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Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco diventano un videogioco [A Game of Thrones: Genesis]


Agli amanti della letteratura fantasy il nome di George Raymond Richard Martin non potrà che suonare felicemente familiare. L’autore americano è infatti il papà di una delle serie di ispirazione fantasy-epica a mio parere più belle e curate di sempre: le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (A Song of Ice and Fire). Originariamente nata come una trilogia, si presenta come un’opera in sette volumi (ancora in evoluzione) dai toni ora duri, ora malinconici, in un connubio di scene di guerra e di sesso molto crude, e capace di raccontare un mondo reale, vibrante e suggestivo.

Dopo la doverosa premessa, ho il grandissimo onore di toccarvi (anzi toccarCI) il cuore con una notizia che si faceva attendere da fin troppo tempo: Cyanide Studio è al lavoro sulla prima trasposizione videoludica che potrà fregiarsi della licenza ufficiale della serie creata dal buon George!

Al momento è stato svelato pochissimo, il titolo (A Game of Thrones: Genesis) e due artwork (visionabili nella galleria in calce all’articolo ;-) ). Nulla si sa ancora sulla data d’uscita e sulle piattaforme di riferimento, nonostante il mercato dei Personal Computer parrebbe una scelta quasi d’obbligo, data l’ispirazione del gioco e il curriculum degli sviluppatori (Pro Cycling Manager e Blood Bowl).

Dalla nota diffusa dal publisher Focus Home Interactive, si dovrebbe trattare di uno strategico nel quale conviveranno le componenti di diplomazia, economia e combattimento tipiche della serie, nella lotta per il Trono di Spade tra le varie famiglie nobili che compongono il Regno di Westeros.

Sono consapevole che sia prematuro, ma una piccola scimmietta fà già capolino sulla mia spalla sinistra!

“Centomila spade si levarono, centomila cuori urlarono guerra!”


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Top 10 dei giochi più sottovalutati del 2009


Nonostante i seguiti (e i seguiti dei seguiti, e i seguiti dei seguiti dei seguiti…) dei blockbuster di questa generazione siano stati relativamente vacanti in questo anno che sta per finire, il 2009 è stato comunque ricco di uscite a dir poco interessanti per i videogiocatori, grazie a ritorni importanti (Fallout 3, Street Fighter IV, Punch-Out, Killzone 2, New Super Mario Bros. Wii..), diverse nuove PI (inFAMOUS, Prototype, Demon’s Souls, Dragon Age..), qualche spin-off di rilievo (GTA: Chinatown Wars, Halo Wars, Halo 3: ODST..) e tanti DLC (The Ballad of Gay Tony, Shadow Complex, Trials HD..).

Come ogni anno però ci sono anche tanti titoli che, pur essendo validi, sono passati un po’ in sordina nei negozi facendo soltanto apparizioni fugaci sugli scaffali e ricomparendo altrettanto rapidamente fra i giochi usati, rivenduti finchè valgono qualcosa per acquistare i gioconi che tutti vogliono.

Spesso si tratta di vittime dell’hype, o dell’inarrestabile corsa al progresso tecnologico, o di errori di marketing che li hanno fatti uscire a ridosso di capolavori annunciati; giochi che rischiano quindi di finire in un limbo, per poi magari divenire oggetto di culto di chi fra qualche anno li ripescherà, chiedendosi come mai non gli avesse prestato la giusta attenzione a tempo debito.

Giochi a cui Inside The Game dedica questa Top 10, magari con un pelino di buonismo (..è Natale!) ma invitandovi comunque ad ignorare per una volta anteprime, voti, recensioni e pareri altrui per scoprire quanto oro ci possa essere sotto la superficie.

10- X-Men Origins: Wolverine

L’action di Raven Software, recensito dal buon AKirA su 3MoG, è massiccio, incazzato e non sfigura di fronte all’agguerritissima concorrenza del genere, pur dovendo sottostare ad un film trascurabile che ne ha giocoforza influenzato trama e grafica (Liev Schreiber come Sabretooth è veramente inguardabile!).

Viene il dubbio che la licenza abbia più danneggiato che spinto il titolo in questione, che con una personalità propria ed uno screenplay più libero avrebbe forse potuto emergere un po’ di più.

9- The Chronicles of Riddick: Assault on Dark Athena

Un’occasione imperdibile quella proposta dagli Starbreeze Studios e dallo stesso Vin Diesel (i Tigon Studios appartengono infatti al nerboruto baritono): due giochi al prezzo di uno, e uno dei due è nientemeno che una versione riveduta e corretta di Escape from Butcher Bay, strano ma azzeccatissimo miscuglio di FPS e stealth da molti considerato il miglior gioco mai uscito su Xbox.

L’altro, Assault on Dark Athena, pur non avendo l’arguzia del predecessore e riallacciandosi a meccaniche più smaccatamente FPS, non manca dello stile concreto e acido tipico del talentuoso studio svedese, che molti hanno già potuto assaggiare sulle console di questa generazione grazie a The Darkness.

