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Sembra Arte ma non è… serve a darti l’allegrìa [videogiochi artistici o Arte videoludica?]

Sembra Arte ma non è… serve a darti l’allegrìa [videogiochi artistici o Arte videoludica?]

Volevo risparmiarvelo, ma alla fine ho ceduto.

Così ho attaccato il mio intervento in risposta ad un gustoso articolo del collega Alessandro (Dirty Sexy Games: arte videoludica? forse improprio! [redazioni che vi adescano analmente]). Più avanti, perciò, trovate sostanzialmente alcuni spunti stimolati da quella lettura, più qualche leggerissimo ritocco qua e là. Chi lo sa? Magari questo ripescaggio potrebbe anche tornare utile in qualche maniera. In ogni caso, onde evitare di perdersi, vi consiglio caldamente la lettura dello scritto sopra citato.

Tempo addietro scrissi un articolo a riguardo, anche piuttosto corposo (Prendi l’Arte… ma puoi anche metterla da parte [Videogiocatori e Dintorni: parte prima]). Ma tale questione è una di quelle che difficilmente è possibile esaurire, perciò di tanto in tanto va aggiunta qualche piccola sfumatura.

In Italia esiste una realtà denominata Neoludica, composta da gente che ho avuto il piacere di conoscere di persona e che, devo ammettere, mi ha fatto una bella impressione. Voglio dire, non sono affatto d’accordo con le loro posizioni, ma mi pare di aver scorto passione in ciò che fanno, seppure a mio parere abbiano “sconfinato” in un settore che a priori non gli appartiene.

I due responsabili, di cui non ricordo ahimè i nomi (e di questo chiedo scusa ai diretti interessati, qualora ci leggessero), sono rispettivamente uno storico ed una critica d’arte. Non è un caso se ho posto questa premessa. Intendo dire che probabilmente loro, quasi per una sorta di “deformazione professionale”, hanno visto qualcosa che a noi, che i videogiochi li abbiamo per lo più giocati, è sfuggita.

Tuttavia questo in parte legittima la loro missione, che in fondo è quella di fornire degli spunti adatti alla definitiva consacrazione del mezzo quale pratica non semplicemente ‘ludica’, bensì ‘neoludica’ – quasi ad indicare uno stadio evolutivo successivo, in cui il gioco si fa Arte e l’Arte si fa gioco.

Ecco, avendo loro intrapreso questa strada non da videogiocatori duri e puri, ammetto di essere quantomeno ben disposto nell’ascoltare cosa hanno da dire. Ma al di fuori della loro categoria, peraltro particolare, è difficile trovare voci plausibili. Nel disperato inseguimento di questa legittimazione artistica, giocatori, critici e game designer vivono in uno stato di continua ansia da prestazione, se così si può dire. Nei giocatori, poi, certe affermazioni fanno ancora più specie; quasi sorridere fanno.

Il videogiocatore che rifiuta l’Arte vera perché la ritiene “noiosa” non ha alcun diritto, prima ancora che alcun credito, nel ribadire sistematicamente con tono sprezzante: “il Videogioco è Arte”. Non può, non gli compete. Qui stiamo entrando in un terreno impervio, quindi cerco di fare marcia indietro di nascosto. Perché è chiaro che anche se domani venisse da me colui che viene considerato il maggior critico d’Arte al mondo, incensato da tutti e dovunque, urlandomi in faccia che sì, il videogioco è Arte, beh… accennerei un sorriso e mi dirigerei verso la direzione opposta. Ma non si possono sentire quelli che vorrebbero legittimare sé stessi appioppando al videogioco tale etichetta, solo per quel prurito che li spinge voler elevare le ore spese davanti a un monitor. E’ mancanza di autenticità: se vuoi giocare gioca, se ti vuoi intrattenere con amici e conoscenti vantandoti degli ultimi 1000 punti sbloccati come fa un pazzo che ha appena visto un puntino su una tela è un altro discorso. Entrambi starete parlando di nulla.

Il videogioco può essere Poesia, così come lo può essere pressoché qualunque cosa. La Poesia è anche Arte, ma da questo assunto non ne possiamo certo ricavare un percorso strettamente logico. Ora come ora il medium sta vivendo la propria fase di massificazione su larga scala, un po’ come avvenne col cinema più o meno a cavallo tra gli anni ’40 e ’50, suppongo. Ma a detta dei maggiori cineasti, già negli anni ’20 era stato detto tutto, quanto a linguaggio. Il videogioco, in tal senso, ha ancora ampi margini, ma bisogna chiedersi fino a che punto non ne uscirebbe snaturato.

Se guardiamo a periferiche come quelle atte al motion-control, per esempio, ci accorgiamo che, bello o brutto, è qualcosa di diverso. Non sto valutando la portata del fenomeno, non mi sto producendo in astruse divinazioni, né mi sto soffermando su giudizi di merito. So solo che giocare con qualcosa tra le mani è un conto e giocare spostando aria è un altro. Stiamo pur sempre giocando, ma allora la pura azione del ‘giocare’ sarebbe davvero l’unica discriminante del videogioco. Eppure sappiamo che non è così, perché anche ‘Nascondino’ presuppone tale atto, eppure non lo accomuneremmo mai al videogiocare. Ecco allora, la discriminante è quel ‘video-’. Finché si gioca su video è videogioco. Sembra quasi uno scioglilingua, ma bisogna che ci si soffermi su queste cose.

Non possiamo definire a quale categoria il videogioco appartenga se non sappiamo nemmeno cosa sia. Ho una marea di idee, termini e definizioni che mi frullano per la testa, ma così su due piedi faccio fatica. C’è chi l’ha accomunato alla pittura, per esempio, per via del pannello, di fatto una cornice. Sì ma la grandezza della Pittura, tra le altre cose, mi pare poggi su quell’attimo “eterno” che cattura; quell’attimo che, da solo, racconta un mondo. Così è la Fotografia. Ma con il Cinema già le cose cambiano.

