Quella del videogioco è sicuramente una delle industrie più fiorenti degli ultimi anni: dopo le crisi del 1977 e del 1983 il videogame è andato sempre crescendo, e si parla di 27 anni di crescita pressochè costante, quando non esponenziale.
E pur avendo registrato dati negativi lo scorso settembre (in particolar modo vi rimandiamo alla situazione di Nintendo) è probabilmente una di quelle che ha retto meglio la famigerata crisi che ha funestato questi anni, arrivando nel 2009 a surclassare definitivamente cinema, musica ed home video.
Nonostante questo però, un’ industria per sua natura deve massimizzare i profitti, e non può tollerare che ci sia un ambito del mercato su cui non riesca a lucrare. Da cui la guerra recentemente scatenata contro il mercato del software di seconda mano.
Inside The Game ne aveva già parlato lo scorso Febbraio, parlando di John Riccitiello ed il suo Progetto Dieci Dollari: ad oggi il videogioco usato infatti è sempre un argomento “caldo”, che torna periodicamente alla ribalta ogni qualvolta chi produce e chi compra videogames dia un’occhiata al rispettivo bilancio.
Si tratta di un circolo vizioso arcinoto: il prezzo dei VG sale, quindi il mercato dell’usato si allarga e provoca un calo (relativo e molto discutibile) dei potenziali profitti, e questo porta un ulteriore aumento dei prezzi…and so on. Niente di diverso, peraltro, rispetto a quando era la pirateria il nemico numero uno dell’industria e la causa degli aumenti; persino la valida ma abusata giustificazione dei costi di sviluppo regge poco, e per la precisione finchè non si va a vedere come il costo di un gioco viene distribuito lungo la filiera.
La via d’uscita non sembra dunque facile da intraprendere, presupponendo un comportamento virtuoso così lontano dalle comuni politiche commerciali.
D’altra parte considerare soltanto due le parti in causa è una semplificazione che non rende un’idea realistica della situazione: se da una parte c’è indubbiamente il pubblico pagante, dall’altra ammassare sotto la stessa bandiera sviluppatori, produttori hardware, publishers e negozi è sicuramente troppo approssimativo, specie tenendo presente che con l’acquisto di un gioco usato (escludendo il contatto diretto tra utenti, come può avvenire ad esempio su Ebay) il rapporto economico si riduce bruscamente ad una transazione fra pubblico e negozio, tagliando fuori tutta la parte produttiva che non riceverà un soldo per il proprio lavoro, sviluppatori in primis.
Dopo Riccitiello, di recente è intervenuto sulla questione anche David Braben, creatore del mitico Elite, fondatore della Frontier Development e assolutamente non nuovo a dichiarazioni anche molto dure contro il mercato dell’usato e le catene che ne hanno fatto un vero e proprio business parallelo a quello dei giochi nuovi.
Il padre di Frontier ha pubblicato un post su Develop in cui illustra quelle che secondo lui sono le 6 azioni necessarie per risolvere il “problema software usato”; vediamole un po’:
“1- Proseguire con online pass, one-time code ed i DLC per continuare a spingere i giocatori ad acquistare il nuovo;
2- Introdurre una numerazione seriale universale per i dischi; questo non abbatterà il problema dell’usato – cosa che tocca a sviluppatori e publishers – ma darà diverse possibilità d’intervento, inclusa quella attualmente già impiegata degli one-time codes.
3- Partecipazione dell’industria nelle vendite dell’usato. Questo dovrebbe essere fatto in accordo con i rivenditori, e potrebbe avvenire solo se questi ne ricavassero ancora un guadagno, guadagno che potrebbe essere anche inteso come un non eccessivo controllo sul software (vedi punto 2)
4- Creare degli SKU (Stock Keeping Unit NdR) che siano “Not fo Resale” (ovvero creare copie dei giochi che siano identificabili tramite un codice univoco, e venderli con una licenza che ne impedisca legalmente la rivendita. NdR). Perchè non c’è un parallelo con le vendite dei DVD? Perchè loro non permettono la rivendita o l’affitto – e infatti hanno speciali copie per l’affitto ad un prezzo significativamente maggiore.
5- Fare dischi che contengano solamente dati o al limite una demo estesa, ma che richiedano un’attivazione online per divenire giochi completi (ad esempio tenendoci il file eseguibile), anche per il primo utente.
6- Scegliere il digital delivery come unica via di distribuzione. Questa sembra la strada verso la quale i rivenditori vogliono spingerci, dopo tutto, quindi è ora di fare il salto.”