Il tutto condito da un’ambientazione sci-fi acre e violenta fra le più interessanti fra quelle post-Matrix, e da un protagonista con carisma da vendere e un cinico senso dell’umorismo, affilato come le sue amate lame.

8- WET

Altro giro, altro action; stavolta si tratta di uno shooter a cui la personalità non manca, con un raffinato connubio di oriente e Far West che strizza più di un occhio a Tarantino, peraltro citato esplicitamente da tantissimi particolari.

Non c’è niente di veramente nuovo fra bullet time, quick time events, capriole, scivolate e corse sui muri, ma tutto quello che fa WET lo fa con stile, raggiungendo l’acme nei momenti in cui la protagonista Rubi, degna della miglior Black Mamba, accecata dal sangue entra in una sorta di berserk: la nostra diviene un’autentica macchina per uccidere mentre tutto appare in un marcatissimo cell-shading rosso nero e bianco che ricorda un po’ il lisergico Killer 7.

Sangue, katana, pistole ed una sexy-vendicatrice infuriata. Che volere di più?

7- Red Faction: Guerrilla

Il terzo capitolo della serie di Volition è finalmente ciò che tutti si aspettavano: un’autentica orgia di distruzione, che grazie al nuovo engine Geomod 2.0 diventa la vera protagonista del gioco, consentendo una varietà di approccio alle varie missioni che nei due precedenti capitoli era soltanto accennata.

Vedere ponti o interi palazzi che collassano dopo un’accurata demolizione delle strutture portanti è un’autentica soddisfazione, specie considerando che al di là del Geomod il gioco c’è ed è bello (..ehm..) solido, sia per giocabilità che per aspetto audiovisivo.

6- Scribblenauts

Geniale” è l’aggettivo meno entusiastico che potreste esprimere riguardo il gioco 5th Cell: un centinaio di puzzle da risolvere evocando, da un database ben più ampio di quanto sarebbe lecito aspettarsi, miriadi di oggetti in grado di interagire fra loro in modo semplice ma razionalmente credibile e spesso assolutamente comico.

Purtroppo però ci tocca annoverare anche questo piccolo capolavoro di game design fra i giochi più sottovalutati: scorrendo recensioni, discussioni e pareri su stampa e web appare infatti palese un’incomprensione di fondo legata alla natura user-generated del gioco.

Scribblenauts infatti è divertente e impegnativo nella misura in cui il giocatore decide di divertirsi e impegnarsi, cercando soluzioni sempre nuove e sforzandosi di non riutilizzare all’infinito la stessa combinazione jetpack-pala-pistola laser.

Un problema non da poco quindi, vista la scarsa voglia mostrata da gran parte dei videogiocatori di azionare aree del cervello ben poco utilizzate dai comuni videogames, peraltro aggravato da un sistema di controllo eccezionalmente sgraziato, anche se in fin dei conti sopportabile considerato che si tratta pur sempre di un puzzle-game.

5- Prototype/inFAMOUS

Citiamo nuovamente insieme i due titoli super-free-roaming di quest’anno non tanto per le somiglianze vere o presunte fra due giochi, a cui comunque la personalità non manca, quanto perchè l’impressione è che entrambi abbiano venduto meno del loro effettivo potenziale e in particolar modo su PS3, a discapito delle speranze di Sucker Punch (nonchè delle divertenti scaramucce con il team di Radical Entertainment), si siano vicendevolmente danneggiati.

Oltre a questo, dopo un periodo di esaltazione subito dopo le rispettive uscite, in entrambi i casi sono in breve fioccate critiche più o meno giustificate verso due giochi che comunque partono dal comune intento di voler offrire innanzi tutto divertimento puro, senza troppi fronzoli.

Contare quanti interni si vedono in inFAMOUS, quanti passanti hanno lo stesso aspetto su Prototype o lamentare l’inconsistenza della trama o del sistema della “coscienza” significa non comprendere i reali obiettivi dei titoli in questione: la spettacolarità delle scene di massa o il colpo d’occhio dall’alto di un palazzo valgono bene un pop-up di troppo o  una palette un po’ monotona.

Si tratta quindi di due giochi da rivalutare per tutti coloro che sono in cerca di un divertimento sghembo, fracassone e poco educato ma estremamente liberatorio e catartico; poi che siano tutti e due ampiamente migliorabili è ovvio, ma d’altra parte è anche scontato che entrambi avranno almeno un seguito…

4- Little King’s Story

Nonostante non sfrutti per niente le peculiarità del Wii, questo piccolo capolavoro nato dall’unione di alcune delle menti dietro Final Fantasy XII, Harvest Moon, Dragon Quest e Kingdom Hearts ha raccolto un numero di pareri positivi inversamente proporzionale alle sue vendite.