In quest’ultimo caso, perdonate l’autocitazione, mi torna in mente un altro articolo che scrissi qui su ITG (Videogiochi: cronache di un lungo piano-sequenza?). In esso sostenevo che al Videogioco manca ciò che per il Cinema è il Montaggio. Il Cinema, semplicemente, non sarebbe Arte senza il Montaggio. Non importa di quale Montaggio si parli, ma la necessità stessa di dover legare più sequenze l’una all’altra per dare un qualunque senso è stato ciò che ha elevato questo medium al rango di Arte.

Qualcuno allude all’interattività, che è un gran bell’esempio, ma a mio parere ancora deboluccio. Sarei stato disposto a tenere in maggior considerazione tale componente qualora, ipoteticamente, un videogioco mi desse da principio la possibilità di creare il mio videogioco. Ma sappiamo bene che l’interattività in questione è altamente limitata, ed alla fine ci si trova pur sempre a camminare su binari prestabiliti, quale che sia il gioco, quale che sia il genere. In fin dei conti, se vogliamo, anche la TV è “interattiva“, specie da quando esiste quello strumento chiamato telecomando. Eppure nessuno, spero, ha mai anche solo sognato di definire la Televisione Arte in sé e per sé.

Per questo chi getta discredito su titoli come quelli sportivi, specie se di calcio, dovrebbe ragionare con un po’ più d’attenzione. A dispetto di bug, magagne tecniche e limiti di vario tipo, c’è molta più libertà lì che pressoché in qualunque RPG. Vi basti pensare questo: un gioco di ruolo potete rigiocarlo quanto volete, sia che duri 40 ore, sia che ne duri 200. Uno di calcio, invece, lo giocherete sempre per la prima volta. Vero, alla lunga potreste abituarvici e quindi contribuire all’esaurimento di quello strano effetto che fa all’inizio, ma c’è pur sempre la possibilità di giocare con un amico/a. In ogni caso, all’inizio di ogni partita avrete solo una vaga idea di ciò che vi aspetta… ma mai riuscirete preventivamente a sapere cosa succederà l’istante immediatamente successivo.

C’è da mettersi le mani nei capelli: un altro elemento… il multiplayer! E’ nato quasi insieme a questo mezzo, e chi già giocava ai tempi di Pong lo sa meglio di altri. Tuttavia è adesso che sta vivendo un vero e proprio periodo di gloria. Anche chi prima non lo prendeva in considerazione, con i vari servizi online ha addolcito la propria posizione. Non do numeri, ma penso che oramai una grossa, grossa fetta di possessori di console appartenenti all’attuale generazione abbiano anche solo provato a giocare online per più di una volta. Qualcuno sarà anche rimasto indifferente, tornando sui propri passi, ma altri hanno letteralmente scoperto un mondo, novelli Cristoforo Colombo.

Che il passo successivo di questo settore, ontologicamente inteso, non passi anche attraverso tale componente, dunque? E’ solo un altra carta in tavola, una tra le tante. Quel che è bene capire è che il processo è in atto, sì, ma è ancora lungo. E se non è lungo il processo, pare che lo sia il nostro iter di acquisizione circa una chiara consapevolezza di come stanno le cose.

Voi citate Flower, che tra tutti mi pare fra gli equivoci più accettabili, quello da cui è certamente consentito farsi trarre in inganno. Ma quando leggo ‘Arte’ associato ad un qualunque Assassin’s Creed, solo perché le città sono riprodotte in maniera magistrale, allora sì che ho la certezza riguardo ad una certa arretratezza di pensiero. Se il videogioco, per essere considerato Arte, necessita indispensabilmente di vivere di un riflesso così forte e totalizzante, allora la questione è già bella che chiusa. Per fortuna, però, non è così, e l’artisticità intrinseca in titoli come Journey – o come lo stesso Flower – ci dicono che esistono ancora territori inesplorati su cui bisogna far luce. Solo quando – e se – saremo in grado di vedere il pianeta Videogioco come si guarda la Terra dallo Spazio potremo pure asserire che la sua forma è sferica, e quindi trarre qualche conclusione – per esempio, che è un pianeta. A meno che non salti fuori un nuovo Galileo e riesca a dimostrarcelo senza aspettare che qualcuno si industri su come raggiungerlo questo Spazio, s’intende.

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14 Di risposte a “Sembra Arte ma non è… serve a darti l’allegrìa [videogiochi artistici o Arte videoludica?]”

  1. Hanamichi scrive:

    Limbo.

  2. Caro Antonio, come sempre un pezzo ottimo e condivisibile.
    Personalmente dopo essere stato tentato più volte di entrare nel merito della questione e aver desistito altrettante proprio in virtù delle molteplici difficoltà, prima fra tutte la definizione stessa di arte, che a tutt’oggi resta piuttosto discussa, ho deciso semplicemente che “per me è arte ciò che ritengo lo sia”.
    In pratica se un videogioco mi passa qualcosa che vada oltre ciò che si vede sullo schermo, se è in grado di modificare il mio stato d’animo, di farmi pensare e sentire ben oltre gli stretti confini dello schermo, se mi affascina per me è arte, perchè questo è ciò che l’arte in generale fa per me e su di me.
    Infine m’inserisco nuovamente sul discorso del montaggio, di cui già lessi con interesse a suo tempo, chiedendoti (e chiedendomi :) ) ora se al posto di un lungo piano sequenza il videogioco non possa invece essere visto come sequenza già montata, all’interno del quale però il giocatore che voglia renderla efficace deve (e qui mi riallaccio al concetto di “acting games”) recitare correttamente la sua parte.

