Benvenuti a una nuova recensione …
Non siate ingenui, subdoli e infami. Non sono sulle tracce di quello Yotobi inimitabile. Altrimenti sarebbe un tavolo e sapete benissimo che per fare un tavolo ci vuole il legno e per fare il legno ci vuole un fiore, un seme o forse era un uccello, un aereo o magari Rat-Man.
Questa intro vi fa capire quanto Kal sia confuso riguardo al suo nuovo progetto dedicato al mondo videoludico!
Recensire pellicole dedicate al mondo dei videogames. Non film squallidi, anche se, molte volte e grazie a teste eminenti come quella di Uwe Boll, le due cose collidono in un maestoso, putrido estuario di vomito bollente.
Perdonatemi, ma questa recensione è afflitta dal pesante fardello delle origini, un po’ come la prima pellicola dedicata a un eroe o i primi numeri di questo. Keep calm.
Il desiderio di divertire o semplicemente far conoscere una pagina infame, gustosa o comica di questo mondo è irresistibile e allora v’invitiamo a prendere parte, insieme a noi, a questa carrellata. Guardateli anche voi, questi film. Ridete, lanciate uova, pomodori, calze a rete, manganelli, cavalli parlanti o spugne marine contro il vostro televisore. Fatelo però sempre con la malizia di chi sa che sta per divertirsi, di chi vuole passare quell’ora e passa con gli amici e spaccarsi di gusto guardando una pellicola che, per certi versi, umoristicamente, da una bella pista a Jackass.
Uwe Boll
Chi conosce il sopra citato Yotobi, non può non sentire accendersi sfrigolante una lampadina nella propria testa. Questo regista, dalla dubbia sanità mentale, viene considerato da molti una reincarnazione di Ed Wood. Uwe, contrariamente allo squattrinato e dissennato regista cult, ha una disponibilità economica tale che gli consente di girare e produrre film dedicati al mondo videoludico di una bruttezza disarmante.
Sceneggiature scritte da visionari dalla fantasia guercia ed effetti speciali di livello utilizzati malissimo, sono alcuni dei tratti distintivi di queste pellicole. Il regista, però, sembra galleggiare sulla soglia della follia, in equilibrio su un sottilissimo cavo che lo divide dal baratro del “ci è” da quello del “ci fa”.
Questo film è la dimostrazione lampante che Uwe è perfettamente a suo agio su quella corda. Un fachiro elegantemente seduto sul pericolo che, senza nulla tradire, sbircia dal suo sguardo vitreo uno spettatore spesso incredulo e vestito dall’elettrico manto dell’adirato scetticismo.
Illuminato e stereotipato, irriverente e cinepanettonico, consapevole buffone e scemo del villaggio, Uwe Boll è tutte queste cose insieme e forse, mai nessuno, capirà quanto genio e quanta follia sono distribuite nell’impasto opalescente che ha generato questo cineasta improbabile.
Postal
La saga sviluppata da Running With Scissors, è stata al centro di critiche e opinioni contrastanti. Contraddistinti da una totale mancanza di senso, violenza gratuita e, nei capitoli a venire, idee sempre più dissacranti atte a “motivare” il tutto, i titoli dedicati a Postal sono stati trasformati, soprattutto i primi due, in un fenomeno cult, proprio dalle due sfere che compongono l’opinione universale a riguardo. Da una parte, la critica, ha lodato gli sforzi dietro lo sviluppo del titolo e le idee profuse, ma al contempo, in sede di recensione, ne ha condannato i tratti distintivi sopracitati. Postal, per i videogiocatori, può essere paragonato a Carmageddon e al fenomeno, più grande, scatenato dalla produzione e distribuzione sugli scaffali.
Cosa diavolo hai fatto al mio videogame???
Come si può imbastire uno script per portare Postal, da pezzo di discussa storia videoludica a pellicola? Serve un uomo portato dal fragrante e amarognolo aroma del luppolo, caduto, secondo la profezia, in tenera età, in una vasca di bianca birra d’abazia.
Hai già fatto l’intro Kal, meno ciccia! È Uwe Boll, lo sappiamo!