Il gioco pubblicato da Marvelous è un incrocio fra gestionale e RTS con i controfiocchi, che si apre al giocatore con una progressione calcolata e perfetta, rivelandosi man mano e infine stupendo per dimensioni e complessità.

Aggiungiamo una caratterizzazione dei personaggi teneroide ma curatissima ed ecco che abbiamo uno dei più bei tesori da riscoprire di quest’anno.

3- The Conduit

Tipico esempio di gioco che ha sofferto di un eccesso di hype, peraltro sollevata dai suoi stessi creatori.

Il FPS di High Voltage infatti, pur rispettando sufficientemente quanto promesso in termini tecnici e soprattutto per quel che riguarda il multiplayer online, è caduto sotto un fuoco di fila di critiche riguardanti linearità, ripetitività degli ambienti e scarsa IA degli avversari, per essere poi definitivamente affossato da un design grafico che definire banale è dire poco.

Tutte lamentele azzeccate, che però hanno poco senso quando rivolte ad un gioco che non si è mai proposto come una rivoluzione nè come l’ultima novità in fatto di intelligenza artificiale, quanto piuttosto come una dimostrazione di come anche su Wii si possa fare ciò che per le altre console è la norma.

E in quest’ottica The Conduit diventa semplicemente uno dei migliori titoli del suo genere per grafica, configurabilità dei controlli e per quello che probabilmente è il multiplayer online più completo e meglio riuscito sulla console Nintendo.

2- Risen

Figlio naturale di Gothic, la serie di RPG fantasy creata dagli stessi Piranha Bytes ma ora in mano ad altri, Risen è tutto quello che Gothic 3 sarebbe dovuto essere e parecchio di più.

Un’ambientazione finalmente un po’ differente dal solito, con un’isola contesa fra due fazioni che sono qualcosa più del solito buoni vs. cattivi , fa da sfondo ad un gioco tanto intransigente da non dividere neanche le quest fra principale e secondarie, presentandole tutte allo stesso modo e invitando il giocatore a decidere quali ritenere importanti per lo svolgimento della trama principale.

Un RPG poco accogliente ed estremamente impegnativo, ruvido ma molto appagante per chi saprà soprassedere sui suoi difetti, che riguardano in particolar modo una grafica solida ma non sempre convincente e una certa rigidità nella gestione dei menù.

1- Brutal Legend

Concludiamo questa classifica degli incompresi con l’ultimo lavoro di Tim Schafer, che ha venduto l’anima ai possenti Dei del metal per poter creare un gioco incredibile senza però tradire lo spirito unico di tutti i titoli che portano il suo nome, ma che nonostante questo non è riuscito ancora a piazzare tante copie quante merita.

Brutal Legend trasuda amore: l’ amore del suo creatore, che ha creduto nell’astruso progetto di un slasher che diventa  RTS ambientato in un mondo fatto di mostri d’acciaio e palazzi di ossa e pistoni, e l’amore di chi ha partecipato alla sua creazione con un’entusiasmo sconosciuto ad altre produzioni (basti pensare che Jack Black si è presentato agli MTV Awards vestito da Eddie Riggs senza che nessuno glielo chiedesse…).

Basta provare la demo per capire che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso dal solito affett’em up, grazie a battute e tempi comici talmente perfetti da sembrare una sit-com e una grafica semplice ma efficacissima, con alcuni dei personaggi più espressivi che si siano visti in questa generazione: Kratos e Dante (quello Capcom come quello EA..) a confronto di Eddie hanno le capacità espressive di un pastore bergamasco.

Aggiungete che, come abbiamo detto, da circa metà il gioco cambia aggiungendo un’inattesa componente RTS, forse un po’ rigida ma tutto sommato efficace specie considerando il quadro complessivo.

Aggiungete anche che quest’ultima è addirittura giocabile in multiplayer online.

Sommate il fatto che stanno per uscire i primi DLC.

Infine ricordate che tutto questo ben di Dio è stato creato da uno studio piccolo ma capace e  capitanato da uno degli autori più geniali della storia del videogame, uno che pur cercando -giustamente- di vendere i propri giochi non è disposto a scendere a compromessi, uno che ama il videogioco e che si sforza perchè giochi “diversi” come Psychonauts e Brutal Legend siano sempre presenti sugli scaffali accanto ai soliti blockbuster.

Ecco perchè Brutal Legend è il gioco più sottovalutato del 2009. Ora andate a comprarlo e che il metal sia con voi.

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[recensione Berserk Online] Il gioco di carte con qualcosa in più


“Il mondo di Laar… Il mondo dove un tempo azzurri oceani danzavano con le onde e lo sguardo si perdeva nell’ammirare l’infinita varietà di vegetazione delle foreste vergini.In quel meraviglioso mondo vi era anche la magia, una magia di modesto potere. Non v’era alcun mago che avesse la capacità di rendere cenere eserciti nemici o di avvolgere in magiche fiamme intere città.”