  3. @NtonIo scrive:

    Anzitutto, buon Renato, condivido la tua “inadeguatezza” nel trattare la materia. In realtà anch’io mi ritrovo sempre a domandarmi fino a che punto sia in grado di sostenere un argomento di questo tipo, salvo poi buttarmi, letteralmente, perché in fondo vorrei che qualcuno tentasse di cavare un ragno dal buco quanto lo vorrebbe il sottoscritto.

    Permettimi di non condividere, però, la tua concezione di Arte. So di essere un po’ più vicino a cosa sia Arte rispetto a qualche tempo fa solo ed esclusivamente perché sono riuscito ad escludere qualcosa, e per me è già tanto. Tra tutte, l’esclusione più sentita e motivata è quella di una certa corrente di pensiero secondo cui sia Arte “tutto ciò che dà sensazione”. Se assistere, fare, ascoltare, leggere, osservare quella determinata ‘cosa’ provoca in me “qualcosa”, allora “per me” è Arte. Saggiamente tu alludi soprattutto alle sensazioni che seguono il compimento dell’atto in sé, non tanto quelle che avverti ‘durante’. E’ un buon punto di partenza, ma resta quanto ho scritto sopra.

    Perché, vedi, il problema non è tanto ciò che ‘provoca’ o ciò che ‘lascia’ una determinata opera, quale che sia la sua natura. Certo, chiunque, dotato di un minimo di buon senso, sa che un prodotto capace di tenerti cerebralmente ed emotivamente impegnato al di là di quel ‘hic et nunc’ della sua fruizione vale molto più di uno che, una volta “consumato”, ti lascia indifferente o quasi. No question about it!

    Il punto è, però, che assoggettare l’Arte a delle mere pulsioni, per quanto forti, mi pare un attimo mortificante. Per me l’Arte deve elevare, e per farlo, come giustamente rilevi tu, deve riuscire a farsi ‘trattenere’. Questo, per esempio, è uno dei motivi per cui il Videogioco, di per sé, non può ancora essere definito Arte. Insomma, per eterogenesi dei fini, proprio le tue considerazioni contribuiscono a “condannare” questo mezzo. Perché un qualunque videogioco, correggimi se non sei d’accordo, tende a “restarti” perché ha una bella trama, perché ti ha “insegnato” qualcosa o anche solo ti ha dato l’opportunità di ragionare su qualcosa a cui, prima di giocarci, non avevi pensato. Bene, ma se valuti più attentamente tali fattispecie, ti accorgi che, in fondo, il Videogioco ha dovuto servirsi di canali che, strutturalmente, non gli appartengono. Racconta una storia? Lo ha fatto già la Letteratura. La racconta tramite immagini? Pittura prima, Fotografia dopo. Si serve sì di immagini, ma in movimento? Cinema. A questo punto, tac… si erge l’interattività a paladino di questo settore. Ma come ho in parte tentato di dimostrare sopra, non basta quest’ultima quale discriminante in grado di decretare se il Videogioco sia “dentro o fuori”.

    Se, sotto un’altra prospettiva, più affine al tuo discorso, volessimo considerare il lascito di questa singola componente (l’interattività), il discorso sarebbe ancora meno complesso. Cosa genera, così, di primo acchito, la possibilità di “interagire” con ciò che vediamo sullo schermo? Anzitutto divertimento. Mi pare si tratti di una ‘condicio sine qua non’ che un gioco sia davvero tale se, in qualche misura, diverte. Che alcuni riscontrino divertimento nell’affettare goblin o spiriti della foresta (action), altri nel semplice comando di affettare goblin o spiriti della foresta (RPG), oppure nel tentare di spingere un pallone dentro una porta rettangolare (sportivo), poco importa. Se non ti diverte, semplicemente, quel gioco non ha assolto alla propria vocazione primaria.

    Bene, fatta questa premessa, e riallacciandomi a quanto scritto sopra, ti chiedo: il divertimento, in sé e per sé, si esaurisce, per forza di cose, con la dismissione dell’atto? Per me sì, e mi sembra chiaro come il sole. Spegni il pannello, posi il pad/tastiera/joystiq ed è finità lì. Da quel momento, fino a quando non ti rimpossesserai nuovamente di tutto quel materiale, il divertimento è solo un ricordo. In questo il videogioco è come il sesso: ne godi finché dura. Non potendolo replicare “efficacemente” nella tua testa e solo lì, ti devi letteralmente ‘dare’ a quell’attività ancora e ancora, affinché tu possa nuovamente sperimentare quelle sensazioni di cui, in svariata misura, sei “prigioniero”.

    Non a caso, per quanto mi riguarda, l’accostamento tra porno e videogioco appare sempre più azzeccato – almeno per ora. Del mero e solo pensiero di un bel paio di tette non me ne faccio nulla esattamente come non me ne faccio nulla del mero e solo pensiero di quanto è stato bello, che so?… correre su un tracciato di un fenomenale gioco di guida. Voglio dire, quanto posso campare col solo ‘pensiero’ prima di non sentire il fortissimo, tiranneggiante desiderio di tastare quel seno (mi limito a questo, visto che anche la sola palpata mi pare sia fine a sé stessa), oppure di sedermi pad o volante alla mano mentre sfreccio su qualche circuito?

    Chiudo, si fa per dire, tentando di venire incontro alla tua ultima, stimolante intuizione, ossia quella relativa al concetto di “acting games”. Come puoi ben vedere, anche qui le perplessità restano. Non perché tu abbia torto, ma proprio perché probabilmente dici bene. Una cosa alla volta, però.

