The Last Of Us non è uno stealth game, è un survival [Naughty Dog]

The Last Of Us non è uno stealth game, è un survival [Naughty Dog]

Recentemente la mia passione per i videogiochi ha subito un vero e proprio arresto. Sono passato dal masticare news alla mattina, vedere video a pranzo, giocare in qualunque ritaglio di tempo all’apatia più totale o quasi. Non è solo colpa mia, di questo sono sicuro: il mercato negli ultimi tempi non ha saputo offrire la stessa densità di prodotti interessanti per un target come il mio. Sono un video-giocatore da quando avevo 6 anni, ne ho vista di acqua passare sotto i proverbiali ponti. E’ difficile stupirmi mentre io, lo confesso, vorrei sempre essere stupito. Ultimamente solo i titoli indipendenti riescono in una tale impresa anche se, è bene sottolinearlo, anche questa nicchia del mercato sta cominciando a saturarsi: troppi prodotti sull’App Store significa, per l’utente finale, un gran disorientamento e, conseguentemente, altro disinteresse. Certo con un capoverso ho toccato talmente tanti argomenti di cui vorrei e dovrei parlare che forse vi aspettate già troppo da questo pezzo mentre invece, per una volta, voglio concentrarmi meno su massimi sistemi e più sui pixel veri e propri, per l’esattezza quelli di The Last Of Us.

Il capolavoro Naughty Dog, l’ennesima titanica impresa di una Sony decisa a non abbandonare PS3 al suo destino nemmeno nell’anno di PS4, è uno di quei videogiochi che ti segnano. Profondamente. Lo stupore proviene sicuramente dall’attenzione ai dettagli profusa in ogni singolo minuto di gioco, da una trama finalmente adulta e sconveniente, e bla bla bla. Non sono qui per lodare TLOU e per decantarvi tutta la gamma di fortissime emozioni che mi ha fatto provare. Sono qui per dirvi cosa ne penso della definizione utilizzata spesso dalla stampa specializzata per definire il genere videoludico a cui le avventure di Joel e Ellie appartengono: The Last Of Us è uno stealth game. Stampa specializzata che potremmo anche essere noi, anzi… lasciate che vi racconto come sono venuto in possesso della mia copia del gioco.

Dopo aver finito Bioshock Infinite, ero assolutamente curioso di provare TLOU e Pierpaolo, il Dollmasterz nazionale, aveva appena lo aveva appena comprato. Gli chiedo “Ehi, prestamelo” e non potete capire la mia sorpresa quando la sua risposta fu: “Guarda, a me non piace, te lo vendo proprio…”. Incredibile. Uno come Dollo, che mastica videogiochi dalla mattina alla sera (anche lodando titoli di dubbia qualità ;) ) non si era appassionato a quello che la critica stava definendo come il miglior videogioco esclusivo per PS3 della generazione? Cosa c’è sotto?

“L’ho provato ma non mi piacciono i giochi stealth, proprio non li digerisco”. Fair enough, ho pensato io: se non ti piace un genere, non ti piace. E’ come provare a far piacere a me un qualunque titolo di corse. Semplicemente, mi fanno schifo (non ne gioco uno da decenni e sono scarso pure a Mario Kart): anche se dedicaste tutto l’impegno del mondo a farmi provare un capolavoro del suddetto genere io vi snobberei con un’alzata di spalle. Uomo avvisato… Tra l’altro anche Fucktotum era dello stesso avviso motivando, in maniera comunque coerente, il suo punto: “I videogiochi stealth sono basati sulla mancata intelligenza artificiale dei nemici: sposti un cadavere davanti a loro e ti sparano, magari gli passi davanti agli occhi ma in modalità furtiva e ti ignorano”. Esempio veloce e banale, ma sono sicuro che avete capito il concetto.