E’ questo l’ incipit della storia che fa da sfondo a Berserk Online, card game di origine russa pubblicato e localizzato qui dall’italianissima Kalicanthus (sito ufficiale: www.kalicanthus.com)

Come ovviamente c’è da aspettarsi l’atmosfera da idillio fantasy sarà ben presto turbata da un cataclismatico evento, questa volta causato dalla nascita di un bambino dalle inaudite capacità magiche; perchè parlare di un gioco di carte cominciando dal background? Il motivo è semplice: la storia dietro Berserk non è opera di un anonimo reparto marketing, ma di un vero e proprio pezzo da novanta della letteratura fantastica: Nik Perumov, salito inizialmente agli onori delle cronache per aver avuto l’ardire di scrivere due seguiti de “Il Signore degli Anelli” e ora vera e propria istituzione del fantasy occidentale.

La premessa ricorda parecchio Magic: in ogni partita due maghi potentissimi, detti “Ungari”, si scontrano evocando eserciti fino al totale annichilimento dello schieramento avversario.

Ogni giocatore utilizza un mazzo composto da un minimo di 30 a un massimo di 50 carte; di queste il server ne sceglie automaticamente 15; sarà poi il mago a scegliere quali utilizzare nella battaglia a seconda del costo espresso in monete d’oro e d’argento sulla carta stessa; le risorse sono infatti limitate e lo schieramento scelto all’inizio sarà quello che accompagnerà il giocatore per tutta la partita.

Una volta scelte le creature vanno schierate su una sorta di scacchiera 5×6 dove si svolge la battaglia vera e propria.

Ed è qui che il classico gioco di carte va a conciliarsi con l’rpg strategico: ogni carta, oltre a punti ferita e valore di attacco, possiede un valore di movimento e uno di difesa e nel corso dei combattimenti è il tiro di un dado a decidere il danno inflitto.

Come nella migliore tradizione esistono poi una vasta gamma di abilità speciali, che vanno dalle più classiche, come la possibilità di rigenerare punti ferita o di evitare gli attacchi avversari, a quelle appositamente studiate per la formula del gioco, che danno bonus alle creature in fila o permettono di raggiungere con un attacco i riquadri più lontani.

Nonostante la particolare forma ibrida possa far pensare a un gioco di non facile approccio, i fondamenti di Berserk Online si imparano veramente nel corso di un paio di partite, lasciando poi tutto il tempo di approfondire la conoscenza delle carte e dei loro effetti congiunti, e basta poco per rendersi conto di avere a che fare con un trading card game che ha effettivamente qualcosa da dire, grazie alla freschezza di una formula di gioco che riesce a fondere insieme tradizione e idee innovative.

L’aspetto delle carte è un po’ un punto dolente del gioco: mi rendo conto che si tratta di una questione forse assolutamente personale, ma l’impressione è che la qualità delle illustrazioni sia molto altalenante; i disegni sono a volte molto belli, altre volte sembrano opera di un liceale, e questo purtroppo va a detrimento dell’atmosfera generale del gioco; peccato.

Il consiglio a tutti gli appassionati del genere è di dare una possibilità a Berserk Online, il cui client gratuito è scaricabile da qui.

Come già detto la formula di gioco si discosta dai binari quel tanto che basta per affascinare anche chi è ormai “scafato” in materia, e non è da sottovalutare il fatto che una partita si riesce a fare anche in un quarto d’ora, rendendo peraltro possibile (ma non dovrei dirlo) giocare un incontro persino nel bel mezzo di una giornata lavorativa:).

Buon divertimento!

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Prego voi, Dei dell’Heavy Metal, per un futuro migliore [recensione Brutal Legend]


Ho quasi finito Brutal Legend. Ve l’avevo detto che volevo impegnarmici tra ieri e oggi (mentre ho dato i primi colpi a Modern Warfare 2). Quindi, tosto e molesto come un vero metallaro, eccomi qui a descrivere le sensazioni provate con il titolo Double Fine creato da Tim Schafer, il genio dietro a Psychonauts.

Contrariamente a quanto vi avranno detto tutti (riviste comprese), io ho trovato Brutal Legend fantastico. Magari non come design o giocabilità, ma è sicuramente una ventata di aria fresca sul mondo dei videogiochi.

Chiariamo:  è vero, Brutal Legend è un videogioco debole, nel senso stretto e letterale del termine. E’ corto (come single player), è abbastanza ripetitivo, non ha una grande grafica (anzi, probabilmente è il punto più basso del titolo) ed ha un gameplay principale abbastanza povero. Si tratta infatti di un picchiaduro alla God of War senza combo il cui protagonista principale però è un roadie di una band Metal, tale Eddi Riggs, cioè Jack Black!

L’attore hollywoodiano famoso per Nacho Libre, School of Rock o per il semi sconosciuto ma fantastico The Pick of Destiniy (Il Plettro del Destino) era stato coinvolto solamente per il doppiaggio vocale del protagonista. Strada facendo si è talmente innamorato del progetto che ha voluto esserci come “attore” virtuale: motion capture facciale incluso. Questo particolare, precisamente, è la svolta del titolo.