    Restiamo sulla tesi di fondo: il Videogioco manca di peculiarità specifiche, che lo distinguono da tutte le altre Arti. Bene, a quanto pare tu implicitamente “emancipi”, se vogliamo, il Videogioco dal Cinema disancorandolo da una struttura che lo vede essenzialmente come un “lungo piano-sequenza”. E per farlo, alludi ad un prodotto costituito, essenzialmente, da una “sequenza già montata”. Posto che ciò sia vero, salvo non aver frainteso io, il problema resta. Spero di riuscire a farmi seguire. Tanto per cominciare non c’è piano-sequenza senza Cinema: questo linguaggio esiste fintanto che esiste un organo attraverso cui possa essere esplicitato, e nel caso del linguaggio ‘piano-sequenza’, l’organo è proprio il ‘Cinema’. Mi sembra fondamentale chiarire tale punto, perché così ci possiamo accostare al discorso ‘acting’ con maggiore disinvoltura.

    L’idea del videogioco come più o meno rigida “recitazione di un copione” già scritto mi convince. Ma, in tal caso, cosa aggiunge al Teatro o al Cinema stesso? Semmai toglie rispetto a quest’ultimi, perché il raggio d’azione è pur sempre troppo limitato. Un personaggio può e deve essere sistematicamente creato ex novo dall’attore, che in tal senso non solo può ma ‘deve’ sbizzarrirsi, attingendo dalla propria indole, dalle proprie doti etc. Prendiamo l’esempio di una tipologia di titoli aperti per definizione, ossia gli ‘open-world’ (di qualunque tipo, dall’action ad un RPG). Se registrassimo la mia e la tua partita, sicuramente, rivedendole, differirebbero in parecchie cose. Tu hai scelto di fare una missione ore prima che la facessi io; tu ci hai messo meno tempo perché sei più abile di me; io non ho scoperto alcune cose perché mi sono soffermato solo sulla trama; oppure, esempio limite, tu sai come finisce, mentre io no. Pensa a quest’ultima fattispecie, sempre più comune peraltro, giusto perché sono sempre di più quelli che giocano. Un altro grande limite del videogioco è che, potenzialmente, è quello che si presta più di qualunque Arte ad essere “interrotto”. Voglio dire, è chiaro che tu possa ascoltare una canzone a metà, vedere un film o un’opera teatrale a metà. Ma nessuno di questi procede, se procede, “a causa” tua. Se tu non premi pausa, il film va avanti lo stesso. Se tu non premi Start, ma smetti di “interagire”, quell’universo resta sospeso. In alcuni casi si blocca, letteralmente, in altri, semplicemente, non va avanti.

    In questo ne ha della recitazione, poiché se un attore si rifiuta di recitare la propria parte, gli eventi si bloccano. Ma recitare, lo ricordo, è soprattutto un mestiere, pagato o meno che sia. Giocare è un’attività diversa, magari ugualmente importante, ma profondamente diversa proprio nei suoi presupposti.

    Solo adesso mi rendo conto di non avere nemmeno risposto alla tua sagace domanda, e me ne scuso. Ma intanto sono solo in grado di dirti che, anche quando accostassimo il termine ‘acting’ a ‘games’, questo implicherebbe un prestito, di sicuro non una novità nata con questo mezzo.

    Ed anche qui, il videogioco non fa che scimmiottare, limitato pure nell’imitazione. Perché la libertà di un giocatore non sarà mai neanche lontanamente paragonabile, mediamente, a quella di un attore. Potrei anche tirare in ballo il concetto di ‘distrazione’, elemento che trascende il medium stesso. Il videogioco, più di qualunque altra espressione vagamente artistica, non solo è fra le più giovani ma anche fra le meno fortunate. E’ sorto in un’epoca di frenesia e confusione totale. Non si spiegherebbero diversamente gli ultimi due/tre secoli, arco temporale che non ha eguali. Mai come in questo lasso di tempo l’uomo è andato così avanti per poi regredire con altrettanta velocità. Solo in un simile contesto potevano nascere mezzi come il Cinema ed il Videogioco. E per capire quanto tali mezzi rechino inscritto nel proprio codice genetico il concetto di ‘frenesia’, ti basti prendere l’etimologia di Cinema (kinesis=movimento), a cui, mi pare, il concetto di ‘video’ (non l’etimologia, è chiaro), unito a quello ‘gioco’, è strettamente collegato. Non a caso, giusto o sbagliato che sia, quando diciamo che un film è ‘lento’ di certo alludiamo ad un difetto piuttosto che a un pregio.

    Il videogioco è frenesia allo stato puro, a mio modo di vedere. Questo, in ultima istanza, mi fa storcere un po’ il naso anche in merito al seppur timido e non pieno paragone con la pratica attoriale. Nessun bravo attore tratta il proprio personaggio come un qualunque giocatore tratta un videogioco. Il rapporto che si instaura in quest’ultimo caso potrà anche implicare una sorta di empatia, nel migliore dei casi, ma sarà sempre basato, nella stragrande maggioranza dei casi, su un ‘usa e getta’ unilaterale. Il videogioco puttana, noi clienti che paghiamo per usarlo. No, mi spiace, non può esserci Arte in questo.

  4. Strider Hiryu scrive:

    Prima di far riferimento a qualsiasi altro pensiero io possa aver espresso altrove sull’argomento, vorrei fare il punto su qualcosa che nella dissertazione di Antonio mi pare stia assurgendo al grado di equivoco. Mi riferisco a quel fattore di unicità del videogioco che tanto andiamo cercando e che in teoria, dovrebbe da solo legittimarne l’ingresso nel novero dell’Arte: dirsi “ok, nel videogioco trovano spazio questi elementi, ma in realtà sono riflessi di altre Arti”, vuol dire a mio parere restare bloccati in un pantano. Perchè in qualsiasi Arte c’è il riflesso d’altro, ed il Cinema stesso (che sovente prendiamo a riferimento perchè il videogioco ha ovvie analogie con esso) è debitore della Danza, della Pittura, della Poesia o della Musica. Trovo che le forme più uniche d’Arte, gli atomi di questa strana ed elevata istanza della cultura, siano già stati individuati, e che dal Cinema in poi si sia cominciato a ricombinarli in “molecole” più complesse. In altre parole, lo stesso concetto d’Arte è cambiato per stratificazione e per sovrastrutturazione, non è più quello della classicità.