Personalmente neanche io ho mai gradito il genere. Ho giocato a The Chronicles of Riddick, Escape from Butcher Bay, valutandolo con un 2.5 su 4 nella mia videorecensione (appena linkata). E se penso a giochi ancora più vecchi, mi viene da pensare che effettivamente Dollmasterz e Fucktotum non abbiano tutti i torti. Ma io ero comunque convinto ad andare fino in fondo, dovevo giocare a The Last of Us e dovevo finire The Last Of Us! Per cultura, almeno ;)

snow

Ora che ho portato a termine questa missione posso affermare con assoluta certezza che i miei compagni di mille avventure si sbagliavano. Non tanto sulla valutazione del titolo, quanto sulla sua appartenenza al genere degli Stealth Game. Io credo che il gioco Naughty Dog sia molto più un survival horror che un gioco dove bisogna nascondersi nelle ombre anche se, questa parte dell’esperienza, è comunque necessaria a portare a termine le prime parti impegnative dell’avventura, visto l’ancora limitato arsenale e le poche skill del personaggio.

La vedo così: ci vuole un motivo narrativo, vero, per rendere credibile uno stealth game. Penso a MGS, anche al primo: perché uno come Solid Snake che c’ha gli attributi che gli roteano e fumano, deve nascondersi anche dalla guardia più cretina? Si ok, in alcuni casi ha assolutamente senso, perché sennò quella fa scattare l’allarme e bla bla bla. Eppure la credibilità del genere spesso è proprio minata da questo tipo di situazioni, soprattutto a livello narrativo.

A livello ludico invece, le cose cambiano: effettivamente ha ragione Fucktotum quando obietta che la maggior parte degli stealth è scriptata da eventi di un certo tipo che fanno triggerare le guardie mentre altri eventi, probabilmente più rumorosi o visibili, non producono alcun effetto. Questo tipo di comportamento rende davvero impossibile la famosa sospensione dell’incredulità e ridicoli, davvero, questi giochi. Anche se poi l’impianto ludico può anche essere funzionante, o quantomeno divertente: se a voi piace vivere quel determinato tipo di esperienza in un videogioco, cioè aspettare che passi la guardia e poi sbrigarsi a raggiungere l’altra parte del corridoio in un cono d’ombra ben definito, buon per voi.

A me, onestamente, non sono mai piaciuti i giochi Stealth ma ho adorato The Last Of Us. Ammetto che il primo scontro serio con i Clicker è stato davvero un casino: frustrante a dir poco. Sono arrivato in questa specie di magazzino sotterraneo con Ellie e Tess e ho provato tutte le strategie che mente umana abbia potuto concepire tranne quella dello scontro frontale (rivelatasi COMPLETAMENTE inefficace). Pensavo quindi di essere, davvero, di fronte ad un videogame che mi avrebbe chiesto di trovare il nascondiglio giusto al momento giusto, la strada meno illuminata e di fare attenzione a dove guardassero quei maledetti infetti.

La verità è che non avevo capito la differenza tra Runner e Clicker: i secondi mi sembravano impossibili da sconfiggere senza il giusto numero di coltelli, soprattutto in una situazione in cui erano presenti anche i primi! Poi ho capito la strategia, ho superato quel pezzo e la nebbia dello “stealth game” si è completamente diradata.

Non so come la pensate voi ma, presa dimistichezza con i controlli (molto complessi) e soprattutto con le meccaniche, non mi è mai più capitato di DOVER affrontare una situazione senza farmi completamente vedere. Decidevo, di volta in volta in base al mio fantastico arsenale, cosa fare. La sensazione di terrore è tornata a farsi sentire dopo quella prima stanza ma è totalmente dovuta alla riuscita dell’ambientazione e della trama. E’ stato sensazionale pensare di dover nascondersi perché impauriti in quella che mi è sembrata la prima, vera, apocalisse mai esistita nella storia dei videogiochi. Intanto però collezionando munizioni armi e soprattutto punti abilità per il personaggio, il gioco svelava la sua complessa matassa ludica in quello che io ritengo il miglior survival horror della storia del medium. L’unico in cui non mi sia sentito un cretino a frugare in ogni cassetto nella speranza di trovare un qualche aiuto: mentre ritengo davvero IMPROBABILE che una casa infestata sia piena di nascondigli segreti pieni di fucili e pallottole, mi risulta assai coerente e sensato pensare che in una casa abbandonata di fretta un sopravvissuto prima di me abbia dimenticato una pistola in un cassetto. L’unico in cui mi sia davvero sentito un “sopravvissuto” destinato ad assistere al nuovo orrore del mondo.