Non tanto la presenza del solo Black, quanto piuttosto lo stile che essa ha potuto dare al gioco in un batti e ribatti di idee trasmesse dagli sviluppatori all’attore e viceversa.

Guardando ad un prodotto videoludico nel 2009, infatti, bisognerebbe smetterla di guardare solametne a ciò che andava analizzato 10 anni fa. L’allargamento del mercato ha creato spazio per titoli che vanno a ricercare qualcosa di totalmente diverso dal puro avanzamento tecnologico e da un gameplay adrenalinico. Brutal Legend è fantastico per altri motivi e, finalmente, un videogioco può permettersi anche questo.

Innanzitutto chi ha sviluppato Brutal Legend ha inventato di sana pianta un’ambientazione fondendo l’immaginario tipico della musica Heavy Metal (tanta cara a Jack Black quanto al sottoscritto…) con il fantasy. Chi è un critico “raffinato” di videogame potrebbe anche fregarsene ma, personalmente reputo un genio chi ha trasformato un “head banger” in una creatura fantasy che a testate lavora in una miniera. Inoltre far impersonare alcuni personaggi importanti di questa ambientazione a divinità della musica come Ozzy Osbourne e il mitico Lemmy dei Motorhead è ancora più geniale. Personalmente, tutte le volte che entro nel negozio per potenziare il personaggio (la mitica “Forgiamotori“) e sento il cantante dei Black Sabbath parlare con la sua vera voce mi emoziono.

In seconda battuta Brutal Legend è uno dei pochi videogiochi recenti che faccia davvero ridere, dall’inizio alla fine! Il titolo è infarcito di umorismo (anche legato all’ambientazione di cui sopra) e di battute: magnificamente scritte e altrettanto fantasticamente recitate. Non scherzo, fa più ridere di un qualunque film comico recente (ho visto Una Notte al Museo 2 e mi stavo per addormentare) e tra l’altro riesce ad essere anche più graffiante di un film, visto l’alto numero di parolacce che, secondo il sottoscritto, non fanno mai male. Un esempio di battuta clamorosa: Eddie dice a Mangus (il suo autista) “smettila usare quello stupido pannolone per pisciarti sotto e fai il tuo stupido lavoro”, risposta, “sei cattivo, io lo uso solo perchè così posso non smettere mai di guidare”. Magari scritta qui non fa ridere ma, recitata in inglese con i giusti termini, vi assicuro che è uno spacco.

Chiudendo solamente con una nota ludica è davvero realtà dire che Brutal Legend non si inventa niente? Forse si ma è un bel mix di generi: non si picchia e basta, ci sono fasi sulla mitica “Falciadruidi“, cioè un bolide che Eddie costruisce in meno di 5 secondi e anche fasi da “RTS“. Non sto scherzando. In pratica Double Fine si è inventata, con le scarse variabili a disposizione, qualcosa di realmente innovativo per aumentare la varietà. La differenza tra il loro gioco e qualunque altro picchiaduro alla Kratos è che Eddie può combinare le sue qualità con quelle degli altri suoi amici e, inoltre, può comandare alcune truppe in battaglia (anche dall’alto, visto che in seguito sarà dotato di ali).

Ora, facciamo il punto, vi basta per dare 65 sacchi (euro, scusate ;) ) ad Electronic Arts o vi devo davvero ricordare della splendida colonna sonora che racchiude davvero tantissime band che hanno fatto la storia dell’Heavy Metal e molte “new entry” adrenaliniche? Tra l’altro, come in GTA, potrete selezionare voi la canzone adatta al momento.

Per scongiurare però il pericolo che qualcuno di voi dica: “non mi piace l’Heavy Metal quindi Brutal Legend fa cagare” posso aggiungere quanto segue. Una colonna sonora non è bella di per sè ma è bella se sta bene con le azioni, i colori e le situazioni che l’occhio sta guardando. Quando ho visto Collateral (il film con Tom Cruise di Michael Mann) sono rimasto molto colpito dalla colonna sonora nonostante ci fosse salsa, musica elettronica e pochissimo rock, genere in cui io mi riconosco maggiormente. E in questo caso, mai musica fu più azzeccata. La “scena” della fuga in auto sulle note di Throught The Fire and Flames dei DragonForce è da oscar del videogioco ;)

Se non vi basta quanto detto fino a qui, sappiate l’ultima cosa. Se non amerete Brutal Legend, gli dei dell’Heavy Metal si accaniranno contro di voi!

Non vorrei davvero essere nei vostri panni!

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The Witcher 2 e il video rubato [video gameplay]


Alla fine del 2007, uno studio polacco, CD Projekt Red Studio stupì il mondo dei videogiocatori con uno stupendo gioco di ruolo, The Witcher.

