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Sony compra ufficialmente Gaikai, il futuro è tra le nuvole? [industria, tecnologia]

Sony compra ufficialmente Gaikai, il futuro è tra le nuvole? [industria, tecnologia]

Sulla domanda di apertura, probabilmente possono già sindacare coloro i quali hanno avuto modo di provare il cloud gaming: è risaputo che in presenza di connessioni non velocissime, fluidità e pulizia visiva diventano i talloni d’Achille di questa esperienza, quindi servirà ancora un po di tempo perchè il cloud gaming possa entrare nei nostri salotti con la stessa efficacia che esprime oggi sui dispositivi portatili (dove comunque, il sogno di giocare titoli AAA si infrange contro l’assenza di controller veri). Il potenziale è tuttavia evidente, e Sony ci crede al punto da avere ufficializzato l’acquisizione di Gaikai per qualcosa come 380 milioni di dollari.

Secondo il presidente di SCEE Andrew House, l’accordo consentirà ai clienti Sony di “accedere istantaneamente ad una vasta gamma di contenuti che va dai più immersivi e graficamente ricchi giochi hardcore a contenuti casuali, sempre e dovunque, su un ampio ventaglio di dispositivi connessi ad Internet”.

Di indirizzo più specifico è l’avviso di David Perry, fondatore di Gaikai, che si rivolge proprio ai videogiocatori: “Sony ha creato un brand incredibile con PlayStation e si è guadagnata il rispetto di milioni di giocatori in tutto il mondo. Siamo onorati di potere aiutare Sony a sfruttare rapidamente il potenziale della nuvola interattiva ed espandere il loro ecosistema,offrendo nuovi e potenti strumenti agli sviluppatori, migliorando drammaticamente la commerciabilità dei contenuti ed infine, servendo agli utenti di tutto il mondo esperienze innovative e stupefacenti.”

Ciò detto, c’è un particolare dispositivo che beneficerebbe in modo incredibile dell’interazione attraverso la nuvola, ed è PS Vita. Sappiamo bene che non tutto il catalogo software del PSN è accessibile tramite il portatile, ed una soluzione del genere risolverebbe di colpo il problema per tutti: da un lato gli utenti che ottengono i contenuti, dall’altro produttori e sviluppatori che non debbono più preoccuparsi di creare codice specifico per la macchina. Con il vantaggio aggiunto di veri controlli fisici utilizzabili nei titoli di fascia alta.

Qualcuno ritiene che il cloud gaming possa diventare essenziale anche nell’ambito delle console casalinghe a marchio Sony, presenti e future, ma come dicevamo in apertura, i limiti della Rete possono portare a performance insoddisfacenti persino rispetto agli standard PS3 ed Xbox 360: immaginiamo che pochi tra voi sarebbero disposti ad abbracciare una grafica next gen sporcata da artefatti di compressione, lag e frame rate ridotto al minimo sindacale. Verrebbe a perdersi il senso stesso dell’alta definizione.

Mossa azzardata o colpo di genio? Solo il tempo – tanto tempo – ci dirà in quale tra i due settori ricade l’acquisizione di Gaikai da parte di Sony. Nell’ombra, il nostro Renato “inskin” Rossi sogghigna all’idea degli editoriali “Sony Like Suicide” che potrebbero venir fuori da qui in poi…

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8 Di risposte a “Sony compra ufficialmente Gaikai, il futuro è tra le nuvole? [industria, tecnologia]”

  1. Fucktotum scrive:

    Segnalo un profetico inskin (http://www.insidethegame.it/2012/06/13/sony-like-suicide6-dal-down-del-psn-alle3-2012-un-anno-di-colpi-di-genio/) e mi chiedo in quanti modi diversi Sony riuscirà distruggere Gaikai :D

    • Marco "Strider Hiryu" Tinè scrive:

      Non c’è molto da distruggere, in effetti: tra i due competitor del settore cloud (Onlive e Gaikai, appunto), quello di Perry è l’unico che non funziona. Semmai possono guadagnarci.

  2. Gidantribal scrive:

    Vedremo cosa combineranno ;)

  3. inskin scrive:

    Mentre ero a New York ho avuto modo di provare Gaikai, giocando senza problemi Assassin’s Creed Brotherhood sul mio MacBook Pro 13, peraltro tramite wifi.
    Ovviamente qui le cose sono ben diverse, presumo per le pessime infrastrutture e per la probabile scarsità di server, sta di fatto che per la mia esperienza la tecnologia in sè funziona eccome, tocca vedere quanto Sony vorrà investirci per renderla disponibile ovunque.

