Come probabilmente già saprete, dal 1 marzo una delle storiche software house nipponiche cesserà ufficialmente di esistere e verrà inglobata da Konami. Hudson Soft, indissolubilmente legata all’infanzia scapestrata di molti di noi è stata schiacciata dalle difficoltà che l’hanno attanagliata dopo un lungo periodo, tra gli anni ’80 e ’90, in cui tanti dei suoi prodotti erano apprezzati in tutto il mondo.
Il declino del Sol Levante nel campo dei videogiochi, fenomeno ormai di massa che il Giappone ha contribuito a edificare, rilanciare e innovare costantemente, è sempre più evidente in un mondo profondamente cambiato, in cui i nuovi competitor hanno alle spalle realtà economiche titaniche o la freschezza di nuovi sistemi produttivi, capaci di lanciare sul mercato titoli complessi ad alto budget, quando non altissimo.
Per chi non ce la fa c’è la chiusura totale o l’assorbimento, per uno scenario complessivo che di fatto perde realtà storiche e al tempo stesso opportunità: dobbiamo aspettarci un futuro in cui a creare videogiochi saranno soltanto una manciata di software house?
Un po’ di storia
I polverosi archivi di ITG segnalano la nascita di Hudson Soft nel remoto 1973 (a quel tempo conosciuta col nome di Honeybee Soft Company, il cui unico lascito concreto è la piccola ape nello storico logo): esattamente come Nintendo i primi prodotti ad essere immessi sul mercato avevano a che fare in modo relativo con quello che sarebbe arrivato di lì a poco, limitandosi alla vendita di prodotti per le telecomunicazioni e fotografie artistiche. La corrente comincia a cambiare nel 1975, quando la compagnia sbarca nel mondo dei prodotti per PC, aprendo nuove strade che sfociano nel 1978 nell’approdo all’industria del videogioco.
Nonostante abbia sviluppato titoli per moltissime piattaforme, alcune delle quali finite nel “dimenticatoio” (NEC PC-8801 MSX, ZX Spectrum) è dalla partnership con Nintendo che il frutto del loro duro lavoro comincia a farsi interessante.
Sono i primi anni ’80 e diventare una delle terze parti più sfruttate dalla casa di Kyoto era un notevole privilegio, sia per il mercato giapponese che per il resto del mondo: la diffusione del NES era inarrestabile, la macchina era perfetta e la distribuzione dei titoli, pur considerando i tempi, assolutamente capillare. Serviva una bomba che facesse esplodere il nome Hudson e quella bomba stava per arrivare, portata da un buffo omino bianco: era scoccata l’ora di Bomberman!
Bomba… bomba… datemi una bomba!
Parlare di Bomberman e del suo successo inossidabile è abbastanza superfluo, perchè da una parte tutti lo conoscono e dall’altra circa 70 titoli nel corso degli anni, tutti più o meno fedeli all’originale, sono lì a dimostrare che siamo davanti a un peso massimo. Questo capolavoro serve però a dimostrare quale sia stata in quegli anni la portata innovatrice di Hudson: lanciato per la prima volta su MSX nel 1983, sbarca su NES nel 1985 e cambia per sempre la storia della compagnia.
Alcune versioni permettevano l’incredibile feature del multiplayer simultaneo a 4 giocatori, concettualmente e praticamente un’opportunità epocale e poco sfruttata dagli sviluppatori del tempo (da ricordare a questo proposito l’orrido multitap a forma di testa di Bomberman per la versione SNES).
Milioni di copie e di seguiti dopo, il piccolo bombarolo riscuote ancora successo a ogni incarnazione, ma non è l’unico prodotto che meriti di essere qui ricordato.
Altra perla di Hudson fu Lode Runner, titolo capace come pochi di farmi sentire un vecchietto del videogioco: spiegare a un ragazzo di adesso quanto fosse avvincente è impresa per me improba, per cui vi lascio un video abbastanza esplicativo, tratto dalla versione NES:
Orrido vero? Eretici!
Oltre a Lode Runner e stringendo di molto il discorso, non possiamo non ricordare in questa sede il successo di Adventure Island, nato come versione casalinga di Wonder Boy di SEGA di cui ha continuato a replicare la formula anche quando il più famoso parente si era spostato su lidi ruolistici, di Star Soldier, di Dungeon Explorer, e di Momotaro Dentetsu, che in qualche modo riaffermava l’amore della software house verso il mondo dei treni (il nome Hudson fu scelto in omaggio a una locomotiva molto ammirata dai fondatori).
Inutile parlarvi poi di Faxanadu, dato che è presente in bella mostra nel nostro ritorno alle origini: 10 giochi per NES da (ri)Scoprire [parte 2] .