[Da Develop-Online.com]
Devo dire che, con tutto il rispetto per uno sviluppatore geniale e seminale, le ideone di Braben mi hanno fatto rabbrividire.
Oltre a suggerire implicitamente di trascurare i diritti fondamentali dell’acquirente -quando non invita esplicitamente a calpestarli-, si aggrappa ad idee già fallite di un mercato morente come quello dei DVD per l’home video, ignorando infine il faticoso lavoro di riavvicinamento al pubblico e di eliminazione delle costi non necessari compiuto da tutte quelle software house medio-piccole che stanno emergendo dal sottobosco dell’indie e che hanno già dimostrato in più di un’occasione di saper guadagnare dai propri giochi senza violentare le libertà ed i diritti degli utenti, ma semplicemente usando il buon senso.
Buon senso che inviterebbe l’industria a ridurre il prezzo di un gioco man mano che il tempo passa, piuttosto che mantenerlo a cifre astronomiche fino all’ultimo, per poi lasciarlo a marcire sugli scaffali quando il seguito è già in distribuzione verso i negozi.
Buon senso che vorrebbe uguale trattamento per tutti i giocatori a prescindere dall’area geografica di appartenenza, così che un prezzo di 50$ negli USA non corrisponda a 70€ in Europa, un trattamento vessatorio che oltre a favorire il mercato dell’usato, oggi nell’epoca di internet e dei negozi online appare anacronistico, oltre che assurdo.
Buon senso che vedrebbe come ingiusto, irrispettoso e persino illegale chiudere i server di un gioco online-only come All Points Bulletin a soli tre mesi dalla sua uscita (argomento di cui peraltro avevo già accennato qui su ITG quasi un anno fa nel discusso “Non gioco online (e non sono il solo) – parte 2: Humanity is overrated“) senza prevedere rimborsi di alcun tipo e continuando nel contempo a venderlo nei negozi.
Buon senso che fa capolino soltanto al punto 3 della lista di Braben, con una proposta molto interessante in principio, ma cheproseguendo nella lettura si tramuta in qualcosa di aberrante, per concludersi con un’immancabile, ulteriore ricatto nei confronti dei giocatori.
Giocatori che, intendiamoci, hanno tutto l’interesse a far sì che gli sviluppatori guadagnino di più dai propri giochi e, quando possibile, dovrebbero mettere in atto un “consumo responsabile”, interpretando l’acquisto di ogni gioco nuovo anche come un sostegno diretto a chi lo ha sviluppato, ma che non possono essere ridotti (ancora) alla stregua di vacche da mungere da parte di una struttura elefantiaca, legata a meccanismi vetusti e che dovrebbe invece mostrare molta più intelligenza e rispetto per chi gli permette di sopravvivere nonostante tutto.
Potrebbero sembrare argomentazioni semplicistiche e populiste, ma oltre ad essere già state messe in atto da qualche piccolo sviluppatore illuminato che sta faticosamente mostrando al mondo la strada da seguire, rispetto alle idee di Braben sembrano filosofia kantiana, e paiono quasi suggerire ai giocatori che sia giunta l’ora di pensare a riunirsi in una struttura non dissimile dalle attuali associazioni per la difesa del consumatore, o comunque di “agganciarsi” ad una di quelle già esistenti, consentendo così peraltro a queste ultime di evolversi ed evitare ulteriori scivoloni sul tema, determinati dalla pura ignoranza.
Ma non era meglio invece, per il papà di Elite, rilasciare qualche nuova informazione sul disperso The Outsider?






Gran cavolo di argomento. Partiamo dal presupposto che impedire le vendite dell’usato è impossibile, continuiamo dicendo che molto probabilmente è anche costituzionaòlmente ingiusto, poichè lederebbe il mio diritto di disporre liberamente di un mio bene (anche se qui si potrebbe entrare in polemica dicendo che in realtà io pago l’usufrutto di una licenza, quella del gioco e che il supporto fisico di tale gioco è contingente al suddetto, e qualora tale usufrutto fosse non trasferibile commetterei un reato, ma d’altro canto se così fosse dovrebbe essere nominale e ad personam).
