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Recensione di Metal Gear Rising: Revengeance [tutta d’un pezzo, dall’inizio alla fine]

Metal Gear Rising: Revengeance

  • Piattaforma: PS3, XBox360
  • Publisher: Konami
  • Software House: Platinum Games
  • Recensione di Metal Gear Rising: Revengeance [tutta d’un pezzo, dall’inizio alla fine]

    Rievocando quelle immagini in cui venivano accuratamente affettate delle innocenti angurie, facciamo fatica a ricordare che periodo fosse di preciso. Risalire a quella data sarebbe facile, ma in realtà non ci interessa poi molto. Da allora Metal Gear Rising: Revengeance è stato un po’ di tutto, diventando ciò che è adesso. Figurarsi che ad un certo punto fu addirittura Metal Gear Solid 5; salvo poi ripensarci il buon Kojima, che evidentemente ha preferito tornare sui propri passi per prudenza.

    Alla fine, in ogni caso, ciò che abbiamo dinanzi è un gioco diverso, particolare, per certi aspetti utile. Qui qualcuno storcerà il naso, e già ce lo immaginiamo curvo sulla propria tastiera, pronto ad inveire perché in fondo «che c’entra Rising con MGS?!». Calmi, non per forza dobbiamo farci limitare da certe chiavi di lettura. Nessuno ci obbliga di vincolare la nostra discussione alla sola saga d’appartenenza, bensì, guardando oltre, potremmo magari scoprire che, a suo modo, il titolo targato Platinum Games ha un perché a prescindere da certe considerazioni – comunque ben accette.

    Platinum Games. Uno degli studi più in forma degli ultimi anni, tra i pochi, specie in Giappone, capaci di mettere a segno un discreto lavoro dopo l’altro. Sorti dalle ceneri del mai troppo compianto Clover Studio, la specializzazione di questo nuovo esperimento in ambito di sviluppo sta contribuendo in maniera piuttosto incisiva alla formazione di un’identità abbastanza netta. Processo marcatamente segnato da una serie di sparatutto in terza persona e frenetici action, tra un MadWorld ed un Bayonetta, passando dal notevole ma dispersivo esperimento Infinite Space.

    E vi pare poco?!

    E vi pare poco?!

     

    Se c’era dunque qualcuno che potesse (e dovesse) in qualche modo ereditare questo cambio di rotta, i Platinum rappresentano senza dubbio i traghettatori migliori. Perché nel suo ambito Metal Gear Rising: Revengeance è un action solido, seppur segnato da una serie di magagne, più o meno volute, che affliggono gran parte dei suoi competitor: su tutti, longevità inesistente.

    Eppure, a dispetto di un genere nel genere che ha come capostipite quell’oramai leggendario Ninja Gaiden uscito su Xbox, lo spin-off in questione offre degli interessanti spunti interpretativi. Anzitutto risolve, almeno in parte, l’annosa questione riguardo a cosa sia preferibile tra una grafica uber-performante ed una stabilità anche solo dignitosa: i 60 fps a cui sfreccia rappresentano la migliore arringa a favore di un frame rate troppo spesso accantonato pur di versare ingenti quantità di zucchero negli occhi di giocatori più o meno smaliziati. Non impeccabile nel 100% dei casi, ma resta comunque uno dei migliori degli ultimi anni in tal senso; elemento di cui beneficia non solo la fluidità visiva, ma anche quella interattiva, non più stipata tra le maglie di un motore che non riesce a reggere il peso di poligoni grossi come macigni.

    Breve ma intenso, estremo per scelta, caciarone per vocazione: non ci sono mezze misure. Se nel corso delle primissime fasi di gioco, quando Raiden solleva un Metal Gear Ray, non vi siete fatti un’idea, beh… sarà solo colpa vostra. Sì perché Revengeance è la fiera dell’assurdo, che non è tale per chi dispone di una certa confidenza con certe produzioni così ostentatamente nipponiche. Schema basilare, rodato, che antepone la familiarità di meccaniche ben conosciute alla ricerca zoppicante di innovazione: si entra in un’area, la si ripulisce e si va avanti. E così via sino alla fine del quadro.