Si comincia con gli alti e bassi
Il 1987 è una data molto cara a Hudson, che da tempo cercava l’affiancamento di un partner per lo sviluppo di una console domestica “propria”. L’occasione per la proficua alleanza fu data dalla volontà di NEC di “mangiare” un pezzetto di mercato dei videogiochi: da questo connubio nacque una macchina leggendaria, se non altro perchè quasi introvabile dalle nostre parti: il PC Engine (Turbografx 16 negli USA e Turbografx per le pochissime unità distribuite in Europa).
Questo gioiellino era perfettamente a suo agio nella dimensione che si stava per spalancare con SNES e MegaDrive, almeno da principio, grazie ai sontuosi 8 bit ma soprattutto al chip grafico da 16 bit.
Dovessi tornare con la memoria a quegli anni due titoli si staglierebbero dalle pagine delle varie riviste di videogiochi a questo proposito: Parodious e R-Type. Entrambi sparatutto con astronavi, entrambi capolavori replicati perfettamente sulla nuova macchina da gioco e affiancati dal meglio che il campo potesse offrire all’epoca: Altered Beast, Bonk’s Adventure, Turrican, Street Fighter 2.
Mentre le cose andavano alla grande in Giappone, la spietata concorrenza di MegaDrive (SEGA spinse dannatamente sul marketing negli USA, piazzando la sua macchina in ogni casa) e SNES (se parliamo di capolavori….) fiaccava le forze del piccolo samurai in America, lasciandolo relegato al ruolo di terzo incomodo, per quanto di valore.
Pur continuando a sviluppare per ogni piattaforma quindi, Hudson aveva finalmente una macchina su cui sbizzarrirsi, e così fece per molto tempo. almeno fino a quando non cominciarono i guai veri.
Oltre alla feroce concorrenza, c’era un problema che non era stato calcolato a dovere: i gusti occidentali. La maggior parte del catalogo del Turbografx presentava decine di titoli di spirito, ispirazione o ambientazione nipponica e spesso questi non andavano incontro ai gusti del pubblico americano. Troppo tempo fu perso prima di procedere alle suddette conversioni e il divario di risorse, idee e opportunità rispetto agli avversari cominciava a farsi pesante.
Approdata nel 2000 in Borsa, la compagnia vide una lunga serie di alti e bassi e il primo contatto vero e proprio con Konami, che in un attimo divenne uno degli azionisti più influenti. Nel contesto di uno “scambio” che portò a Hudson l’acquisto della divisione di Sapporo di Konami Computer Entertainment Studio nacque l’Hudson Studio, legando ancor di più le due realtà.
Dal 2005 Konami è diventata azionista di maggioranza di Hudson, forte del 53,9 delle azioni, ma ha sempre lasciato che proseguisse nei suoi progetti in modo più o meno indipendente, per quanto fortemente controllato (con Nintendo in veste di publisher non possiamo tralasciare il successo dei Mario Party, crollati sotto il peso della povertà di mezzi e della mancanza di freschezza negli anni ma di sicuro valore alle prime uscite, ma sarebbe crudele escludere dalla panoramica anche la serie di Bloody Roar, adorata dai fanatici di Playstation).
Gennaio 2011 sancisce l’inizio della fine, con l’acquisto globale da parte di Konami, penultimo atto prima che una gloriosa casa dei sogni venga inglobata e sparisca per sempre, almeno dagli scaffali. Perchè nei ricordi di chi c’era e ha vissuto questa intensa cavalcata, Hudson Soft avrà sempre un posto speciale.
Vi lascio con due link interessanti per approfondire ulteriormente la gloriosa storia dietro a un logo con un’apetta:
McFerran, Damien (2008). "Hudson Profile - Part 1 (RG)" Issue 66. Retro Gamer Magazine. pp. 68–73. McFerran, Damien (2009). "Hudson Profile - Part 2 (RG)" Issue 67. Retro Gamer Magazine. pp. 44–49.






BElla MAXXXX!!!!
Questi sono gli articoli tuoi che vogliamo leggere.
Certo Hudson comunque, negli ultimi tempi, non aveva fatto davvero niente.
Ma ai tempi del NES, beh, Faxanadu
Altro sipario che si chiude sulla memoria e sulla storia di un’altra storica software house…
Bell’articolo ed immancabile lacrimuccia: altro pezzettino della mia gioventù che se ne va….
Credo che il cammino di Hudson rappresenti in maniera piuttosto fedele i termini in cui il mercato si è evoluto( ? ) nel corso degli anni.
Riguardo al PC Engine, beh….quante volte il piccolo brema, sfogliando le riviste dell’epoca, ha spalancato con stupore gli occhioni davanti alle immagini dei titoli presenti sulla macchinetta NEC….