In terzo luogo sarebbe da prendere in considerazione il fattore “traino” che l’acquisto di un gioco usato porta con se: Mettiamo che io acquisti un gioco,indipendentemente dal fatto se sia usato o nuovo, e dopo averlo giocato mi venisse voglia di giocare gli altri, magari della stessa serie, a quel punto posso ragionevolmente supporre che essendo magari giochi precedenti essi siano già in vendita nuovi a prezzo ridotto e dovendo scegliere tra un usato e una nuovo, a quasi parità di prezzo, io opti per il nuovo. Non è un caso così limite e immagino che moltissimi di voi potrebbero confermarlo. La questione è: a quanto ammonta il guadagno “di traino” di questi prodotti?
Ultimo punto potrebbe essere quello relativo al sistema digital download VS. retail: se i prezzi sono gli stessi perchè dovrei rinunciare a un packaging e a un manuale di istruzioni? Se i prezzi sono leggermente differenti, perchè dovrei rinunciare alla possibilità appunto, di rivendere il gioco? La soluzione per tenere sotto controllo il mercato dell’usato, e guadagnarci di molto, è in realtà nel dare la possibilità tramite digital download di rivendere i suddetti diritti ad altri utenti, magari stabilendo un limite di vendita per area o al limite una “lista d’attesa”. Così facendo io sviluppatore potrei mettere in contatto l’utente x che vende e l’utente y che compra o cerca, che gestirebbero una transazione tramite anche senza aver alcun contatto tra loro, e a me arriverebbe una stecca magari del 10% (come su ebay) e ci guadagnerei di molto.
I modi ci sono per affrontare la questione, ma non sono ne’ le sparate, ne’ i divieti draconiani, basterebbe intelligenza, flesibilità e la capacità di rendersi conto che quello che va fatto non è mettere un freno a una situazione, ma inventare un sistema economico e di guadagno alternativo.
Concordo in pieno.
A mio parere, il problema fondamentale scavando a fondo è sempre quello: il diritto d’autore ha bisogno di essere pesantemente ripensato, non avendo più ragion d’essere così com’è, per i VG come per musica e cinema.
Anche perchè a prescindere da quanto scalcino e si arrabbino industria ed autori/sviluppatori, c’è una differenza abissale nella percezione del corrispettivo per il costo di un’opera: lo sviluppatore pensa di vendere una licenza, l’utente è convinto di comprare un software completo, e con esso di avere il diritto di farne tutto ciò che vuole.
Il Dd è il futuro, ma messo giù così dal tizio in questione non è che mi piaccia molto.
Suppongo a questo punto di dovermi scusare con Renato. Ho avuto solo adesso dieci minuti per leggere con la dovuta attenzione il suo intervento, rendendomi conto che avrei potuto integrarlo, o per lo meno trarre spunto da esso, ai fini di quello che ho pubblicato io ieri in merito ad un argomento decisamente affine.
Tento timidamente di rispondere io alla saggia questione che pone nei commenti proprio Renato. Ebbene, ripensare una branca della giurisprudenza, come quella del Diritto d’Autore, richiederebbe tempi particolarmente lunghi e complessi, lasciando esposti publisher e sviluppatori a questa pratica, a loro dire demoniaca, dell’usato. Potrebbero volerci anni prima di giungere a qualcosa di sensato e metterla in atto. Questo perché richiederebbe, mi sembra, una coordinazione incrociata di tutti i settori dell’entertainment, ossia cinema, musica, videogiochi ecc., quando invece questi settori sembrano non parlarsi affatto, proprio perché praticamente in ognuno di questi, a livelli differenti, si sono insinuate figure che starebbero bene a marcire nel sud di Manhattan piuttosto che ritagliarsi il loro spazio in contesti così colorati e fantasiosi come questi.
In più ci sarebbero i cosiddetti “tempi tecnici”, di sicuro non agevolati da una macchina, non sempre ben oliata, come quella della burocrazia. Meglio quindi seguire la via più “facile”, dettando legge a scapito degli unici che non hanno davvero voce in capitolo, ossia gli acquirenti. Ora, tu potresti anche farmi notare come siamo proprio noi, in quanto acquirenti, a decretare le sorti di un prodotto. Ma non serve essere dei laureati in Economia per comprendere che questa disciplina si rivolga alla massa, la stessa che mai, limitatamente a questo genere di beni (superflui e pressoché “di lusso” oramai) prenderà coscienza di certi meccanismi.
