“Se un tizio sale su un palco a Carnegie Hall e attacca a vomitare, stai tranquillo che troverai sempre qualcuno che la chiama arte!” Woody Allen.
Parto da questa citazione per sciorinare impietosamente l’argomento che ho deciso di trattare nella mia incompresa, odiata, poco seguita rubrica. Non fraintendetemi, non è un impietosire da espressione felina e nemmeno un mettere le mani avanti, ma sono allergico alla finzione e piuttosto che stare male, preferisco esternare i miei pensieri, anche se poco consoni a qualsiasi ambito preconfezionato dai canoni volubili della nostra società. Wow, quante parole!
Sono qui a supporto della mia (anti)Recensione di I Am Alive e ripeto, non per giustificarmi, ma per estendere un concetto che ho cominciato a esporre nel corso della mia sfrontata analisi. Prima di scrivere il pezzo, alla ricerca d’ispirazione giunta solamente davanti a un poco virile caffè al ginseng ordinato in un pub, ho vagato per il web sbirciando le opinioni altrui. Questo probabilmente è stato male, perché ha dato benzina a una critica feroce. Come avrete ben capito non vado d’accordo con l’ipocrisia spicciola. I Am Alive non merita le lodi di molti recensori e trovo quantomeno ridicole le stimolazioni falliche attorno al concetto di arte videoludica.
Avrei potuto farlo anch’io, sapete? Ne sono capace. I Am Alive è uno squisito connubio di arte visiva e viscerale senso di abbandono, che nei suoi chiaroscuri costringe il giocatore a un’avventura survival di rara fattura. Et voilà. La torta di m@#*a è servita.
Ho trovato molto più onesto svolgere la personale delusione di un titolo che in realtà è molto fumo – ridete, è una battuta! – e poco sviluppo. Non c’è arte, non c’è un concetto di classico survival, non c’è un ritorno alle origini, c’è solo un impiegato della Ubisoft impregnato di eau d’umido e con la classica buccia di banana poggiata sulla spalla o in testa, a ravanare nel cassonetto dietro gli uffici della Darkworks.
Leggo di coinvolgimento, di caratterizzazione psicologica del personaggio e chilometri di tela tessuta in favore di un esercito di proci che, battendo il membro gonfio alle porte della redazione, non vede l’ora di strappare il lavoro e approfittarsi dell’ignaro redattore. Mi piacerebbe lanciare un appello, ma dall’alto del cavallo malato di alopecia che io, eroicamente, cavalco a pelo, non posso che imbracciare una tastiera e sputare il mio disagio sulle pagine di ITG. Allora mi rivolgo a voi, voi videogiocatori, voi che siete il sangue e la linfa del nostro correre e redazionare, voi che ci mettete al centro delle vostre critiche e degli umori nerd a volte troppo ormonali: non siete stufi di sentire parlare d’arte?
Come potete leggere e ingoiare montagne di caratteri montati ad arte??? per incoraggiare l’acquisto – anche se economico – di un titolo che se non riportasse il marchio Ubisoft, starebbe in uno scantinato a leccarsi le ferite?
Come potete fidarvi, di chi si affida all’opinione generale o di molti, se volessi essere particolarmente epico, per elogiare un gioco che, chiamato a rispettare la parola appena utilizzata, dovrebbe divertire e giacché intrattenimento … intrattenere, magari.
Parlo di arte anch’io! L’ho fatto e lo farò ancora, ma sempre con i giusti toni. Parlo di capolavoro quando mi trovo davanti a una produzione che, in tutte le sue caratteristiche, è capace non solo di farsi giocare con partecipazione, ma di provocarmi improvvisi incidenti umidi nelle mutande. Tesso lodi ed entusiasmi per Portal; per Borderlands, una produzione che non ci si aspettava e poi pufff, si materializza un riuscito connubio di generi, capace di proporre qualcosa di nuovo; per un Bioshock, macchinazione mentale e videoludica folle quanto ingegnosa; per Fallout 3; per Assassin’s Creed 2; per Max Payne, giocato e rigiocato senza noia, rimanendo sempre più ammaliato dai fantastici intermezzi; per Monkey Island, un punta e clicca stupendo e animato da un umorismo raro; per Mass Effect e molti altri titoli. Potrei passare giorni, in vostra compagnia, a elencare pionieristiche scoperte videoludiche degne di essere chiamati capolavori e quindi opere d’arte. Beni da proteggere e preservare.