  4. Redwind scrive:

    Si concordo, anche se mi tocca vedere quanto Sony vorrà farci pagare per tutto questo.!

  5. @NtonIo scrive:

    Ciò che Sony sta cercando di “piazzare”, come altri prima e dopo di lei, è un’idea… anzi, un ideale. Questa è la mia impressione. A ragion veduta molti si stanno focalizzando sul concetto di ‘cloud gaming’, nonché sulla sua reale fattibilità.

    In giro per la rete si trovano commenti piuttosto circostanziati riguardo all’impossibilità di poter garantire prestazioni al passo con le performance in grado di riprodurre hardware di nuova generazione. Il problema è sempre lo stesso: la banda. E se sono gli americani a porsi di questi problemi, direi che un po’ tutti potremmo cominciare ad accantonare la cosa.

    Tuttavia mi pongo da mero osservatore, cercando di divincolarmi tra la folla dei pregiudizi. L’idea cui accennavo sopra è questa: in futuro tutti saremo più connessi. Il concetto di videogioco verrà ribaltato, non più partendo da differenze semantiche come single o multiplayer, ma le carte verranno rimescolate addirittura a partire da termini come videogames e rete – in un pastrocchio di post-moderno il cui influsso ancora oggi genera cambiamenti.

    Fino a qualche tempo fa tendevo a vederci “solo” delle aspirazioni di carattere meramente economico, ma oramai è chiaro come il sole che il trend stia trascendendo simili logiche. Qui s’intende rimappare tutto partendo dalle basi.

    Un E3 in cui non si parla quasi più di giochi ma di connettività e transmedialità appare decisamente rivelatore in tal senso. Vorrei approfondire ma il tempo è tiranno. Sta di fatto che qui si sta cercando di rivoltare questo medium come un calzino senza alcuna base oserei dire “filosofica”. Abbiamo smesso di domandarci cosa siano davvero i videogiochi, nella loro essenza, ritenendo che certi approfondimenti siano superflui, oltre che tedianti – mentre una sconfinata serie di ottimi articoli dicono tutto il contrario.

    Marginalizzare tale attività meramente e brillantemente teorica, sta scaraventando questo mezzo verso “qualcosa” da cui, semmai tornerà, non lo farà in “buone” condizioni. Un po’ come il discorso del teletrasporto: magari funziona, ma mi dicono che semmai si riuscisse ad arrivare al punto B, quello che eri al punto A non sarebbe nemmeno ipotizzabile. Un ammasso di carne informe, questo potrebbero (d’obbligo il condizionale) diventare i videogiochi.

  6. Marco "Strider Hiryu" Tinè scrive:

    Credo che la rimappatura consista più che altro nella trasformazione di ciò che ancora viene considerato un bene in un servizio. La ragione meramente economica esiste ed è una parte essenziale del processo, perchè si vuol semplificare al massimo l’aspetto del marketing eliminando i supporti fisici e tutti i relativi processi industriali. Smaterializzare corrisponde assolutamente ad economizzare.

    Tutto si inquadra in un contesto di transmedialità, come affermi intelligentemente, perchè risponde ad una logica di libertà assoluta di fruizione (probabilmente, un giorno arriveremo ad avere qualsiasi tipo di contenuto su qualsiasi tipo di dispositivo e in maniera on-demand). Mi chiedo però se questa rivoluzione nella modalità di accesso possa effettivamente intaccare “il senso profondo” del videogioco ed il suo scopo, e la mia risposta è “non ancora”.

    Ad un certo punto avverrà una “rivoluzione transmediale”, nel senso che se oggi i videogiochi vengono strutturati come sistemi chiusi dalle logiche interne ben precise (un’impostazione che Internet e le sue possibilità, sino ad oggi, non hanno ancora scalfito), domani la tecnologia consentirà di creare sistemi aperti le cui logiche interne saranno così complesse da generare conseguenze imprevedibili, specialmente se oltre all’intervento del giocatore è previsto quello di altri utenti connessi.