Per assurdo: loro alzano i prezzi? La massa tenterà di trovare il modo di guadagnare abbastanza per andare incontro alle nuove disposizioni. Ciò non è possibile? Sotto allora con la pirateria et similia. Il mercato è una brutta bestia, frutto essenzialmente di una massa che non si può controllare. Quest’ultima ha le sue “colpe”, perché bisogna partire sempre dal presupposto che se una persona, in un dato momento, riesce ad ottenere il massimo spendendo il minimo, lo fa, punto! Chiunque è naturalmente portato a migliorare la propria condizione, e una persona che può avere certo materiale, anche per vie illegali – se la pratica è per giunta agevolata dal comune sentire -, spendendo il minimo, non ci pensa due volte. Con quei soldi “risparmiati” farà altro, dovendosi crucciare anche meno di dover trovare pecunia per spese così accessorie.
Insomma, tutte cose risapute, e che magari il sottoscritto non è nemmeno riuscito a riportare in maniera efficace. Ma più ci si accanisce contro la massa, più la risposta tenderà ad essere negativa. Lo scrivevo tempo addietro in un mio articolo sulla pirateria. C’è gente che si rivolgerebbe a materiale pirata anche se i giochi costassero 10 euro, e lo farebbe per non solo quale “principio”. Ma ciò non giustifica misura coercitive e ricattatorie come quelle del one-time code e cazzate simili.
Hai voglia a spiegare, come facevano i genitori di una volta, che se vuoi una cosa devi prima guadagnarti la possibilità di desiderarla. All’epoca si optava per un approccio marcatamente più stoico: non guardare a ciò che non puoi avere. Giusto o sbagliato che sia, questa impostazione spronò molti a rimboccarsi le maniche per guadagnarsi quel “diritto” a poter spendere per il superfluo. Diritto che, una volta acquisito, non fu oggetto di ricorso, perché la scalata a quell’acquisizione fu talmente ripida che chi di dovere aveva maturato qualcosa di ben più nobile, comprendendo che il superfluo era utile solo se non lo si aveva.
Discorsi troppo complessi ed elaborati, che nemmeno toccano più di tanto l’argomento trattato. E anche di questo chiedo venia.
Per chiudere, però, ritengo che lorsignori stiano ponendo le basi affinché i più coscienziosi tra noi smettano di foraggiare questa industria. E dovrebbero saperlo che siamo noi a tenerli in vita, non come singoli ma proprio come massa, che per di più costituisce il vero zoccolo duro di questo folto gruppo. C’è tanto da ripescare nel e dal passato, che dubito personalmente di sentire la mancanza dei titoli ultrapompati dell’ultim’ora. Se a questo ci aggiungi un livello qualitativo (sotto svariati punti di vista) via via sempre più decrescente…
Gran bell’Articolo!!! e concordo appieno con le questioni che poni alla fine sul Diritto D’Autore.
/salute
@ PandreoL: Grazie!
@ Antonio: direi che riporti bene un pensiero comune, come sempre.
Mi permetto solo (come sempre, mannaggia a me!
) di sollevare un appunto: “se una persona, in un dato momento, riesce ad ottenere il massimo spendendo il minimo, lo fa, punto!”
Vero, ma non sempre.
Credo che superata una certa età, si esca un po’ da questa concezione e tutti quelli che videogiocano “con cognizione” inizino o ritornino ad acquistare giochi originali; un po’ perchè forse si arriva a comprendere che è inutile avere più giochi di quanti se ne possa giocare, un po’ perchè si inizia a percepire il piacere insito nel possedere un gioco originale e completo.
O almeno, per me è andata così…
Beh, la mia era un’osservazione generale, forse pure un po’ forzata, di carattere economico. Comprare un gioco o meno non “migliora” la propria situazione in senso stretto, questo è chiaro.
Da qui il tuo comprensibile appunto, che condivido in toto. Il bello dell’invecchiare dovrebbe essere proprio questo: riuscire ad operare una scrematura sotto ogni aspetto, e farlo nel migliore dei modi.
Talvolta per operazioni simili necessita esperienza, altre volte saggezza. Ma senza la prima probabilmente non è nemmeno pensabile la seconda, ergo…
Alle volte è semplicemente il portafoglio a dettare tempi e modi, raffinando anche i palati più rozzi.
La verità è che anche il sottoscritto si sta affacciando verso una nuova vita da videogiocatore. O almeno, così mi pare. Ma proprio non saprei dire se sarà più “bella” o più “brutta” rispetto a quella passata.
Una cosa penso sia un po’ meno incerta. Che si tratti di una semplice evoluzione oppure di un totale cambiamento, suppongo sarà diversa. E ciò mi incuriosisce, il che non è mai un male…