Ultimamente, però, pare che il significato di queste parole stia scadendo e si tenda a giustificare alcuni goffi tentativi d’intrattenimento, con la connotazione artistica. Noi non capiamo, siamo idioti. Non possiamo comprendere la loro mente illuminata e superiore che va oltre il giocare, il tempo, lo spazio e l’eterno. Insomma, siamo stronzi noi.
Sapete cosa vi dico? Ci sto! Li ringrazio e gli faccio un complimento che gli sarà familiare. Siete opere d’arte!




Kal oggi mi hai tirato giu il crudo di Parma che mi penzolava davanti agli occhi
altro che fette di salame.
Si perché effettivamente si sente parlare di opera d’arte un po ovunque e a volte ci facciamo propinare la merda come opera da avere e poi… È tardi sei giá stato fregato.
Penso nel mio caso a Flower, poesia qui, opera d’arte là… Lo scarico approfittando di una innocente offerta e e dopo un minuto di gioco mi scappa “embè? Tutto qui? Devo roteare il dualshock come un asino per far sbocciare due tulipani?”
Tasto PS
Esci dal gioco: Flower.
Ti ringrazio per le fette di crudo e che fa, lasssio?
Battutaccia scontata! Eheh
Ultimamente ritengo si stia abusando di un termine e uno scudo morale che noi stessi ci siamo creati. Abbiamo tanto voluto elevare il videogame a qualcosa di più, abbiamo tanto cercato il rispetto, come hanno cercato e ottenuto altre arti prima di questa, e proprio ora, quando intravediamo uno spiraglio, smontiamo tutto.
Arte, ok, ma deve andare a braccetto con videoludere, con il dover divertire, stimolare e intrattenere. Uno dei più grossi vanti di un nerd è quello da avere un cervello più predisposto a ragionamenti dinamici e cose di questo tipo e poi … Al cospetto del nulla, prendiamo a leccarci la stanghetta degli occhiali e a parlare d’arte, di concetto, di immagini, suoni, esperienze … Basta, è troppo!
[video=youtube;k5L0OGEJSNE]http://www.youtube.com/watch?v=k5L0OGEJSNE[/video]
“[I]E siamo arrivati davanti, nientemeno, a Tom Wesselman…[/I]“
Io penso che il concetto di artistico, colpa anche l’arte concettuale e molte puttanate meno nobili, si sia pesantemente spostato dalla realizzazione alla evocazione e quindi applicabile bellamente a fin troppe cose. Purtroppo il concetto di artistico è molto simile al poetico, al politico, al filosofico…concetti contenitore che si sono plasmati e modificati in continuazione insieme all’orizzonte culturale di una civiltà. Quindi un videogioco bello può far cadere un recensore o un giocatore nel commento facile, nell’appellarsi ad uno di questi appellativi.
Io resto dell’idea che esista un arte del videogioco, che all’interno di un medium profondamente trans-multi mediale come il videogioco esista anche l’incontro di più arti che concorrono alla creazione di un’esperienza…su questa possiamo parlare di arte e poesia.
In più mi sono rotto le palle, scusate il francesisimo, del pensiero che solo le cose astratte, profondamente metafisico-concettuali, nonché semi-incomprensibili abbiano l’esclusiva di queste accezioni.
In compenso questo post va quotato in quanto arte.
Ti contesto solo quel “politico” fra poetico e filosofico che proprio non ci sta!
