L’ottimo articolo del collega Luca “ViewtifulMee” Mogini, riguardante l’ennesimo, improprio e aberrante utilizzo di dati personali (mi riferisco all’intervento dal titolo SEGA, Apple, Lucasfilm e Ubisoft “beccate” a scaricare i vostri dati da Facebook?), esige da parte mia un breve ma deciso approfondimento. Il nostro Luca non si è spinto oltre la cronaca, mentre io cercherò nel mio piccolo di approfondire la portata di simili notizie, che, nonostante tutto, da qualche anno a questa parte sono quasi all’ordine del giorno. Forse il tenore, nonché la sostanza, esulerà dalle classiche trattazioni che siete soliti leggere su questi lidi, ma mi sforzo di credere che sia per una giusta causa. Perciò fatevene subito una ragione e procedete con la lettura se l’incipit vi convince.
Tanto per cominciare, immaginate tutti quegli individui tacciati di “cospirazionismo” o affini, presi in giro per le loro bizzarre ipotesi, e messi al bando come sociopatici da strapazzo. Pensate a quanto stiano gongolando all’idea che, ancora una volta, qualcosa del genere trapeli in maniera così poco controllata. Eppure noi dovremmo essere in grado di superare pure certi scenari da costosissime pellicole hollywoodiane, assumendo un atteggiamento più realista e pacato.
Per chi ancora non avesse compreso di cosa stiamo parlando (e quindi non avesse letto l’articolo linkato in apertura… mannaggia a voi!), ci riferiamo all’ennesimo utilizzo improprio da parte di numerose multinazionali – anche tra le più prestigiose – di dati personali contenuti su Facebook. Se non sapete cosa sia Facebook, beh, tornatevene nelle steppe siberiane e continuate a tagliare legna come degli ossessi, convinti che non esista futuro.
Questo raccoglitore volontario di ogni sorta d’informazione, inerente ogni aspetto della vita di ogni singola anima del pianeta, ha sin da subito fatto storcere il naso agli spiriti più fini. Il sentore di costoro indicava un futuro in cui questa foga nel voler esternare i propri cazzi si sarebbe (mica tanto) clamorosamente ritorto contro tutti questi impazienti figuri d’avanspettacolo. In cosa sarebbe consistita tale impazienza? Semplice! Nel voler esserci, nel dover esserci, e nel conseguente non potere farne a meno! Non è un discorso da neo-bacchettone consumato il mio, bensì trattasi di una semplice constatazione dei fatti.
Da piattaforma di ritrovamento delle più disparate conoscenze fanciullesche, Facebook si è rivelato una sorta di blocco note virtuale in cui appuntare, seppur a discrezione del fruitore, ogni minima sciocchezza possibile e immaginabile. Il They Live di Carpenter ricorre qui in maniera prepotente, nonostante i dovuti aggiustamenti. Essi vivono riguarda tutti coloro che dispongono di un profilo sul noto social network, tanto che per conoscerne le dinamiche quasi non serve nemmeno esserne iscritto. E’ nell’aria, c’è poco da fare.
Ma poiché non è il becero sarcasmo ciò a cui si aspira con la presente, accantoniamo quest’ironia pseudo-catastrofica tra il serio e il faceto, focalizzandoci sulla questione. Qui si parla di importanti enti che accedono, in maniera più o meno legale, ad informazioni che non dovrebbero essere a loro disposizione. Tuttavia, riportare su simili canali certe informazioni, è una pratica alla quale nessuno ci costringe, ed il semplice farne parte costituisce un accordo tacito circa l’eventuale possibilità che qualcuno entri indebitamente in possesso di ciò che gettiamo malamente in pasto a tutti.
Non dovrebbe essere così, ma di fatto lo è. La notizia che vuole Apple, SEGA, Ubisoft e chi più ne ha più ne metta, a rovistare come dei clochard tra gli avanzi di dati personali trasmessi per via pubblica su Facebook, la dice lunga sullo scenario odierno. E’ tutto lì, capire cosa la gente voglia, cosa faccia, cosa desideri, mangi, sogni. Tutte cose che possono e “devono” essere utilizzate per profitto!
Mi spiace apprendere che qualcuno se ne possa uscire esclamando, “eh ma è marketing, così fan tutti…”, perché implicitamente si giustifica – se non addirittura si copre – questo torbido e violento atteggiamento. No miei cari amici, non è così che ci si pone dinanzi ad una simile questione. Ci rendiamo conto di quale e quanta inibizione traspaia da simili considerazioni?! Da un lato c’è chi non rileva nulla in tutto ciò, risparmiando a sé stesso di porsi pure il problema. Dall’altro c’è chi il problema lo conosce, ma vi si “piega” perché i manuali più gettonati di marketing recitano sempre la solita solfa.
Qui non si tratta di stravolgere l’infame corso degli eventi, né vorrei così vergognosamente disattendere la premessa posta in apertura, ossia di rimanere ragionevoli e pacati. Non siamo così illusi da credere di poter davvero “cambiare il sistema”. Ciò di cui disponiamo è una tastiera, oppure il sempre caro dono della parola. Utilizziamo tutto quello che il buon Dio e la nostra misera ragione ci hanno dato, per non rimanere in silenzio. Parliamo con amici, conoscenti, parenti. Non abbiamo “paura” di dire la verità. Questa già di per sé ci protegge dall’isolamento, garantito!