    Adesso, è lecito pensare che questi processi vadano a detrimento dell’Arte stessa? No, perchè se al Cinema è stato riconosciuto lo statuto di Arte pur essendo evidentemente il prodotto di una combinazione che ha nel montaggio il suo coesivo, serve che anche ad altre forme di espressione nate in maniera analoga venga concesso quantomeno il beneficio del dubbio. Diamo un’occhiata alla faccenda prefissandoci un obiettivo, che in questo caso consisterebbe nel trovare le tracce del videogioco in quel territorio che sta oltre il mero medium, nell’accezione più tecnica del termine, ed il valore commerciale/utilitaristico che può acquisire. Prestiamo attenzione a questi due elementi, perchè a ben vedere, tutte le Arti sono tali in quanto li superano. Cosa c’è dopo la tecnica e l’utilità, se non l’espressione? E qual’è la principale discriminante tra le arti se non la modalità dell’espressione? L’interattività è a tutti gli effetti una modalità di espressione, e la sua unicità sta in un elemento che non mi pare sia stato toccato a sufficienza dai pensieri che ho letto sinora, ossia il coinvolgimento fattuale del fruitore: quest’ultimo non è una conseguenza della ricombinazione, è proprio una componente strutturale che non riscontriamo in nessun’altra Arte – ad eccezione, forse, di certe derivazioni del Teatro.

    Il videogioco ha in sé un elemento strutturale che supporta in maniera unica la funzione espressiva, e questa conclusione basta già a qualificarlo come Arte. L’evoluzione della tecnica coincide con l’evoluzione del mondo e della cultura: il suo abbinamento al sapere si chiama Scienza, mentre l’abbinamento all’espressione si chiama Arte. Ciò che manca al videogioco non è il requisito strutturale, che esiste da sempre, è quello contenutistico: è un medium che ha disperatamente bisogno di un prodotto talmente investito di valori culturali, sentimentali o addirittura sociali da segnare un’epoca. Non serve lambiccarsi oltre, il nocciolo del discorso credo sia tutto qui.

    (per un ulteriore approfondimento: http://vgbeyonder.blogspot.it/2011/01/sul-linguaggio-del-videogioco-dai-piani.html)

  5. @NtonIo scrive:

    Attention, Marcuzzo. Nessuno ha paventato che ogni Arte si auto-generi partendo praticamente dal nulla. Gli esempi che hai fatto tu risultano chiari in tal senso: ogni Arte, chi più chi meno, deve qualcosa alla commistione di elementi provenienti da Arti precedenti. Il fatto è che, arrivato ad un certo punto, “superano” questa prima fase di mescolanza e si appropriano di un linguaggio che gli appartiene in maniera inedita ed esclusiva. E’ in questa fase che nasce l’Arte, anche nel caso in cui fosse possibile sondarne prima le avvisaglie.

    Vorrei davvero soffermarmi su ogni periodo, perché il tuo intervento è anche sin troppo denso di spunti estremamente meritevoli. Tuttavia perdonami se salto a piè pari buona parte del tuo scritto e mi butto a pesce su quest’ultimo punto:

    “Ciò che manca al videogioco non è il requisito strutturale, che esiste da sempre, è quello contenutistico: è un medium che ha disperatamente bisogno di un prodotto talmente investito di valori culturali, sentimentali o addirittura sociali da segnare un’epoca. Non serve lambiccarsi oltre, il nocciolo del discorso credo sia tutto qui”.

    In tutta onestà, non sono del tutto persuaso che al videogioco manchi questo. Non posso negare che tu abbia motivato il ragionamento che ti conduce a tali considerazioni, e forse è proprio nel passaggio precedente che m’inceppo. Per te “[… ] L’interattività è a tutti gli effetti una modalità di espressione”, affermazione su cui non mi trovo d’accordo per tutta una serie di motivi che ho già espresso sia nell’articolo che nel mio commento precedente.

    Per mera logica non posso dirmi d’accordo con quest’altro tuo appunto: “[…] la sua unicità sta in un elemento che non mi pare sia stato toccato a sufficienza dai pensieri che ho letto sinora, ossia il coinvolgimento fattuale del fruitore: quest’ultimo non è una conseguenza della ricombinazione, è proprio una componente strutturale che non riscontriamo in nessun’altra Arte – ad eccezione, forse, di certe derivazioni del Teatro”. In altre parole, ti prego di correggermi se sbaglio, ciò che stai dicendo è che la peculiarità esclusiva del medium videoludico – che non si riscontra in nessun altro contesto – è proprio quella relativa al ‘videogiocare’. Beh, non voglio complicare le cose, ma penso di potermi servire di una frase presa a prestito come: “non tutto giusto magari, ma quasi niente sbagliato”. E’ chiaro che non solo un videogioco ci dia la possibilità di “interagire” con quanto vediamo sullo schermo, ma a mio parere il vero passo in avanti che deve necessariamente compiere il mezzo non è “di contenuto” ma proprio di forma – e come tu ben sai, avvezzo come sei alla Filosofia, la Forma è Sostanza.

    Finché potremo ‘solo’ interagire, ci troveremo ad una specie di punto morto, come il cane che si mozzica la coda – ripropongo qui il paragone con il telecomando, il cui concetto alla base gode di una certa affinità con qualunque altro comando remoto, con o senza fili. Il vero ‘next step’ risiede nell’alterare in maniera esponenzialmente più tangibile e fattiva ciò che si muove in quel benedetto schermo. Non ‘variazione’ di contenuti, quindi, ma ‘alterazione’ di espressione, proprio per ricollegarmi alla tua eccezionale intuizione secondo cui l’abbinamento di “evoluzione della tecnica ed espressione” si chiama Arte. Ad oggi, mi sembra una delle definizioni più affascinanti, per quanto, come sempre, incomplete – tali non per una tua mancanza, sia chiaro, ma semplicemente perché davvero la definizione di Arte sfugge, per l’appunto, a qualsivoglia definizione.