Se il videogame era completamente privo di un che, del tutto noncurante della necessità di avere una storia, la controparte di cellulosa non può invece vantarsi di qualcosa di meglio. Ponderando a lungo su un promontorio digitale, mi sarei aspettato una mera rivisitazione in chiave demenziale di Un giorno di ordinaria follia. Questo, però, è il pensiero di un essere umano folle, ma ancora in possesso di tutte le sue facoltà cognitive.
Postal di Uwe Boll trae ispirazione, a piene mani, dai primi due titoli della saga, soprattutto dal secondo, e non risparmia lo spettatore dal dover seguire una trama che, a tratti, perde il segnale, sintonizzandosi con trame prive di attinenza a qualsiasi universo preso in considerazione o visibile dalla toppa della serratura di una Porta Spaventosa.
L’intera pellicola, datata 2007, prende e si prende per i fondelli, infarinandosi con una satira politica americana facilona e che, a intervalli, sarebbe degna del ben più crudele e talentuoso Seth MacFarlane, diventato famoso per I Griffin e i successivi American Dad e lo spin-off The Cleveland Show.
Aprendosi con una personale versione degli eventi che hanno portato all’attentato dell’11 Settembre, il film, ironizza con espedienti comici che vagano fra lo sconcerto e il disgusto, passando per sfottò da cortile.
Vergini nell’aldilà? Sicuuuuuro!
Uwe contro tutti! Il regista, tedesco, non manca di pizzicare la produzione con qualche battuta anti-semita dal gusto discutibile, come girare un massacro di ragazzini o una little Germany filo nazista, riportando alla mia mente la figura che lo vede in equilibrio fra genio e idiozia sfrenata. Probabilmente invidioso della comicità degli sceneggiatori ebrei, non può fare a meno di ricalcare e rivisitare storpiamente certi spunti, ricordando, se si guarda con occhi afflitti da cataratta e strabismo, le migliori produzioni di Sacha Baron Cohen. Non si può certo però tacciarlo di essere monotematico, perché gli eventi si scagliano contro hippy creduloni, idiozia di massa, mezzi d’informazione e quant’altro.
La fiera delle banalità mi porta via con un mare di stereotipate contestazioni, affogando con le macerie della caratterizzazione del protagonista e dei comprimari. La questione Ed Wood è da escludere. Il regista dell’horror aveva le idee, ma non i mezzi ed era costretto a vivere in una società che lo vedeva ben oltre il concetto di “precorrere i tempi”. Uwe Boll, compone la sceneggiatura di Postal come un maniaco che incolla con mani tremanti una lettera minatoria, ritagliando foto e caratteri in grassetto da una copia di Gente, stappata dalle mani ossute della madre congelata in cantina. Una produzione che, per la prima volta, prova a elevarsi rispetto alla solita trasposizione grossolana, ma mirando all’accecante palla dello humor dissacrante riesce solo a planare goffamente dal promontorio dal quale si lancia.
Uwe ha i mezzi e vive nel giusto contesto storico, gli manca solo il talento!
Guardarlo? Una questione di ubriachezza molesta
Postal è un film, tutto sommato, da vedere. Non tanto per la sua carica demenziale e nemmeno per una critica sociale ricalcata, ma per il potenziale tasso di divertimento che può regalare in una serata da attorciglia budella messicano. Quando la tequila scorre e il rum si accompagna con fette di arancia spolverate di caffè, Postal, diventa materia prima per passare in allegria una serata con gli amici. C’è anche qualche soda tetta e una scena di nudo maschile completamente inutile … giusto per le signore amanti dell’uomo panzuto di mezza età!
Guardato in solitaria, si trasforma in un gatto dalle unghie appuntite che, approfittando del caldo e dei nostri boxer anti caldazza alla Lupin III, coglierà il gomitolo pubico al balzo, dondolandosi con furia dai nostri zebedei! Urlerete e patirete, contribuendo con la vostra danza in punta di piedi ad accrescere la vostra sofferenza.
Qualche volto noto e due cameo inaspettati, uno dei quali utile a conoscere il volto dietro la cinepresa diabolica, costituiscono gli unici motivi a prova di Pegi, utili a giustificare la visione di questo … “film”.