Graficamente ottimo e pieno di possibilità, aveva dalla sua un’ambientazione eccellente, quella creata da Andzrei Sapkowski nella sua saga fantasy sui witcher appunto.

Il secondo capitolo è in preparazione e qualche buontempone, ladro nonchè mio nuovo idolo giovanile ha schiaffato su Youtube un video a uso interno, su cui mai i nostri occhietti si sarebbero dovuti posare: ora che l’ho visto, la mia mascella non vuole saperne di richiudersi.

Se dal punto di vista tecnico sembra sontuoso, le cose più rilevanti al momento mi sembrano il sistema di combattimento, davvero interessante nelle sue combinazioni tra magia e armi varie (decapitare uno mentre si spinge giù da un burrone un altro con uno spell? Bello!) e l’attenzione profusa sui dialoghi, spesso e volentieri punto focale di ogni GdR che si rispetti.

Sangue e mutilazioni ormai fanno parte del bagaglio di qualsiasi titolo, quindi sorvoliamo: come nel primo episodio a vincere è l’atmosfera, sempre cupa, anche se quello che mi ha fatto pensare “Argh, non avrò mai un pc adatto, speriamo nella versione console” è stato il vedere da lontano una tranquilla città spazzata dall’alito di fuoco di un drago gigantesco.
Benedetto sia quindi il ladro misterioso (e se si chiamasse marketing?), che ci ha ricordato di The Witcher 2 suscitando una buona dose di hype!

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Sacred 2: Fallen Angel e le lezioni di Blizzard [recensione]


Dal giorno dell’uscita del primo Diablo, l’intero genere degli hack ‘n slash con pesanti elementi dei giochi di ruolo non è che si sia poi evoluto di molto. Semplicemente, gli inventari sono diventati vastissimi, poteri magici e non divampano in tutti i giochi e classi e razze bizzarre infestano il genere.
Sacred 2: Fallen Angel prende molto del buono delle lezioni impartite da Blizzard, ma pecca sotto parecchi punti di vista, alcuni dei quali fondamentali, correndo il rischio di rovinare ai giocatori l’esperienza complessiva.

Ancaria è una terra piena di segreti e creature bizzarre, peccato che entrambi siano abbondamente già visti in decine di altri prodotti simili…

Al di là della trama comune a tutto il genere fantasy (vagare come ossessi dal punto a al punto z, salvo passare per tutte le lettere dell’alfabeto e, alla fine, salvare il mondo per il rotto della cuffia), elemento da cui non ci si può quindi aspettare la minima innovazione, bisogna dire che di carne al fuoco ne è stata messa davvero tanta, forse troppa. La mappa di gioco è davvero immensa, piena di posti da scoprire alla ricerca di quest secondarie (sono più di 500) e mostri da debellare.

Le varie classi (ne ho provate tre: Serafina, Guerriero Ombra e l’insulso Guardiano del Tempio, una sorta di Dio Anubi cibernetico…puah!) si differenziano per equipaggiamento utilizzabile e abilità, ma sembrano abbastanza equilibrate tra loro: è apprezzabile l’idea che ognuna prenda le mosse in un punto diverso della mappa, un po’ come funziona in World of Warcraft.

L’inventario è assolutamente sterminato, ma pessimamente gestito: una serie di utilizzi o di categorie di oggetti è spiegata in modo approssimativo e sbrigativo, creando confusione eccessiva anche per chi conosca a fondo le meccaniche dei giochi di ruolo. Questa è una pecca imperdonabile, perchè spinge il giocatore a ignorare completamente alcune possibilità, solo e soltanto per la pochezza della fase esplicativa.

Il gameplay è abbastanza semplice, composto da fasi di esplorazione, di raccolta delle misisoni secondarie e, ovviamente, di combattimenti. Questi ultimi sono un po’ banalizzati, perchè a parte la conoscenza delle varie abilità è richiesta solo la pressione continua dei pulsanti dedicati agli attacchi fisici o magici: considerato che si tratta di un titolo da almeno (stando stretti) 40 ore, ben presto si avrà la tendenza di evitare quelli meno essenziali, privilegiando la perlustrazione all’azione più becera.

Tecnicamente non vedrete nulla di sensazionale: Ancaria è il tipico mondo fantasy (deserto, prati, paludi, isole…), reso con colori molto sgargianti e afflitto, soprattutto in città, da fastidiosi caricamenti (e installare su HD non cambia nulla ). Purtroppo le animazioni dei personaggi sono abbastanza limitate e vi troverete a uccidere strani sgorbi senza sapere di cosa si tratti, così come l’esplorazione sarà bloccata da paletti invisibili e percorsi obbligati.

Tutto ciò non toglie che in Sacred 2 ci sia qualcosa di additivo per chi apprezzi (e riesca a capire) le sue meccaniche: il potenziamento delle abilità è affare che porterà via molto tempo, così come anche solo cercare di vedere tutto in mondo; aggiungente una modalità cooperativa locale (a due giocatori) o online (fino a quattro) e già la musica è diversa.