Chiusa parentesi che non ho aperto!
Sono comunque d’accordo con te sul francesismo e sul concetto che ci sta dietro, ma soprattutto su questa mania di chiamare arte qualsiasi cosa sia concettualmente una cagata. Esempio? Lo rubo a Gidantribal, Flower!
Volevo risparmiarvelo, ma alla fine ho ceduto.
Tempo addietro scrissi un articolo a riguardo, anche piuttosto corposo. Ma tale questione è una di quelle che difficilmente è possibile esaurire, perciò di tanto in tanto va aggiunta qualche piccola sfumatura.
In Italia esiste una realtà denominata Neoludica, composta da gente che ho avuto il piacere di conoscere di persona e che, devo ammettere, mi ha fatto una bella impressione. Voglio dire, non sono affatto d’accordo con le loro posizioni, ma mi pare di aver scorto passione in ciò che fanno, seppure a mio parere abbiano “sconfinato” in un settore che a priori non gli appartiene.
I due responsabili, di cui non ricordo ahimè i nomi (e di questo chiedo scusa ai diretti interessati, qualora ci leggessero), sono rispettivamente uno storico ed una critica d’arte. Non è un caso se ho posto questa premessa. Intendo dire che probabilmente loro, quasi per una sorta di “deformazione professionale”, hanno visto qualcosa che a noi, che i videogiochi li abbiamo per lo più giocati, è sfuggita.
Tuttavia questo in parte legittima la loro missione, che in fondo è quella di fornire degli spunti adatti alla definitiva consacrazione del mezzo quale pratica non semplicemente ‘ludica’, bensì ‘neoludica’ – quasi ad indicare uno stadio evolutivo successivo, in cui il gioco si fa Arte e l’Arte si fa gioco.
Ecco, avendo loro intrapreso questa strada non da videogiocatori duri e puri, ammetto di essere quantomeno ben disposto nell’ascoltare cosa hanno da dire. Ma al di fuori della loro categoria, peraltro particolare, è difficile trovare voci plausibili. Nel disperato inseguimento di questa legittimazione artistica, giocatori, critici e game designer vivono in uno stato di continua ansia da prestazione, se così si può dire. Nei giocatori, poi, certe affermazioni fanno ancora più specie; quasi sorridere fanno.
Il videogiocatore che rifiuta l’Arte vera perché la ritiene “noiosa” non ha alcun diritto, prima ancora che alcun credito, nel ribadire sistematicamente con tono sprezzante, “il Videogioco è Arte”. Non può, non gli compete. Qui stiamo entrando in un terreno impervio, quindi cerco di fare marcia indietro di nascosto. Perché è chiaro che anche se domani venisse da me colui che viene considerato il maggior critico d’Arte al mondo, incensato da tutti e dovunque, urlandomi in faccia che sì, il videogioco è Arte, beh… accennerei un sorriso e mi dirigerei verso la direzione opposta. Ma non si possono sentire quelli che vorrebbero legittimare sé stessi appioppando al videogioco tale etichetta, solo per quel prurito che li spinge voler elevare le ore spese davanti a un monitor. E’ mancanza di autenticità: se vuoi giocare gioca, se ti vuoi intrattenere con amici e conoscenti vantandoti degli ultimi 1000 punti sbloccati come fa un pazzo che ha appena visto un puntino su una tela è un altro discorso. Entrambi starete parlando di nulla.
Il videogioco può essere Poesia, così come lo può essere pressoché qualunque cosa. La Poesia è anche Arte, ma da questo assunto non ne possiamo certo ricavare un percorso strettamente logico. Ora come ora il medium sta vivendo la propria fase di massificazione su larga scala, un po’ come avvenne col cinema più o meno a cavallo tra gli anni ’40 e ’50, suppongo. Ma a detta dei maggiori cineasti, già negli anni ’20 era stato detto tutto quanto a linguaggio. Il videogioco, in tal senso, ha ancora ampi margini, ma bisogna chiedersi fino a che punto non ne uscirebbe snaturato.
