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Indipendent Monday: Spate [Recensione Indie Game]

Spate

  • Piattaforma: PC
  • Publisher: Avvo Games
  • Software House: Avvo Games
  • Indipendent Monday: Spate [Recensione Indie Game]

    Famelici Insiders benvenuti ad un nuovo appuntamento con Indipendent Monday, rubrica che vi propina senza remore la summa dell’industria indie. Questa settimana entriamo all’interno della psiche di Eric Provan, ovvero Avvo Games, e del suo Spate! Il creatore di questo titolo vede sul curriculum esperienze con Walt Disney e Sony Animation e si cimenta nella creazione di un universo steampunk surreale, piovoso ed impiantato nella mente del tormentato protagonista. Pronti per un nuovo viaggio?

    Mario con problemi d’alcool, depresso, autodistruttivo ed alla ricerca di una risposta

    Spate ci vede nei panni del detective Bluth alla ricerca di un importante uomo d’affari dato per disperso sulla misteriosa isola chiamata X Zone. Le deliranti profondità sceniche di un mondo in decadenza sono le rovine di un piano surreale meraviglioso, oppresso da un misterioso cancro e città fantasma per i ricordi allucinati dall’assenzio della figlia di Bluth, deceduta anni addietro. Riusciremo a scoprire la verità? Come affronteremo i nostri demoni sul fondo di una dipendenza da assenzio? C’è speranza per l’isola?

    Il titolo sviluppato da Eric Provan si prefigge d’immergere il giocatore negli eventi e nel mondo da incubo onirico creato, dando sensazione a quello che vediamo, sentiamo e apprendiamo andando sempre più giù fra la disperazione di Bluth, alla scoperta dell’infezione che ha portato la X Zone alla rovina. Questo platform vuole, dichiaratamente, calcare le orme del discusso filone inaugurato da esperimenti riusciti come Dear Esther, mettendo in risalto quanto può essere spremuto dall’esperienza narrativa e dalle sensazioni date dal design, più che dal gameplay.

    Il compito di Provan è arduo, soprattutto conoscendo l’evoluzione che ha avuto il filone e i concorrenti che, a maggior ragione in questo caso, hanno saputo fare da scuola al resto della community indie: Journey su tutti.

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    Concentriamoci però sull’aspetto centrale, quindi la trama! Spate si pone al giocatore con qualche cliché necessario, facendoci risvegliare al collo di una bottiglia di un detective noir tormentato e afflitto da un matrimonio sfasciato dalla spirale creata dalla morte della figlia. In questo caso la semplicità del plot di partenza è giustificata dal contorno, dai dettagli estetici e dalle peculiarità che lo sviluppatore inserisce all’interno del suo mondo: gl’incontri con certi personaggi; il level design; le ampiezze a mostrare la X Zone; la fantasia nello sforzo creativo; le musiche stupendamente composte; il mistero dietro l’esistenza dell’isola; e molte altre domande alle quali non avremo risposta, formulate semplicemente per creare il mito. Spate ha il merito di riuscire a costruire un mondo di gioco leggendario, spiazzante, incuriosendoci nella sua esplorazione lineare, con la voglia di trovare soluzione ad i dilemmi del protagonista ormai divenuti nostri.

    D’altro canto l’universo delineato è fin troppo incanalato in una logica da corridoio e non esplora tutte le potenzialità, sia nella trama che nel giocato. La X Zone, seppur capace di offrire scorci deliranti, è molto limitata in scenari ripetitivi, considerando la breve durata dell’esperienza. La sensazione iniziale era quella di potersi trovare di fronte ad un immaginario alla Burroughs – vedi Il Pasto Nudo -, dove l’utilizzo di sostanze allucinogene – in questo caso è l’alcool a deformare il mondo del protagonista e non la droga – lo portava a solcare i confini di ciò che era vero, immaginando situazioni e scenari disconnessi, malati, gotici e dalle tinte grimm. Così facendo il protagonista era sì all’interno di situazioni reali, ma completamente deviato verso visioni multidimensionali. In questo caso l’alcool, difficilmente sfruttato narrativamente in videogiochi per bigotterie varie, viene banalizzato nell’inquadrare il personaggio.