Si brama davvero così tanto reperire qualche nostra vecchia conoscenza? Oppure beccarne una semi-nuova affinché diventi tale? Bene, reperiamo l’interessato mediante questi mezzi, se è proprio necessario, ma per approfondire rivolgiamoci ad altri. Ne esistono tante di vie, anche quelle meno usuali oggigiorno come il darsi appuntamento in qualche posto sperduto del proprio luogo di residenza. Ma accantoniamo per un attimo questo nostro sfrontato desiderio di apparire, ammantandolo per giunta del più nobile intento di “condividere“. Non lasciamoci dietro pezzi di noi con fare così superficiale e disinteressato. I nostri ricordi, le nostre vicende, le nostre aspirazioni, sono tutto ciò che ci rende Uomini. Non svendiamoli a loschi individui che smerciano tutto ciò come fosse sterco.
Ecco, lo sapevo, ho elevato più del dovuto la questione. Ma mi si creda quando affermo che certe cose non è per me che le scrivo, o meglio, non solo. Quando si parla strettamente di videogiochi, approfondimenti e quant’altro legato a questo settore, quella sorta di auto-compiacimento è un vezzo al quale chi scrive, e ama farlo, si lascia andare con malcelata vanità. Ma in casi come questi è il torpore ciò che si combatte. E non che non ci sia un pizzico di egoismo in tutto questo. Diciamocelo chiaro e tondo: chi non aspira ad un’esistenza da eremita dedita al più nobile degli ascetismi, non può certo sperare di vivere in un contesto che lo vede intellettualmente isolato. Sarebbe come vivere da persone normali in un luogo pieno zeppo di zombi di romeriana memoria. Nove su dieci il naturale sbocco è quello di soccombere.
Allora perché non conciliare le mie di esigenze con quelle altrui, anche se al momento non sono avvertite come tali dagli altri? Ahimè, però, sono convinto che la quasi totalità di chi leggerà queste righe, invischiato fino al midollo in qualsivoglia social network, di tutto avvertirà il bisogno fuorché di “disintossicarsi”. Prenderà questo papello come il solito sproloquio su internet di un tizio pseudo-impegnato, ed il proprio meccanismo cerebrale gli imporrà di registrare il tutto come stronzate, o, nel migliore dei casi, come superflue esagerazioni.
Ed invece no! Come quasi in tutte le cose, il primo passo è sempre quello più difficile. Perdonate se mi servo di espressioni di stampo vagamente clinico, con fare accondiscendente, quasi fossi uno di quegli psicologi d’accatto. Ma non chiedo di essere io quello da ascoltare, bensì voi stessi. Non istituisco “cerchi della fiducia”. Non vi do linee-guida, né stilo una serie di fandonie per poi proporle sotto forma di un saggio dal titolo “E’ facile smettere di stare su Facebook se si sa come fare”.
Solo che mi ha sempre commosso il suicidio di massa di una specie animale – se non erro gli Gnu – che una volta avvertito lo scadere del proprio tempo, corrono per lunghi tratti come dei forsennati fino a gettarsi in massa da un burrone. Non posso confermare che ciò sia vero: non mi sono mai interessato a certi argomenti come si deve. L’importante è che resti l’immagine, identica a quella di tanti, troppi, che, pur non facendolo perché consapevolmente desiderosi di “morire”, si buttano in modo del tutto volontario da questi giganteschi dirupi. E il problema è che, se si è sulla scia, non c’è potenza che possa placare quel folle incedere.
Ancora una lieve nota di “catastrofismo”, nevvero? Ma signori miei, oramai non si capisce nemmeno se per certe cose sia più efficace la carota o il bastone. Sentirsi in balia di tutto ciò che ci circonda è un lusso che oramai non possiamo più permetterci, e prima lo si matura, prima si potrà ricavarne qualcosa di utile. E per cambiare noi stessi… beh, per quello sì che si è sempre in tempo, a patto che lo si desideri ardentemente.
E se pensate che io sia soltanto un paranoico, pensate anche solo fugacemente a quanto appena esposto quando quel particolare intruglio sarà commercializzato come l’ultimo ritrovato nell’ambito delle bevande, o il protagonista di un videogioco avrà una lama al posto della testa e combatterà cavallucci marini, o il vostro nuovo PC conterrà un programma di videoscrittura in barese. Ebbene, se tutte queste cose improbabili, in un non meglio precisato futuro, dovessero suscitare in voi un vago senso di déjà vu, beh… pensate a quella volta che un tizio “sproloquiò parlando di Facebook su un sito di videogiochi come dello strumento del demonio”.





contiamo Modern Warfare 2), in arrivo entro la fine dell’anno e da quanto si mormora ambientato in Vietnam. Oggi apprendiamo che non solo la Sledgehammer Games (fondata da molti esuli del progetto Dead Space) si appresta a lavorare a uno spin-off che dovrebbe persino esplorare nuovi generi ma che nel 2011 ci sarà con o senza il prossimo gioco della Infinity Ward, un terzo progetto marchiato Call of Duty e affidato a non sappiamo ancora quale software house. Una bulimia senza freni che ha già danneggiato il mercato dei giochi musicali e di conseguenza l’altra grande serie in mano ad Activision, quel Guitar Hero che esattamente come Tony Hawk si ritrova senza gli sviluppatori originali, macellati lungo le estenuanti riorganizzazioni interne imposte anche dalla crisi. Niente più Neversoft, niente più Infinity Ward ma sopratutto nessun nuovo IP di rilievo, Activision si ritrova ora in una posizione che si regge solo ed esclusivamente sul guadagno da arcipelago tropicale di World of Warcraft, brand Blizzard tra l’altro, proprio quei poveri scemi che ci mettono cinque anni per fare un gioco.



