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Popolo del Joystick o popolo del Frag?


 Popolo del Frag

Non tutti i videogiocatori sono uguali. E non mi riferisco solo alla differenza che intercorre tra il giocatore della domenica e il teorico del videogame. Esistono infatti due modi diversissimi di dedicare la maggior parte del proprio tempo libero ai videogiochi; una frase del genere, fino a dieci anni fa, avrebbe significato esclusivamente provare molti titoli diversi, cercando di finire quelli appassionanti. Con l’avvento di internet e con la proliferazione del netgaming non è più così. La competizione, in molti giocatori, ha preso il sopravvento e molti atteggiamenti codificati dell’homo ludens non sono più gli stessi.

E’ possibile giocare per anni esclusivamente allo stesso titolo, pur di diventare più forti dei propri avversari: lo scopo è raggiungere la vetta della community. Il tetto del proprio mondo. Non è poco, per chi è stato rapito dai videogiochi online come Counterstrike, e le soddisfazioni indescrivibili nel vincere un torneo funzionano da giusta ricompensa. Ecco perché il netgaming  somiglia molto di più all’allenarsi in uno sport che al fruire di un’opera videoludica in maniera classica, divertendosi con l’interazione oppure con la trama. Ecco perché i più importanti videogiochi multiplayer del mondo, quelli in cui la competizione è diventata globale, prendono il nome di Sport Elettronici. Chi li pratica è addirittura definito un cyber-atleta, termine che evidentemente non identifica un terminator mentre corre i cento metri.

Anch’io sono stato un netgamer: personalmente ho passato circa tre anni della mia vita giocando solo a Starcraft, senza mai “spezzare” il ritmo di allenamento con un nuovo episodio di Zelda o l’ultima avventura di Solid Snake. Dal mio ingresso nell’arena di Battle.net sono esistiti solo Terran, Zerg e Protoss: mi ero volutamente dimenticato che vestire una tunica verde regalasse emozioni indescrivibili.  Il risultato da raggiungere è il frag, la vittoria; io l’ho inseguita anni fa, e quelli come me continuano ora sulla stessa strada. La sfida, quando è sana, rappresenta il divertimento.

Da questa consapevolezza  nasce una riflessione: il “Popolo del Joystick”, come l’ha definito J. C. Herz nell’omonimo libro (Feltrinelli, €18,08), non è un’unica nazione o almeno non è così unita come l’autrice la dipinge. Esiste anche il “Popolo del Frag”; e sebbene in Starcraft, in verità, non ci fosse nessuno da fraggare, anche io sento di appartenervi. Ci sono precisi ed evidenti indicatori che lo dimostrano. Ve ne riporto alcuni.

I netgamers hanno un comportamento spesso non inquadrabile nello stereotipo dell’hardcore gamer medio. Mentre quest’ultimo compra almeno un videogioco al mese, un netgamer compra solo l’episodio successivo del titolo a cui sta giocando. Da un acquisto all’altro, quindi, potrebbero passare anni. Inoltre il computer di un appassionato di videogiochi ha una forma riconoscibile, quello di un netgamer sembra un’astronave ed è pieno di costosissimi orpelli. Le cuffie devono permettere di ascoltare ogni minimo passo del nemico, la tastiera deve garantire precisione e affidabilità; il PC stesso deve mantenere costante il numero di frame per secondo. Inoltre, appena esce un nuovo mouse che può far migliorare anche di un centesimo le prestazioni nell’arena virtuale, il netgamer non può fare a meno di acquistarlo.

Ecco spiegato perché ad investire nel fenomeno, sponsorizzando i circuiti torneistici internazionali più prestigiosi, sono i produttori di hardware piuttosto che quelli di software.

Questo per quanto riguarda il mondo del netgaming su computer; ma anche su console i netgamer sono perfettamente riconoscibili: alcuni giocatori di Call Of Duty 4 sul Live non hanno neanche un punto obiettivo (pazzi… verranno sicuramente puniti dal santo protettore degli achievement: Ualone!). Quelli sono di sicuro dei cyber-atleti: hanno comprato una copia del capolavoro Activision solamente per sfidarsi online, senza interessarsi minimamente al fantastico prodotto che si ritrovano nel vano della console. Un classico comportamento di chi ama il multiplayer: Cafone ad esempio, uno dei più grandi giocatori di Warcraft III mai esistiti in Italia, probabilmente non ha mai nemmeno provato la modalità giocatore singolo nella sua specialità. Come già detto, infatti, per un netgamer conta solo il punteggio a fine mappa: deve essere maggiore di quello dei propri amici.

