no un libro, non sono mai giudicabili “globalmente” ma deve essere fornita un’analisi a più livelli.
Pensa tu: ora quindi mi viene in mente che in fondo anche Gears e un album di Britney, hanno visto la partecipazione di tanti artisti, nonostante non rappresentino secondo me un’opera d’arte nel “globale” di un ipotetico voto.
Insomma… non ne esco
Tra l’altro… è l’1:27 è tardi e credo di stare completamente delirando senza minimamente aver trovato la risposta alla domanda del secolo.
Riassumendo, per me, ciò che mi emoziona è arte. Estendendo questa cosa a tutti gli esseri umani si ottiene il risultato che tutto sia arte (perchè troverai sempre qualcuno che viene emozionato da ciò che per te magari era insignificante e brutto… come Marco Masini) e che quindi niente sia arte!
E via con un altro seme di un altro dibattito…
@ Simone
Passerà il tempo, noi non smetteremo di approcciarci alla questione, e arriveranno pure le birre. Queste sono le cose che reputo più plausibili…
Comprendo a pieno il tuo “arrancare” nel tentativo di definire qualcosa di così opaco e sfuggente. Però, vedi, anche tu hai aperto uno squarcio interessante sul dibattito. Cavalcando l’onda delle tue considerazioni, mi viene in mente un altro punto su cui si potrebbe ragionare.
Ultimamente mi è capitato di scrivere che Sin & Punishment 2 fosse “artisticamente lodevole”. Parliamo di qualche giorno fa, e seppure cambiare idea (si dice) sia da persone intelligenti, per quanto mi riguarda la pensavo come la penso oggi. Può esserci quindi qualcosa di “artistico” anche in ciò che non è propriamente Arte?
Sì, in questo caso la mia risposta è positiva. L’ultima fatica di Treasure, già che ci siamo, gode di un aspetto visivo nei riguardi di cui non trovo definizione più efficace se non quella di “artistico”. Ho cercato di comprendere come mai mi venisse così “istintivo” pensarlo, e grossomodo sono arrivato ad un’acerba mezza-conclusione. Nel momento in cui il Videogame si appropria di linguaggi che non gli appartengono in senso stretto, ma che codifica mediante i canali che gli sono più congeniali, beh, a seconda dei linguaggi presi in prestito, può definirsi senza dubbio “artistico”.
Il che non smentisce quanto da me scritto nell’articolo, perché personalmente continuo a non ritenere ancora il videogioco abbastanza “maturo” da poter essere considerato Arte tout court. Ma quando si assiste, come nel caso di S&P 2, a quell’armonia di colori e suoni che contribuiscono a formare una sorta di dipinto in movimento, allora comincio a “lasciarmi un po’ andare”.
Manca sempre quel piccolo passo, quello step successivo che donerebbe a questo mezzo lo status tanto agognato. Ma voler prendere in prestito linguaggi che competono più a dipinti e pitture, beh, è già ammirevole e degno di una sorta di riconoscimento.
ICO e SoftC (ancora…
) a mio parere trascendono pure quest’atteggiamento. Ciò che è Arte parla senza parole, senza subissarci di suoni o discorsi. O meglio, può fare anche questo. I due sopra citati hanno compiuto un enorme passo verso la consacrazione. Va dato loro il gigantesco merito di aver imboccato la strada giusta ed averla mostrata a tutti. Ma non essendo ancora giunti alla meta, faticheremo a capire se valga la pena seguirli. Ma se un giorno, Deo adnuente, si troverà il coraggio di tuffarcisi a pesce, allora assisteremo ad un passo probabilmente decisivo. Un giorno forse…
Per il momento Gears of War rimane Gears of War, Britney Spears rimane Britney Spears e, manco a dirlo, la merda rimane merda…