    D’altronde l’intenzione implicitamente manifesta e dichiarata è quella di far divertire, missione a conti fatti compiuta in maniera più che dignitosa. Tutto si risolve in un continuo, ossessivo e quindi molesto affettare, quando non addirittura squarciare. Raiden è un ninja-cyborg, con tutte le conseguenze del caso. Sfacciatamente potente, agile e veloce; tutte caratteristiche che, pad alla mano, si avvertono eccome. Meno eclatanti ma non meno essenziali sono certe abilità acquisibili nel corso dell’avventura, secondo quel consolidato modello da gioco di ruolo più e più volte implementato in progetti simili. Al termine di ogni missione (sette in totale), sarà possibile sbloccare combo, incrementare valori o potenziare il proprio arsenale. Perché, oltre alla katana, Raiden si appropria anche delle stesse armi contro cui è costretto a ripararsi nel corso degli scontri con i vari boss. Per avere accesso a tutta questa bella roba, non si dovrà far altro che combinare tanto ma tanto danno in combattimento; incentivo piuttosto telefonato a sbizzarrirsi durante le battaglie con i numerosi nemici che abbiamo modo di affrontare.

    Dimmi un po'... non è che fosse questo a portarti irritazione?

    Dimmi un po’… non è che fosse questo a portarti irritazione?

    Meno edificanti le note sul lato narrazione. In questo Platinum Games non è riuscito a scardinare la regola non scritta secondo cui difficilmente un rumoroso ed adrenalico action in terza persona sappia anche elargire una narrazione di almeno pari livello. Ed invece il livello è proprio un altro, con personaggi che, Raiden a parte, non riescono in alcun modo ad esercitare il medesimo fascino dei soliti antagonisti di un ordinario Metal Gear Solid. Fatta eccezione per Sam e per Wolf (un cane-lupo-cyborg), il resto, dai nemici agli alleati, sono tutt’al più presenze anonime, di cui si fa presto a dimenticarsi. Ci si sposta da un lato all’altro del globo basandosi sì su una questione che da sempre sta a cuore a Kojima, ossia la corsa agli armamenti per guerre che non hanno altro senso se non quello di gonfiare le tasche dei soliti guerrafondai; ma qui il discorso è molto più improvvisato, infarcito di luoghi comuni, che oscillano da singoli episodi a certe battute sin troppo stereotipate.

    Ok, non toccava certo a Metal Gear Rising: Revengeance rovesciare le sorti di qualsivoglia modello narrativo in ambito videoludico, ma parlando di un Metal Gear è pressoché inevitabile attendersi uno spessore ben diverso. Spessore che manca, pur nell’ambito di una saga che non ha mai preteso di essere verosimile, ma che si è sempre presa sul serio quanto basta per approntare discorsi che, almeno nei videogiochi, si scorgono di rado. Stravolgendo, peraltro, le conclusioni di Guns of the Patriots, il cui lascito non solo sopravvive ma, a conti fatti, si dimostra ben più rilevante della stessa organizzazione che, in segreto, portò avanti le proprie mire nel corso dei precedenti quattro episodi. Un po’ come dire che il livore ideologico, inumano e ostinato, non può far altro che passare di mano, senza mai esaurirsi. Una lezione di storia non priva di fondamento, ma non per questo meno scialba.

    «Sveglia, vi stanno chiamando... tocca a voi!» «Caffè ne è rimasto?»

    Lui:«Sveglia, vi stanno chiamando… tocca a voi!» L’altro, sussurrando:«Caffè ne è rimasto?»