L’aspetto sociale, quindi, è l’altra differenza fondamentale nell’approccio con il videogioco. Molti netgamer non ne avevano mai visto uno fino a che qualcuno non li ha “iniziati” a World of Warcraft o similia. Online hanno trovato connessi gli amici della vita reale, insieme a nuove persone da scoprire: per questo si sono appassionati e innamorati dei mondi virtuali. Il netgamer medio infatti non viene attratto da un videogioco grazie a un trailer ben riuscito o ad una bella pubblicità: il meccanismo di coinvolgimento è totalmente virale. I nuovi giocatori vengono convinti da qualche amico a iniziare una carriera su internet; in fondo chiunque si annoierebbe presto senza uno sparring partner da prendere in giro e con cui migliorarsi.

Ripensando a queste ultime righe mi viene in mente che ciò che più mi ha attratto nei miei anni di netgaming non è stato vincere: piuttosto imparare sempre qualcosa dagli avversari che ho avuto, dagli amici con cui ho condiviso le mie partite.

Senza di loro, anche il trionfo più importante non avrebbe significato nulla.

Da Game Pro 13 di Giugno 2008, column: “Boom Headshot c’è del cervello nella rete

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Moige VS videogiochi -> Metalmark VS Moige -> Moige Vs Metalmark


Copertina Game Pro

E’ uscita nelle edicole di tutta Italia Game Pro numero 16 (mmm, non tutte, visto che molti si lamentano dell’irreperibilità), la rivista di cui sono “columnist” e in cui scrivo mensilmente (informazione di servizio per tutti coloro che comprassero la rivista per le mie righe, nel prossimo numero, il diciassettesimo, il mio articolo non ci sarà).

Ovviamente non sono certo qui a scrivere per fare pubblicità a questa rivista (c’è addirittura la copertina nella sidebar per quello) ma semplicemente  perchè c’è qualcosa che mi ha molto colpito: una lettera del Moige che Metalmark (trovate la sua “Mark Caverna” nel blogroll qui a destra), editor della rivista, pubblica in Borderline, l’angolo della posta.

Cosa è il Moige? Wikipedia salvaci tu. L’acronimo sta per Movimento Italiano Genitori. Quindi, avrete già capito di che tipo di movimento si tratta e di quali argomenti si interessi. Si parla di videogiochi da cui i minori andrebbero protetti e di un medium ritenuto “pericoloso” o almeno a cui prestare la massima attenzione. Questo movimento, nell’occasione della conferenza stampa per la presentazione della campagna “Mony e Joy“, ha presentato un rapporto abbastanza allarmante, almeno grazie a come è stato comunicato, sulla situazione italiana. Al prestigioso tavolo dei “relatori” c’era un brillante psicoterapeuta dell’età evolutiva, Federico Bianchi di Castelbianco, la cui ipotesi era la seguente “I videogiochi non sono divertenti”. Ogni ipotesi, per diventare tesi, ha bisogno di una dimostrazione (sono laureato in Ingegneria, fatemi sfoggiare queste piccole perle di saggezza matematica); ecco quella dell’esperto di cui sopra: “Entrate in una salagiochi e vedrete che nessuno ride“.

Fortunatamente, alle normali sedie degli spettatori, c’era anche qualcuno che io mi permetto di definire senza paura “esperto” in materia di videogiochi, cioè Metalmark, rappresentante dell’unica rivista di settore intervenuta all’evento. Cosa è successo dopo potete trovarlo sul resoconto stilato da Marco sul suo blog; riassumo per i più pigri: le circostanziate critiche al castelbianchi pensiero non sono state nemmeno prese in considerazione e parole come “ignorante” sono volate dal prestigioso tavolo alle normali sedie.

Ovviamente anche su GamePro, in seguito, si è parlato dell’evento del Moige, tra l’altro con parole che non mi sembravano poi così sprezzanti oppure inadeguate. A quell’articolo ha fatto eco la lettera di cui sopra, pubblicata nell’edizione di questo mese, che sostanzialmente accusa la mia rivista preferita di avvicinarsi con molti pregiudizi alle tematiche del Moige. Ovviamente alla lettere segue una risposta del “padrone di casa” abbastanza dura, ma che comunque mi sento di condividere.

Ho raccontato cosa è successo per informare chi non avesse idea di tutta questa polemica di ciò che succede nell’edulcorato mondo della stampa specializzata (entrateci anche voi!!!), ma soprattutto per tirare una conclusione.