Se guardiamo a periferiche come quelle atte al motion-control, per esempio, ci accorgiamo che, bello o brutto, è qualcosa di diverso. Non sto valutando la portata del fenomeno, non mi sto producendo in astruse divinazioni, né mi sto soffermando su giudizi di merito. So solo che giocare con qualcosa tra le mani è un conto e giocare spostando aria è un altro. Stiamo pur sempre giocando, ma allora la pura azione del ‘giocare’ sarebbe davvero l’unica discriminante del videogioco. Eppure sappiamo che non è così, perché anche ‘nascondino’ presuppone tale atto, eppure non lo accomuneremmo mai al videogiocare. Ecco allora, la discriminante è quel ‘video’. Finché si gioca su video è videogioco. Sembra quasi uno scioglilingua, ma bisogna che ci si soffermi su queste cose.
Non possiamo definire a quale categoria il videogioco appartenga se non sappiamo nemmeno cosa sia. Ho una marea di idee, termini e definizioni che mi frullano per la testa, ma così su due piedi faccio fatica. C’è chi l’ha accomunato alla pittura, per esempio, per via del pannello, di fatto una cornice. Sì ma la grandezza della Pittura, tra le altre cose, mi pare poggi su quell’attimo “eterno” che cattura; quell’attimo che, da solo, racconta un mondo. Così è la Fotografia. Ma con il Cinema già le cose cambiano.
In quest’ultimo caso, perdonate l’autocitazione, mi torna in mente un altro articolo che scrissi qui su ITG. In esso sostenevo che al Videogioco manca ciò che per il Cinema è il Montaggio. Il Cinema, semplicemente, non sarebbe Arte senza il Montaggio. Non importa di quale Montaggio si parli, ma la necessità stessa di dover legare più sequenze l’una all’altra per dare un qualunque senso è stato ciò che ha elevato questo medium al rango di Arte.
Qualcuno allude all’interattività, che è un gran bell’esempio, ma a mio parere ancora deboluccio. Sarei stato disposto a tenere in maggior considerazione tale componente qualora, ipoteticamente, un videogioco mi desse da principio la possibilità di creare il mio videogioco. Ma sappiamo bene che l’interattività in questione è altamente limitata, ed alla fine ci si trova pur sempre a camminare su binari prestabiliti, quale che sia il gioco, quale che sia il genere. Per questo chi getta discredito su titoli come quelli sportivi, specie se di calcio, dovrebbe ragionare con un po’ più d’attenzione. A dispetto di bug, magagne tecniche e limiti di vario tipo, c’è molta più libertà lì che pressoché in qualunque RPG. Vi basti pensare questo: un gioco di ruolo potete rigiocarlo quanto volete, sia che duri 40 ore, sia che ne duri 200. Uno di calcio, invece, lo giocherete sempre per la prima volta. Vero, alla lunga potreste abituarvici e quindi contribuire all’esaurimento di quello strano effetto che fa all’inizio, ma c’è pur sempre la possibilità di giocare con un amico/a. In ogni caso, all’inizio di ogni partita avrete solo una vaga idea di ciò che vi aspetta… ma mai riuscirete preventivamente a sapere cosa succederà l’istante immediatamente successivo.
C’è da mettersi le mani nei capelli: un altro elemento… il multiplayer! E’ nato quasi insieme a questo mezzo, e chi già giocava ai tempi di Pong lo sa meglio di altri. Tuttavia è adesso che sta vivendo un vero e proprio periodo di gloria. Anche chi prima non lo prendeva in considerazione, con i vari servizi online ha addolcito la propria posizione. Non do numeri, ma penso che oramai una grossa, grossa fetta di possessori di console appartenenti all’attuale generazione abbiano anche solo provato a giocare online per più di una volta. Qualcuno sarà anche rimasto indifferente, tornando sui propri passi, ma altri hanno letteralmente scoperto un mondo, novelli Cristoforo Colombo.