A proposito di musica, per fortuna i Blind Guardian hanno collaborato alla colonna sonora con tutta la loro epicità, finendo addirittura catapultati su Ancaria per una delle quest più divertenti che abbia visto; la ricompensa dopo avergli dato una mano sarà questa:

Nonostante qualche difetto anche grave, primo fra tutti la derivazione dei controlli dal pc, che porta gravi limiti alle abilità selezionabili di volta in volta (per fortuna ci sono le macro a salvare la situazione), Sacred 2 è un titolo che sarebbe potuto essere imperdibile se non fosse lacunoso in termini di rifiniture; più chiarezza e pulizia nei testi insieme a qualche limatura nel gameplay, lo avrebbe di certo favorito perchè quando Diablo 3 sarà fra noi, non ci sarà più spazio per nessuno in questo genere.

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Demon’s Souls non arriverà in Europa? [piccola invettiva contro Atlus ed la distribuzione dei videogiochi]


L’importanza del mercato europeo è cresciuta enormemente negli ultimi 10 anni, costringendo produttori e distributori di software a rivedere le proprie strategie; a riprova di questo si sono ridotte moltissimo le differenze fra le date di lancio nei tre mercati, e addirittura sono sempre più numerosi i giochi che esordiscono prima sul vecchio continente per poi arrivare in America e Giappone.

Nonostante questo certe usanze sono dure a morire, ed a volte purtroppo noi europei ci ritroviamo ancora ad essere trattati come l’ultima ruota del carro.

Spero di venire smentito nei prossimi giorni, ma per ora pare proprio che Demon’s Souls, titolo di From Software esclusivo per Playstation 3, non arriverà in Europa.

Per chi non lo conoscesse, si tratta di un gioco fantasy medievale piuttosto interessante, che unisce delle meccaniche action in terza persona a quelle di un RPG occidentale; pur non trattandosi di un capolavoro senza tempo, è riuscito a ritagliarsi un suo spazio ed un discreto gruppetto di appassionati di appassionati anche in virtù delle vaste possibilità di customizzazione del personaggio principale e della modalità di co-op online, che pare essere piuttosto riuscita.

Finora il gioco in questione era disponibile esclusivamente in Giappone, nonostante l’ovvia predisposizione stilistica verso i mercati occidentali, resa ancora più evidente dalla presenza della lingua inglese già nella versione nipponica. Proprio quest’ultima feature ha fatto sì che il titolo divenisse un import di successo, complice anche l’assenza del territorial lockout, tanto da convincere Atlus a distribuirlo ufficialmente anche in America.

Così il prossimo 6 ottobre, a quasi 8 mesi dalla sua prima uscita nonostante non abbia richiesto praticamente alcun lavoro di localizzazione, il gioco di From Software arriverà finalmente in Nord America attraverso i canali ufficiali, per di più accompagnato da tutta una serie di bonus (colonna sonora e artbook di 40 pagine) per chi lo pre-ordina atti a scoraggiare l’import dai negozi asiatici.

E noi europei ci ritroveremo nella paradossale condizione di dover acquistare per importazione il nuovo bundle anti-importazione…

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Strangers in Paradise, documentario su Second Life


Strangers in Paradise

Non considero Second Life un videogioco e, più grave forse per chi se ne interessa, lo considero una grossa bolla di sapone.

Cioè non lo considero un successo, un mondo virtuale popolato, con milioni di utenti. E’ solo una questione mediatica: Second Life è stato spinto perchè tutti possono capirlo ed è “trasversale”. World of Warcraft, che è una rivoluzione sociale, economica e culturale 10 (probabilmente 100…) volte più grande, è ambientato in un mondo fantasy ed è quindi meno considerato dalla stampa generalista e meno citato.

Sarebbe invece giusto analizzare entrambi sotto la stessa lente di ingrandimento, quella socio culturale appunto, per capire come sta cambiando la società di tutti i giorni grazie ai MMORPG o ai presunti tali. In tal proposito, ovviamente, sempre meglio farsi guidare da chi ne sa di più. Ecco perchè questo “Strangers in Paradise” mi ha colpito molto e l’ho visto in tutta la sua lunghezza (circa 40 minuti) perchè, nonostante io pensi di saperne molto di più sull’argomento grazie alla mia esperienza personale piuttosto che un giornalista della stampa o TV “normale” (cioè non appassionato di videogiochi), di discorsi socio/culturali ne posso affrontare pochi (sono anche laureato in tutt’altro … quindi neanche a dire che l’avessi studiata, Sociologia).

Grazie al documentario di CBC, che potete vedere semplicemente clikkando sull’immagine qui sopra, mi sono fatto quindi un’idea di questa umanità malata e traviata da strumenti simili che ormai somigliano più a semplici tool di marketing piuttosto che a reali divertimenti. In particolare mi ha colpito molto, delle varie storie raccontate, la prima.