  6. BlackSilver scrive:

    Faccio un intervento veloce perché capisco che il tema istighi a risposte dettagliate e approfondite, ma se continuate a produrre commenti lunghi quanto recensioni portate una buona fetta di persone a saltare una così interessante discussione.

    Il videogioco può essere arte ? Si, perché qualunque prodotto uscito dall’ingegno e dall’animo umano ha la possibilità di elevarsi in tal senso. Se però mettiamo in campo elementi come mercificazione, vendita e massificazione…beh mi piace ricordare che il 90% dell’arte sacra italiana esiste per via dei committenti. Gente che pagava per avere una rappresentazione sacra poi divenuta a posteriori arte.

    Nel 1936 un certo Walter Benjamin scrisse “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” esternando il pensiero su un’arte che aveva perso i suoi caratteri di aura legati all’unicità dell’opera…colpa della fotografia.

    Ma non voglio dilungarmi per me il videogioco può essere arte, come il cinema è un opera in cui intervengono più arti, l’interattività può essere arte come dimostrato dalla video arte e net art nella seconda metà del ‘900. Molti prodotti non sono classificabile come arte ? Si. Ma ci sono esperienze che (nel mio modestissimo parere) hanno sfiorato se non raggiunto tale stato, penso a titoli come il Prince of Persia del 2008 e ad alcuni aspetti di Deus EX: Human Revolution, come anche il primo Deus Ex che in alcuni aspetti supera di gran lunga quel capolavoro che è Neuromancer di Gibson…se volete posso dirvi perché la penso così ma non voglio allungarmi troppo…cosa che ho ampiamente fatto XD

  7. @NtonIo scrive:

    E’ innegabile: una produzione di materiale così costantemente copiosa dissuade dalla lettura. Un mea culpa, tanto per cominciare, ci sta tutto.

    Detto ciò, cercherò di essere breve (si fa per dire). Penso che ognuno di noi stia un po’ seguendo il proprio binario, ed il motivo per cui mi produco in post la cui lunghezza è un tedio è perché mi sento responsabile, in quanto autore dell’articolo, nel venire incontro alle numerose questioni di rilievo che sollevate.

    Con la medesima “responsabilità”, cerco di riportare l’argomento sui giusti binari. A quanto ho capito, siamo tutti d’accordo sul fatto che il videogioco, in potenza, possa diventare Arte. Siamo pure d’accordo sul fatto che (per me di riflesso, per altri no) si possano scorgere già degli elementi “sospetti” in questo settore. Bene, partiamo da qui.

    Il seppur doveroso appunto sulla “mercificazione”, Daniele, lo ha toccato solo Marco, per di più asserendo (così mi pare di aver capito) che come minimo tale processo non potrebbe fare danni – anzi, semmai accelerare questa tanto dibattuta consacrazione. Tuttavia, e qui proverò a contenermi, dubito che si possa fare un parallelo con l’Italia di qualche secolo fa: epoca diversa, committenti diversi, artisti diversi, forme espressive diverse, “pubblico” diverso etc. Basti almeno un aspetto tra gli innumerevoli: il pittore o lo scultore non avevano pressoché bisogno di nessuno, potevano bellamente lavorare soli – anzi, per tanti motivi era pure consigliabile. Al massimo c’era l’apprendista, ma niente di più. Per quanto potesse costare una tela, una statua o chi per loro, le condizioni erano proprio completamente altre.

    Quanti erano i committenti che in quel tempo potevano commissionare Arte? Sì, c’era la Chiesa che, più ricca di chiunque altro, vantava in tal senso una produzione abnorme. Ma anche il signorotto di borgata, in un sistema in cui due/tre possedimenti lo facevano ricco quanto bastava, poteva sborsare una somma per accaparrarsi le prestazioni di un buon maestro. In proporzione, quanti oggi possono fare qualcosa di simile con un titolo anche solo da 500 mila euro? E parliamo di una produzione low-budget. Non rilevano, strettamente ai fini del nostro discorso, le produzioni indipendenti. Lì c’è gente appassionata, talvolta pure capace, che estrae dal cilindro qualcosa di veramente pregevole. Ma sono casi, e non tutti diventano Minecraft o Angry Birds. In ogni caso, come si vede, la committenza da te evocata oggi si discosta parecchio da allora. Agli albori di questa pratica non mi pare s’intendesse lucrare. I musei arrivarono parecchio dopo, sdoganati nei primi decenni dell’800. Nei primi secoli in cui si consolidò questa attività, se così si può definirla, era perché i primi sensibili all’Arte erano proprio gli stessi committenti. Volevano un’opera che poi avrebbero esposto in casa propria, e più che a farci soldi sapevano di doverceli solo rimettere: il “guadagno” a cui si aspirava era esclusivamente in termini di immagine.

    Mi fermo, davvero. Il videogioco, sorto com’è in un secolo come il XX, non poteva che nascere all’interno di un circuito spiccatamente industrializzato. C’è chi si chiede, per esempio, cosa sarebbe stato il Cinema senza l’ingente mole di pecunia investita nella e dall’industria cinematografica. Ed il Cinema, il cui destino è pressoché da sempre legato a doppio filo col vil danaro, ce l’ha fatta. Ora bisognerebbe indagare se il linguaggio che gli è proprio si sia costituito proprio grazie alle spropositate iniezioni di denaro, o se invece tutto ciò poteva benissimo prescindere da tale componente – senza per forza ragionare con i ‘se’ e con i ‘ma’. Oggi tendiamo, per certi versi non a torto, a gettare fango su una Hollywood spenta e tutt’altro che ispirata. Ma, piaccia o meno, effettivamente senza l’Hollywood del Cinema Classico chissà cosa ne sarebbe stato di questo medium. Potremo un giorno dire lo stesso guardando a major come EA, Ubisoft o chi per loro?