Che il passo successivo di questo settore, ontologicamente inteso, non passi anche attraverso tale componente, dunque? E’ solo un altra carta in tavola, una tra le tante. Quel che è bene capire è che il processo è in atto, sì, ma è ancora lungo. E se non è lungo il processo, pare che lo sia il nostro iter di acquisizione circa una chiara consapevolezza di come stanno le cose.
Voi citate Flower, che tra tutti mi pare fra gli equivoci più accettabili, quello da cui è certamente consentito farsi trarre in inganno. Ma quando leggo Arte associato ad un qualunque Assassin’s Creed, solo perché le città sono riprodotte in maniera magistrale, allora sì che ho la certezza riguardo ad una certa arretratezza di pensiero. Se il videogioco, per essere considerato Arte, necessita indispensabilmente di vivere di un riflesso così forte e totalizzante, allora la questione è già bella che chiusa. Per fortuna, però, non è così, e l’artisticità intrinseca in titoli come Journey – o come lo stesso Flower – ci dicono che esistono ancora territori inesplorati su cui bisogna far luce. Solo quando – e se – saremo in grado di vedere il pianeta Videogioco come si guarda la Terra dallo Spazio potremo pure asserire che la sua forma è sferica, e quindi trarre qualche conclusione – per esempio, che è un pianeta. A meno che non salti fuori un nuovo Galileo e riesca a dimostrarcelo senza aspettare che qualcuno si industri su come raggiungerlo questo spazio, s’intende.
Potevi metterlo in copertina invece che come commento XD
In Black Veritas! Giusto per dire che condivido il commento scherzoso!
Wow, ottimi argomenti, solo che, per come la vedo io, stai un po’ complicando il pane. Hai preso troppe cose. Doveva essere una michetta, non uno sfilatino con carne di bufalo estinto e gocce d’ambrosia
Hai scritto un pezzo più lungo del mio e molto intelligente. Quello che io rimprovero è l’accostamento di astruse riflessioni e concetti artistici a titoli come I Am Alive. Ho letto parole di profonda concezzione dell’animo umano in un titolo che è semplicemente un Survival e per giunta lo incarna … SEMPLICEMENTE e male, non dimentichiamoci il male!
Arte? Penso a un tizio sordo che guarda i tasti d’avorio di una tastiera e ci vede della musica.
A dire il vero ci avevo pensato (parlo della Copertina), e questi vostri commenti non fanno che persuadermi verso questa direzione.
Quanto al papello, hai ragione tu, Kal. Non ho avuto il buon gusto di capire che tre tipi di salumi in un solo panino sono tutt’altro che indice di eleganza. Senza contare che intendevi “tirare le orecchie” ad alcuni, mentre io a qualcuno di più. Ma in fondo ci si vuole più bene qui, tra le mura del videoludo, che altrove, quindi ben vengano gli amorevoli richiami.
Per le mutande di un alieno in dissenteria! Non era un richiamo!
Era una constatazione – consiglio. Cioè, il commento è lungo, troppo e ampio. Al tempo stesso è anche intelligente e prende dentro alcuni argomenti da meritare un pezzo a se stante
Poi, sul complicare il pane, mi riferisco proprio alla mia tirare d’orecchie, che si riassume nella citazione di Allen … mi fa spaccare! LOL
Mea culpa, mi sono spiegato male.
Entrambi saremmo i ‘richiamanti’, mentre tutti gli altri sarebbero i ‘richiamati’…
Nulla a che vedere col tuo appunto inerente al mio intervento, insomma.
A breve in copertina, comunque. Se non sarà gradito condividerò le colpe con voi, però…
Misunderstanding TOTALE!
Condivideremo la colpa, saremo al tuo fianco … a meno che non ci sia Futurama in Tv, altrimenti …