    Parole, solo parole. Perché Revengeance va tutt’al più inquadrato; capitolo (molto) periferico della saga, una lontana variazione sul tema, che comunque si dimostra un buon gioco. Chi aveva osato sperare in un capolavoro o qualcosa che anche solo ci si avvicinasse, di certo resterà amareggiato constatando la presenza di un dignitoso prodotto su commissione. Il che non è affatto un insulto, ma, per l’appunto, una constatazione. A livello di mero gameplay, che è l’aspetto che più conta in tale contesto, Metal Gear Rising: Revengeance preferisce dispiegarsi in orizzontale anziché in verticale. Come già accennato, dunque, molto breve (noi ci abbiamo messo appena 7 ore, ma si può portare a termine anche in meno tempo), ma altrettanto rigiocabile. Anzi, questo è esattamente uno di quei titoli concepiti per un grado di sfida estremo, perché sfidiamo chiunque a darsi alla modalità Revengeance, ossia il livello di difficoltà massimo, e mantenere una calma tibetana. Il primo giro non può dunque essere altro che un primo passo, da compiere consapevoli di aver affrontato appena il primo di più step. Anche perché, diversamente, le fasi finali potrebbero pure farvi acido.

    Nota a margine: per non distogliervi dal reale intento della recensione, che è tutt’al più quello di informarvi su come si sostanzi il gioco, non abbiamo approfondito un’interpretazione un po’ più libera cha abbiamo maturato nel corso del gioco, trascendendolo. Aspetto pregnante, come detto, è il ricorso alla katana, nonché la felice introduzione dell’ampiamente sdoganato mini-game (se così vogliamo definirlo) ad esso collegato: in altre parole, dopo aver riempito l’apposita barra, potremo rallentare il tempo e affettare a fantasia qualunque cosa abbiamo dinanzi. Ebbene, in questa pratica, stirandola un po’, ci abbiamo visto proprio quel futuro che tanti sviluppatori, analisti e produttori vanno preconizzando da tempo, ossia la frammentazione sempre più invasiva dei contenuti di un qualsiasi videogioco. Raiden si fa per certi aspetti portavoce di un futuro che, tra poco, ci condurrà verso un nuovo modo di concepire il mezzo, frammentato nella forma e quindi nello spirito. Chissà che un giorno non vorremo tornarci. Per ora ci limitiamo a questa toccata e fuga.

    Inside The Game

    • Frenetico ma composto
    • Fedele a certe felici meccaniche del passato
    • Interessante variazione sul tema

    Outside The Game

    • Breve, troppo breve!
    • Trama-pretesto
    • Volevo impersonare Wolf ma non mi è stato concesso
    Voto:

    Interessante

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    7 Di risposte a “Recensione di Metal Gear Rising: Revengeance [tutta d’un pezzo, dall’inizio alla fine]”

    1. Marco "Strider Hiryu" Tinè scrive:

      Credo sia il pezzo su Revengeance più onesto che mi sia capitato di leggere.

    2. Gidantribal scrive:

      Bellissima analisi @nto! :D

      Concordo soprattutto sulla scelta dei 60 FPS in barba al vaso di fiori al secondo piano di una finestra che manco staremo a guardare. Sul piano tecnico mi auguro che per ps4 e nuova xbox almeno all’inizio delle loro carriere i programmatori ci ingolosiscano di più con giochi dai 60 fps solidi che con i soliti 30 fps che magari manco rimangono stabili… diciamo che sarebbe bello…

    3. ringrazio @ntonio per aver scritto la recensione al mio posto e aver evitato un articolo completamente senza senso pieno di lodi a kojima, a raiden e a tutto ciò che riguarda metal gear….. ottima recensione! E sebbene avrei dato mezzo punticino in più, quoto strider sull’onestà del pezzo!

    4. @ntonio uber alles.

      Lo sto per finire e mi trovo d’accordissimo, parola per parola

    5. rastasoul86 scrive:

      Io graficamente lo trovo piuttosto brutto a dire la verità!
      però il gioco in se è uno dei migliori action sul mercato! il boss finale poi l’ho amato con tutto il mio cuore! una battaglia cosi non la vedevo da tempo!

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