C’è una famiglia americana in cui, stranamente, è la madre ad essere “catturata” in una seconda vita virtuale e per questo motivo trascura totalmente la sua casa, le sue figlie, suo marito (che nonostante tutto, la ama). Molto triste. Questo perchè? Perchè “gioca” (virgolette necessarie) a Second Life. Un non-gioco dove puoi essere chi vuoi: costrusci un bell’avatar, diverso da te o somigliante, e inserisci nello stesso una parte della tua personalità o nessuna, un pezzo della tua vita o un bel niente. Come, esattamente, nella vita vera quando si cambia lavoro, città, vita ecc. Puoi ricostrurie, ricominciare a sognare. Se sei povero puoi atteggiarti da ricco se sei brutto puoi essere strafico se sei grasso puoi essere un pin up e se sei su una sedia a rotelle puoi nuovamente camminare.

Un post non basta minimamente a descrivere le implicazioni, i pericoli, i limiti e le soddisfazioni che un simile “strumento” (ripeto, mi rifiuto di chiamarlo videogioco perchè tutti i videogiochi hanno uno scopo, Second Life ha l’unico scopo di vivere una seconda vita, in un mondo tipo The Sims, senza alcun obiettivo specifico) può dare ad un essere umano. Una cosa però è chiara, potrebbe effettivamente sembrare un paradiso, dove conoscere altre persone che non vivono del tutto serenamente la vita di tutti i giorni, per un motivo o per l’altro. Strangers in Paradise però mostra entrambi i lati della medaglia, come faceva Trainspotting con l’eroina. Da una parte ci sono le soddsfazioni online, l’essere qualcuno, il divertimento, lo svago. Dall’altro ci sono i piatti da lavare accatastati da giorni, i figli che si sentono spaesati, il lavoro che non c’è più.

Che ne penso io? Beh, come sapete sono un gran videogiocatore ma… sono anche un gran boicottatore di MMORPG. Io soffro veramente, sto male, a pensare che c’è gente che si è persa totalmente in un MMORPG piuttosto che perdersi “in altro”. So che è una frase di merda e che spesso la dicono dei videogiochi in generale (“ma perchè non vai giocare a pallone piuttosto che stare chiuso in casa?” “Ma perchè non leggi un libro?”), sono al corrente che c’è chi prende i MMORPG con “saggezza” e coscienza e quindi non entra nella spirale dello stare male senza. C’è un modo consapevole e positivo di approcciare i mondi virtuali.

La verità è che nella maggior parte dei casi, non è così e si rimane incollati a WOW a SL perchè si ha bisogno di un certo tipo di socialità che non si riesce ad ottenere nel mondo reale. La necessità di conoscere gente simile, probabilmente, corrompe l’animo e convince che si sta meglio connessi che sconnessi. Niente di male, basta non perdere di vista le cose importanti. La ragazza, il lavoro, la scuola, l’università, lo sport ecc. Perchè dalla trappola non si esce facilmente, quel mondo fatato e fatto di svago è sempre più parte di te, come un virus alieno che prima ti convince che ti fa bene e poi diventa il tuo costume da super eroe.

Volete una seconda vita? Cazzo uscite fuori e procuratevala. Cambiate, partite, mettetevi a suonare a fare cosplay oppure, se proprio volete stare online, venite a sfidarmi a Street Fighter 4. E’ sociale e non vi farà pensare anche a monitor spento alla vostra vita come Blanka, Ryu, Ken ecc ;)

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Space Marine Cosplay


L’argomento di oggi, forse, non è proprio tanto videoludico. Ma forse si :)

Il video appena pubblicato è la documentazione di un cosplay veramente strafico e non potevo non segnalarvelo. Vi lascerà senza fiato.

E’ gente che si veste da Space Marine di Warhammer 40.000, il famoso boardgame di Games Workshop. La ricostruzione delle armature potenziate, per chi ha presente di cosa stiamo parlando (basta anche pensare ad un Marine di Starcraft: Blizzard si è ispirata pesantemente all’universo sognato dai creativi inglesi), lascia davvero a bocca aperta. Più che semplice travestimento qui si tratta di persone che potrebbero lavorare nel cinema nell’ambito dei costumi: anzi, diamo un lavoro a questi disperati!!! ;)

Detto questo però ci sarà un coro di “buuuu, buuu” perchè questo sarebbe il primo articolo non videoludico all’interno di questo blog. Ma ovviamente mi salvo in corner, visto che dal gioco da “tavolo” originale è stato tratto un franchise videoludico di successo targato Relic (il superbo Warhammer 40.000: Dawn of War, RTS di cui sono stato campione italiano nel 2006).

Quindi non vi lamentate e godetevi il video, scovato dal solito Studiounto, a cui prima o poi dovrò offrire una pizza.

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