  8. Strider Hiryu scrive:

    Non penso che senza Hollywood, il Cinema si sarebbe comunque evoluto in qualcosa di molto diverso da ciò che è oggi. Forse avrebbe avuto maggior rilevanza la sua corrente concettuale, quella dei cineasti russi degli anni ’20, ma come dicevo prima, la mercificazione (che prima definivo “utilità”, in senso più neutro) è un passaggio a cui difficilmente si sfugge. Non dico che sia necessaria, però l’iniezione di denaro in sé può aiutare: come aiuta la ricerca medica, ad esempio, aiuta anche la ricerca sull’immagine e nel caso del Cinema, non è un caso che “La Nascita di una Nazione” di Griffith venne a costare la spropositata cifra (per il 1915, si intende) di 110.000 dollari. Costi perlopiù fattuali, ma che consentirono di dar spazio alla sperimentazione ed alla teorizzazione del montaggio moderno.

    Immagino che in futuro, parleremo certamente di EA o Ubisoft nei termini di “chi ha fatto prima cosa”, e del modo in cui il “cosa” ha contribuito a costruire il linguaggio del videogioco. Ecco, questo è uno snodo importante ed una riflessione che voglio sottoporre a chiunque, giusto per dare alla discussione un indirizzo a cui tutti possano contribuire: secondo voi, il videogioco ha già un suo linguaggio costituito? Quali sono i suoi elementi principali, e quanto è importante l’interattività?

  9. Discussione fichissima… :)

    Il punto però è sempre lo stesso, a mio avviso, ed è vecchio come il cucco.

    Ma alla fine: cosa è l’arte?

    No perchè se l’arte è The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, allora bisogna fare un discorso (che poi alla fine è quello che fa @ntonio). Ma se l’arte è anche l’ultimo disco di, chessò, Gigi d’Alessio, perchè comunque frutto di un lavoro in un campo artistico… beh, allora cambia tutto.

    E’ come se io, che non so disegnare niente e non ho astrazione e non sono capace neanche a distinguere un colore da un altro, disegno una bella crosta e ve la spaccio a tutti come: “Opera d’arte contemporanea”. Qualcuno ci crede e la espone in un museo.
    In quel momento diventa arte perché qualcuno l’ha riconosciuta come tale? Ha senso questa cosa? La famosa “tela squarciata” di Lucio Fontana, ha subito lo stesso destino della mia crosta oppure… è “nata” arte?

    Il punto secondo me è solo questo.

    Perché allora, cazzo, i videogiochi sono arte contemporanea e permettetemi, molto più “complessi” di una tela squarciata.

    Ma la verità è che io stesso non la penso assolutamente così…

    I videogiochi sono un prodotto e, spesso, rimangono tale.

    Così come il famoso disco di Gigi D’Alessio citato sopra.

    Ogni tanto però, in rarissimi casi, diventano Arte! :)

  10. Onestamente mettermi a pontificare sull’arte e su una definizione di cosa sia arte o no, mi fa sentire ridicolo. Nel mio pezzo citai Woody proprio perchè spesso l’accezione assumi toni assurdi e spesso una pozza di vomito può entrare in particolari, folli, altolocati canoni d’arte.

    Io partirei proprio da questo. Per definire un qualcosa arte, bisogna arrivare prima a stabilirne dei canoni. E’ successo per la fotografia, per il cinema e per la pittura e considerati i tempi di gestazione, per il videogames, saremo in polvere come l’ecco quando arriveranno a riconoscerne dei metri.

    Cosa è artistico nel campo videoludico?

    Come ho detto tante volte, se io, studente di beni culturali, ma soprattutto scettico di prima categoria, fossi chiamato a dare dei canoni, cercherei dei particolari ben precisi.

    Io so che parlo di una forma d’intrattenimento votata a coinvolgere l’utente che si approccia a esso e che viene definito alla perfezione con l’accezione di “giocatore”. L’utente deve interagire e come per altre forme d’arte, diventa tale, quando da qualcosa che non sia solo testimonianza di civiltà, di sviluppo culturale, ma anche di empatico. Nel momento in cui, attraverso il videogioco, creo un legame capace di suscitare un sentimento, unico o ben preciso, in chi mi rivolgo ho dell’arte.

    In questo senso io ci butterei dentro tutto. Devo essere in grado di deliziare i sensi con la grafica, le luci, la fotografia, i paesaggi e la musica. Devo raccontare una storia, devo fare in modo che il gameplay coinvolga chi è chiamato a giocare.

    Seguendo questi canoni reputerei Flowers un fallimento. Perchè? Soddisferà delle oniriche richieste visive, ma non coinvolge il giocatore che per definizione deve interagire arrivando a entrare nel gioco e nella logica di esso.

    Un piccolo esempio di successo, non so quanto piccolo, è Shadow of The Colossus. Abbiamo una storia. Abbiamo dei paesaggi, delle fotografie e una colonna sonora capace di trasmettere le sensazioni delle situazioni in cui veniamo trasportati. Abbiamo un gameplay particolare, fresco, diverso, ma nel contempo impegnativo e coinvolgente. La ricerca e la battaglia contro i colossi. L’astuzia degna del prode Odisseo per sconfiggere nemici altrimenti invincibili. Un viaggio verso la luce.