    Attraversare l’isola non regala grosse emozioni e seppur i pensieri di Bluth sono ottimamente recitati da Jack Bair – sottotitoli in inglese e niente italiano o altre lingue n.d.r. – e alcuni dialoghi sono paradossali e ben strutturati, i risvolti della storia sono ripetitivi e ridondanti, privi di sfumature e nulla che un Sam Lake non abbia portato con molta più forza visiva e narrativa in un Max Payne, più terreno e meno onirico, ma sicuramente più forte nelle parole.

    Il doppio finale, da occasione di rigiocare il titolo per trovare qualche segreto od easter eggs, nonché cercare di assimilare l’esperienza cogliendo nuovi angoli.

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    Journey sotto assenzio

    Spate ha dei richiami più forti con Journey rispetto a Dear Esther di quanto voglia ammettere. Il titolo è un platform classico, senza troppi fronzoli, con un livello di sfida molto elementare e spesso capace di fare a cazzotti con gl’intenti narrativi. Il suo sviluppatore non ha del tutto imparato la lezione di ThatGameCompany che con il suo gioco ha mostrato come si possa raccontare per immagini e gameplay senza sacrificare troppo la forma di quest’ultimo, ma addirittura dando un diverso approccio al suo concetto.
    Il bere è funzione quasi opzionale, utile a renderci più agili, veloci ed a distorcere il mondo attorno a noi per scoprire qualche segreto ma, come detto per la trama, non sfrutta le evidenti potenzialità: avrebbe potuto essere utile per deformare la mappa modificandone il design, piuttosto che renderlo una visione ubriaca alla GTA; oppure sarebbe stato interessante utilizzarlo per poter interagire diversamente con alcuni personaggi, visioni o porzioni di mappa mostrate.
    Il gameplay è quindi ridotto ad i minimi termini, soprattutto considerando che si tratta di un’esperienza 2.5D e non di un mondo 3D esplorabile. Come anticipato, attraversare l’universo di gioco è reso noioso soprattutto da azioni pacate, poco impegnative, mai varie ed ingenue per difficoltà ed intuitività.

    Detto questo lo sforzo tecnico impiegato è sicuramente lodevole, d’impatto e ben congeniato, mostrando quanto si possa fare con un po’ di fantasia, una storia, un narratore di classe ed un comparto musicale di livello. Le idee sono la parte pregnante dell’opera ma hanno la tendenza a rimanere a metà, esprimendosi in alcuni casi limitatamente: come la scelta registica di alcune fasi platform, votata a spezzare il limite piatto dell’azione.

    Spate soffre di qualche bug e da un’interazione con alcuni elementi dello scenario capace di risultare legnosa: non avrei mai pensato di prendere in salto e con slancio una catena e schiantarcisi come fosse un tronco d’albero.

    Spate

    Eric Provan ed il suo Spate sono un’ottima prova e speriamo un primo passo verso un progetto più ambizioso e libero da freni inibitori che probabilmente hanno raffreddato il pruriginoso estro del creatore. Tecnicamente su buoni livelli, seppur non esente da qualche bug e problema d’interazione, Spate mostra i denti con un comparto audio di ottimo livello, un level design fantasioso visivamente ma povero per il giocatore ed una trama breve, intensa e portata al giocatore con più abilità rispetto al potenziale espresso su carta, smascherato solamente dalla noia data da alcune scelte.

    Inside The Game

    • Ottimo design
    • Doppiaggio di livello
    • Musiche d'impatto

    Outside The Game

    • La noia viene grossa, seppur breve il viaggio
    • Level design ripetitivo ed a volte poco funzionale alla narrazione
    • Potenziale poco sfruttato
    Voto:

    Interessante

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