Indipendent Monday: Slender The Arrival [Recensione Indie Game]

Slender: The Arrival

  • Piattaforma: PC
  • Publisher: Blue Isle Studios
  • Software House: Persec Production - Blue Isle Studios
  • Indipendent Monday: Slender The Arrival [Recensione Indie Game]

    Pampers

    Pannolini, salviette umidificanti e videogiochi indie dal discreto tasso lassativo, in senso orrifico, s’intende. Questa la formula perfetta per creare un’industria che di fame non morirà mai e il cui piano aziendale è inattaccabile, solido tanto quanto l’appuntamento Indipendent Monday che, ogni settimana, vi consiglia il mejo delle produzioni indipendenti! Autocelebrazioni escluse, questo il riassunto della storia legata a Slender, opera gratuita horror che, durante la scorsa estate, ha terrorizzato senza sosta i sogni e i gameplay del tubo e di migliaia, o addirittura milioni, di utenti nerd e non.

    Il mito dello Slender è cresciuto a tal punto da riservarsi un posto fra le divinità delle icone horror, diventando a tutti gli effetti una maschera di halloween, un tetro e oscuro incubo conturbante, una figura leggendaria senza ombra, perché generata dalla stessa scura figura gettata dalla paura.

    Parsec Production crea quindi un titolo semplice, lontano dalla perfezione e dalla creatività indipendente, ma capace di funzionare a livello mediatico, generando quindi più un fenomeno mainstream che un prodotto videoludicamente memorabile.

    Dal sogno gratuito utopistico al successo lucrativo, il passo è breve e il team diventa quindi preda di un remake in co-op con i Blue Isle Studios. Sarà questa la possibilità per realizzare qualcosa di veramente indimenticabile?

    Slender, ma n’do stai? Ah, stai ad Arrivà-l?!

    Il nostro spaventapasseri del 2000, lo smagnetizzatore di apparecchiature elettroniche per eccellenza, principe glamour della moda orrifica - il cravattino gli dona -, si intrufola quatto quatto da D&G prima di arrivare sui nostri monitor e, ancora fresco di misurazioni del cavallo, si preoccupa d’infestare una foresta più al passo con le attuali generazioni. Graficamente il titolo è ottimo e riesce, seppur senza stordire con la sua beltà, a sorprendere le aspettative riposte in questo upgrade. Peccato appunto che il nostro orrifico spauracchio sia un po’ troppo pulito e, seppur sgranando la digitale memoria, appaia pettinato come un tamarro da discoteca, un fighetto taglia 40 anoressico pronto per la disco o un battesimo a casa di Gigi d’Agostino.

    Le ambientazioni ricalcano quello che, nella storia, è forse uno dei più famosi point of view cinematografici, The Blair Witch Project e in altre occasioni accennano a campeggi americani infestati da disturbati giocatori di hockey – o dalle loro madri -. Insomma, a dire il vero è tutto un pot-pourri sanguinolento di omaggi o stereotipate visioni da incubo.

    Quello che possiamo però capire, guardando il quadro da una maggiore distanza, è quanto la produzione navighi in una pozza stagnante afflitta, per giunta, da una perenne bonaccia. Il titolo non offre nuovi spunti, ma si limita a fornire un minimo di contesto a qualcosa che, in fondo, poteva essere bello proprio per la sua irrazionale mancanza di spiegazioni: l’orrore era in primo piano.
    I diversi livelli aggiunti e le altre minacce da affrontare sono, come tutto il resto, goffe, abbozzate, maldestre e ridondanti. Lo scopo è sempre lo stesso, il senso è sempre più lontano e la mancanza di fantasia regna sovrana, sottolineando quanto l’opera originale non avesse nessun bisogno di una struttura più complessa e nemmeno di un remake. Raccogliere otto pagine in un campeggio o accendere sei generatori in una tetra location alla Alan Wake, non è definibile come sforzo creativo. Farsi rincorrere da ingobbite bambine di the ring conciate come Fedez? Quello è abuso di narcotici!

    Infine, i pochi controlli aggiunti al titolo, come il semplice aprire una porta, riescono a scavare nella profonda fossa putrescente dei traumi dimenticati, riportando alla luce lo sgomento e gl’incubi provocati dai controlli di Jurassic Park: Trespasser. Perché deve essere così impegnativo aprire una porta?!

    Slender – Factor e l’incapacità del mercato di produrre horror come si deve

    Slender: The Arrival ha dalla sua il fattore glam che circonda il personaggio e il fascino perverso di chi ama spaventarsi o farsi spaventare. Il titolo è un horror a tutti gli effetti e, grazie alla randomica disposizione degli elementi da trovare, rende la sfida variegata, intrigante e, videoludicamente parlando, piuttosto erotica. Scappare da un male indefinito, comprendere l’incomprensibile, l’incapacità di lottare, l’impossibilità di scegliere soluzioni alternative allo stress psicologico offerto dalla gabbia del terrore e, ovviamente, lo spilungone vestito D&G, – che lo rende perciò il personaggio slasher con il più spiccato senso del gusto e della presenza – insomma lo Slenderone, sono tutti fattori che contribuiscono a rendere questo gioco un’esperienza survival horror di buon livello.

    Inside The Game

    • Un vero horror
    • Tecnicamente lodevole
    • Citazionismo simpatico
    • Lo Slender non da scampo
    • Costa 8€

    Outside The Game

    • E' così complesso aprire una porta?!
    • Ampliato con poca fantasia
    • Contorno narrativo goffo: necessario?
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    1. […] 09/01/2014 Marllon Souza Deixe um comentário Slender: The Arrival chegando para Xbox 360 e Ps3/Fonte – Inside The Game […]


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