    Immagino intendessi questo, caro Antonio, ma si parla comunque di una realtà molto lontana di cui la trasformazione del videogioco da bene a servizio è un semplice seme, qualcosa che pur augurando a tutti cent’anni di vita e salute, difficilmente arriveremo a veder germogliare.

  7. @NtonIo scrive:

    Marco, manco a dirlo, le tue considerazioni sono tutto fuorché infondate. Non mi preoccupa la natura del videogioco inteso come prodotto: per una sorta di abitudine mista a nostalgia mista ad un pelo di conservatorismo, mi inquieta la scomparsa del supporto fisico, ma non mi angoscia. Harrison lo anticipò chiaramente nel 2007, così come lo stesso fondatore di Gaikai, Dave Perry, predisse nello stesso anno che entro l’avvento della PlayStation 5 non sarebbero più esistiti supporti fisici.

    Fai cenno alla sfera economica, che certamente ha guidato e guida simili dinamiche, visto che una misura del genere non comporta solo un risparmio immediato in termini di supporto e distribuzione ma anche (e soprattutto) un maggior controllo dell’utenza – con riguardo a tutti quei mercati “paralleli” tanto vituperati dalle grandi case (leggasi ‘usato’ e ‘pirateria’).

    Tuttavia continuo a dirmi scettico specie in relazione alle modalità attraverso cui si sta sostanziando tale avvicendamento – che, come giustamente fai notare, richiederà parecchio tempo.

    Più che altro, e in questo so che sei d’accordo con me dato che ti conosco, perché buona parte degli epigoni di questa “nuova ondata” sembrano avulsi da un approfondimento serio e ponderato circa certi questioni capitali che attengono a questo settore. Guardano avanti, troppo avanti, non solo senza curarsi di ciò che ci siamo lasciati dietro, ma soprattutto di ciò che abbiamo intorno.

    Il videogioco ha la fortuna/sfortuna di essere nato ed essersi affermato in pieno post-modernismo, assimilando quindi vizi e virtù dell’epoca in cui è sorto. Tra questi pare esserci una generale ritrosia a trattare efficacemente la propria identità, con tutto ciò che questo comporta. Ed in questo non ci aiuta certo l’impostazione attuale, per cui la competenza di determinate materie in luogo di altre pare essere uno scoglio.

    Nell’affrontare un discorso “serio” riguardo ai videogiochi, oggi necessitiamo di far fondo a discipline come Sociologia, Antropologia, Filosofia, Semiotica ed altre ancora. Peccato che solo alcune di queste siano a loro volta “materie”, il che implica un raggio d’azione troppo ampio. Ciò significa che l’approccio a questo medium deve necessariamente essere trasversale, non vincolato ad alcune branche specifiche. Questo perché, strutturalmente, i videogiochi sono trasversali, peculiarità che, tra tutte, è forse quella che più ostacola la sua elevazione a rango di Arte.

    Bisogna avere il coraggio di dire cosa è il videogioco e cosa non è, o almeno sforzarsi di farlo. E’ un passo imprescindibile, senza il quale ogni velleità di cambiamento è vana. Figuriamoci una rivoluzione. Mi domando a che pro, quale vantaggio comporterebbe, da un punto di vista squisitamente videoludico, questa imposizione coatta dell’apertura dei contenuti. Insomma, all’atto pratico, per me che gioco, qual è la convenienza di poter “spostare” da uno schermo di 40 pollici ad uno di appena 7 qualunque cosa io stia facendo?

    Esempio pratico. Sappiamo tutti quale fu l’accoglienza quando uscì il DS, e quale fosse il grado di diffidenza. Bene, col tempo (ne cito giusto uno tra i tanti) uscirono titoli come Elite Beat Agents e lì capimmo che diversamente ci saremmo irrimediabilmente preclusi un’esperienza del genere. Oggi quali prospettive ci vengono fornite?

    So benissimo che tra la ‘scoperta’ e la definitiva ‘istituzionalizzazione’ di una qualunque invenzione intercorre un periodo di latenza più o meno fruttuosa. Ma non sono da considerare un deliberato reazionario se guardo ad esempi come Kinect. Dopo due anni non hanno ancora capito cosa farci, perciò all’E3 lo relegano al rango di microfono attraverso cui impartire ordini/indicazioni. E’ vero ciò che diceva un grande giornalista: la stasi è regressione.

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