E’ importante e doveroso sottolineare che, in un modo o nell’altro, questa lettera del Moige, scritta addirittura a mò di comunicato stampa (che però termina con l’antipatica frase “con richiesta di pubblicazione“), è un apertura al dialogo verso un mondo sconosciuto e pieno di insidie, quello dei videogiochi e dei videogiocatori. Sconosciuto per chi non lo vuole conoscere e pieno di insidie per chi non ha neanche un amico che con un po’ di pazienza si metta a spiegare cosa c’è di bello nell’essere parte del Popolo del Joystick. Ed è questo il punto.

Sono sempre stato calmo, simpatico e tranquillo, non ho mai aperto una polemica o un flame. Cerco sempre di placare gli animi e mi piace il quieto vivere. Adoro chi non litiga, odio chi attacca e infama. Ma questa volta non mi va di trattenermi.

Io non voglio parlare, rispondere o spiegare NULLA sul videogioco a persone che non vogliono ascoltare. E mi dispiace dirlo, ma il Moige non vuole ascoltarmi, perchè parte da un presupposto profondamente sbagliato. Il voler tutelare i minori dai videogiochi.

Già questo ha un sapore di profonda ghettizzazione del mezzo, solo il voler provare a percorrere questa strada mette la parola “paura” tra i videogiochi e i loro utenti. Se qualcuno deve essere tutelato da qualcosa, quel qualcosa deve essere dannoso, o no? Avete mai sentito di campagne per tutelare i minori dal Cinema? Non mi pare. Al limite dal cinema Horror… già avrebbe più senso.

Inoltre i minori dovrebbero essere tutelati innanzitutto dai propri genitori, spesso irresponsabili e snaturati, visto che usano “la plaistescion” come una babysitter, lasciando i loro pargoli per ore da soli a giocare. Eppure il Moige è il movimento italiano genitori… non il movimento italiano contro i genitori.

In seconda battuta, se parliamo veramente del bene dei figli degli uomini, allora dovremmo veramente metterci in testa che i minori andrebbero “tutelati” praticamente da tutto, se si ha a cuore realmente la loro incolumita psicofisica. Ad esempio dalla pubblicità, che fa danni enormi ed ha un effetto pauroso su chi non riesce a distinguerla dal cartone animato che stava appena vedendo. Ma ci sono mille altri esempi (l’inquinamento, il traffico, i cibi ecc)

Insomma, un bambino non cresce bene o male a seconda se non ha videogiocato oppure si. Un bambino cresce bene o male a seconda dell’educazione che riceve, dalle esperienze che condivide con il mondo, da quanto i compagni di scuola lo prendono in giro. A seconda di chi eravamo, i videogiochi hanno avuto effetti diversi su di noi, di cui non si può fare della famosa erba un fascio. Io personalmente senza videogiochi sarei meno stimato e sconosciuto: non capisco perchè a 6 anni un organo extra familiare avrebbe dovuto “tutelarmi” da qualcosa che mio padre aveva fatto entrare in casa di sua spontanea volontà.

Concludendo, signori, di che cosa stiamo parlando? Viviamo in un pianeta che accetta e legalizza ogni sorta di barbarie, purchè abbia un fine, spesso economico. Le guerre, le sevizie sugli animali, i genocidi. Eppure il vero pericolo sono i videogiochi? Un mezzo già  passato scrupolosamente sotto una lente di ingrandimento chiamata Pegi che ne impedisce ogni passetto in qualunque direzione, imprigionandoli (a ragione, direi) in un “rating” di età che chiarisce ogni dubbio.

Forse bisognerebbe impegnarsi un po’ di più a costruire un futuro più roseo per gli uomini del domani. Avendo a cuore il risparmio energetico, le energie rinnovabili e una politica di integrazione e trasmettendo questi concetti ai propri pargoli. Forse bisognerebbe puntare a formare una classe di genitori responsabili che non prendano a schiaffoni i propri figli ma che anzi risolvano i conflitti in altri modi. Forse sarebbe utile insegnare il rispetto verso la vita e la tolleranza, magari con una bella campagna ad evitare che i minori entrino negli stadi, dove invece questi due argomenti vengono stravolti e le bocche si trasformano in fogne. Forse, e dico forse, ci sono problemi un po’ più grandi a cui gradirei che il Movimento Italiano Genitori pensasse, mentre sul sito ufficiale www.genitori.it non trovo grande utilità nelle campagne elencate. E infatti l’unico risultato “famoso” che il Moige è riuscito ad ottenere è il ritiro della pubblicità di Rocco Siffredi delle patatine; “achievement” che dice molto sulla derivazione cattolico perbenista del movimento e sui “perchè” della scelta dei videogiochi come strega da cacciare.

“Non c’è più sordo di colui che non vuol sentire” ma soprattutto “Chi ha orecchie per intendere…”

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