Non so cosa ne pensate voi e mi piacerebbe sentirlo, nonostante adesso la mia vita ludica sia abbagliata da quel gioiello chiamato Grand Theft Auto 5, ricordo ancora con un piacere infinito le mie sparatorie per le vie di Boston, Salt Lake City o Pittsburgh.

Non voglio e non posso scindere l’esperienza ludica dall’evidente superiorità autoriale di cui gode The Last Of Us: trama, dialoghi, ambientazioni e concept mi hanno semplicemente trasmesso così tanto che probabilmente tutto il resto ha funzionato alla perfezione anche e grazie a queste evidenti eccellenze. Continuo però a pensare che la definizione di “stealth game” non calzi per niente a pennello per il gioiello di Naughty Dog. E se anche voi doveste avere problemi con questo particolare tipo di gioco e aveste scartato TLOU per questo motivo, spero che quest’articolo vi dia modo di ripensarci.

Joel e Ellie vi aspettano, sopravvivete al loro fianco.

Questo post è stato scritto da:

- ha scritto 1304 articoli su Inside The Game.

Contatta l'autore

Commenti

Commenti

Una risposta a “The Last Of Us non è uno stealth game, è un survival [Naughty Dog]”

  1. Strider Hiryu scrive:

    Ormai, il mondo dei videogiochi è piuttosto liquido quando si tratta di definizioni. E’ sempre più raro trovare un gioco che possa definirsi appartenente in assoluto ad un solo genere, e le contaminazioni sono la regola. Credo possa dirsi lo stesso di The Last of Us, che ha un cuore da stealth game ma sconfina ampiamente nel survival horror per il tono della storia, per le circostanze generali, per la presenza di nemici mostruosi – in senso proprio e figurato – da affrontare con mezzi spesso e volentieri inadeguati.

    Non che sia privo di difetti, beninteso: se Joel è ben nascosto, ad esempio, l’IA di cacciatori e mostri darà per scontato che lo siano anche i suoi alleati, mentre magari questi ultimi corrono disperatamente ed in piena vista attraverso gli ambienti, cercando un nascondiglio. L’immersione ne soffre un po’, ma è evidentemente un modo per bilanciare l’inevitabile lentezza della CPU nella gestione di più IA in contemporanea.

    Ciò detto, The Last of Us ha tutti i crismi del survival horror: il realismo delle sue ambientazioni, come anche il ritratto impietoso della crudeltà e dell’egoismo umani, lo avvicinano alla sensibilità di ognuno di noi. L’impotenza, che è il tratto quintessenziale di Amnesia e dell’orrore in generale, è usata non solo per informare il gameplay, ma anche i personaggi. Ed i rarissimi momenti di quiete non fanno altro che alleviare una tensione psicologica del tutto estranea al genere stealth.

    Che in superficie The Last of Us vi appartenga – o meglio, vi somigli – è una conseguenza del tipo di storia che racconta. Una storia così sfaccettata, ben scritta ed emozionante che vale la pena di viverla in qualsiasi modo: superare l’avversione al genere, pad alla mano, può semmai amplificare ancor di più il segno che questo titolo imprime nella memoria e nel cuore. E’ inevitabile. Senz’altro, il punto più alto che la narrativa applicata ai videogiochi abbia toccato in questa generazione… E non solo.

Trackbacks / Pingbacks


Rispondi