    Insomma, per farla breve, il videogames racchiude in se troppe arti maggiori (arte sonora, visiva, letteraria) e in più pone come obiettivo primario lo sviluppo di un gameplay capace di coinvolgere l’utente che definito GIOCATORE, deve essere distratto dal lavoro dell’artista. In fondo, se il videogame vuole essere arte, lo sviluppatore deve essere artista e con la sua arte – lo sviluppo del gameplay, per quanto concerne principalmente quest’arte, e dell’intero titolo – e distrarre dalla vita, dalla morte e dalle sue sofferenze – come dicono gli eruditi che hanno scritto questa definizione – con la propria arte.

    Se proprio dobbiamo vederla in questi termini. Io mi affido ai classici e vedo così la cosa! :)

  11. Marco "Strider Hiryu" Tinè scrive:

    Ale, ti sentiresti di dire che Shadow of the Colossus sviluppa un linguaggio autonomo per i videogames e che l’insieme dei suoi conseguimenti – quindi non solo la bellezza audiovisiva, ma anche gli effetti emotivi che suscita l’incastro tra questa ed il gameplay – è peculiare, ossia non riproducibile da altre Arti?

    • No, questo perchè una sensazione trasmessa da un mezzo – che sia musica, pittura o anche cibo – può arrivarmi ugualmente anche da un’altra forma d’arte. Un sorso di whisky può ricordarmi il fragrante aroma di una panetteria parigina e ricollegarmi a quel ricordo, tanto quanto un quadro o una fotografia. Arrivo a quella sensazione in un modo diverso, ma con un mezzo differente, quindi quella sensazione è riproducibile con un altro mezzo artistico che non sia quello culinario.

      Mi sento di dire che shadow of the colossus è una grande esperienza videoludica, che non va a complicare il pane e anzi collega tutti i puntini che formano la figura del videogame senza proporre un’esperienza astrusa e ricercata. Tipo flower. Wow, lo stiamo massacrando quel “giochino”! :)

  12. Antonio, direi che puoi sentirti fiero del tuo pezzo in quanto la discussione che ne è seguita non solo è arrivata ai confini dell’argomento in questione, ma ci è arrivata molto in fretta, segno che gli spunti erano stimolanti e ben direzionati.
    Ma è proprio per questo motivo, paradossalmente, che nel mio piccolo sono stato costretto a semplificare e soggettivare all’estremo la mia personale definizione di arte: perchè una volta arrivati ad annose questioni come cosa sia arte e cosa no, o in quale momento preciso in cui il cinema, la pittura, la fotografia, la letteratura e ogni altra forma espressiva siano passate da ‘lavoro’ ad ‘arte’, oppure se una forma espressiva ‘composta’ da altre forme sia considerabile come forma artistica, ovviamente ci si incarta, perchè in fin dei conti le risposte non possono più essere le stesse per tutti.
    E allora dal mio punto di vista non resta che tornare alla radice della questione, l’uomo e la sua unicità, e definire come arte un’espressione dell’intelletto che in noi (e magari non in altri) susciti una reazione emotiva che sia più della somma delle sue parti.
    Anche perchè altrimenti ci troveremmo a dover buttare nel cesso gran parte dell’arte moderna, sulla cui effettiva ‘artisticità’ peraltro ancora si discute.. :)

    Quello che sicuramente possiamo dire è che ormai da qualche tempo il videogioco, sporadicamente ma sempre più spesso, sconfina lo status di semplice prodotto commerciale per diventare qualcosa di più…

  13. Anche perché lusingato dalle parole di Renato (rima del tutto involontaria), rispondo stringatamente a quanto scrive, riammettendo quella sensazione di inadeguatezza da parte del sottoscritto nel far finta di “pontificare” sull’Arte. E’ vero, incartarsi è davvero alla portata, ma ciò conferma che c’è bisogno di intraprenderli più spesso certi dibattiti. :)

    Attenzione, però, perché Simone, quatto quatto, ha lanciato una mezza-bomba. Sembra ovvio, ma nessuno di noi mi pare ne abbia fatto cenno. Una volta elevata allo status di Arte quella determinata disciplina, ogni opera al proprio interno è espressione dell’insieme a cui appartiene in qualità di sottoinsieme?

    L’annotazione è affascinante, ma non bisogna perdere di vista il punto centrale. In ogni Arte possono anche esistere una o più opere che la legittimano definitivamente come tale ed in maniera determinante. Tuttavia non può dirsi Arte in quanto esistono quelle opere, perché sarebbe come credere che la passata di pomodoro sia buona perché rossa e non perché a base di pomodoro.

    Ancora una volta, è vero, esistono già esempi in questo settore al cui interno giace inespresso un potenziale artistico che non aspetta altro che prorompere da quel guscio soffocante, trattenuto da uno o più limiti del mezzo attraverso cui prende forma e si esplicita.

    Sarò ripetitivo, ma se fossimo rimasti a Muybridge e ad i suoi esperimenti fotografici sui cavalli, non avremmo potuto parlare di Arte pensando al Cinema. E’ ovvio, quella fu solo una tappa, probabilmente pure essenziale, ma ci volle altro per la definitiva consacrazione. Riprendere una lunga scena senza interruzioni ed imprimerla su una pellicola sarebbe stato qualcosa di altamente innovativo? Certo! Ma avrebbe ancora poggiato troppo, tutt’al più, su quanto era prerogativa di Fotografia e Teatro su tutti. Invece il Cinema seppe darsi un linguaggio proprio.

    Ecco, al Videogioco, a mio parere, manca ancora questo. Ci sono degli esempi da tenere in debita considerazione? Sì. E’ certo che non lo troverà mai questo benedetto linguaggio? Nient’affatto. In fondo il videogioco, per ora, mi sembra un po’ come quell’autore in cerca di ispirazione circa il proprio stile, il proprio posto nel mondo. Non è forse così che si sente ciascuno di noi?

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