Sviluppare un titolo come Aliens Vs Predator significa confrontarsi con una platea alquanto esigente, che conta tra le sue fila varie frange di appassionati più o meno hardcore. In primo luogo vi sono i seguaci della saga cinematografica basata sui disturbanti alieni di H.R. Giger che, seguiti a loro volta dai cultori dei due Predator Movie, trovano ulteriori alleati nei fan dei rispettivi crossover, che si tratti di film o videogame. Se gettiamo nella mischia anche gli instancabili maniaci degli sparatutto in soggettiva – un utenza ormai così smaliziata da trovare soltanto discreti titoli del calibro di Bioshock 2 – potrete farvi pertanto un’idea più precisa del carico gravante sulle spalle dei ragazzi della Rebellion … Spalle che, per quanto ampie, non erano forse preparate a reggere tutto il peso di tali aspettative…

Parafrasando i precedenti capitoli della serie, non ultimo il leggendario episodio firmato dallo stesso team per lo sfortunato Atari Jaguar, AVP offre al suo pubblico l’opportunità di affrontare tre diverse campagne in singolo, rispettivamente dedicate alle etnie in conflitto. Determinata a favorire l’adozione di approcci strategici sensibilmente dissimili gli uni dagli altri, questa soluzione costituirà senz’altro un elemento in grado arrotondare per eccesso il coefficiente di rigiocabilità, ma finisce purtroppo col tradire anche le sue premesse a causa di uno scarso bilanciamento delle forze in campo.
Se i vulnerabili Space Marine riescono di fatti a sopperire con il vasto arsenale in dotazione ai propri limiti genetici, e gli Alien dispongono di una rapidità tale da compensare il vincolo che li spinge ad utilizzare solo armi naturali, i Predator appaiono ad esempio troppo lenti e ben poco attrezzati per affrontare una sfida del genere. Per quanto la possibilità di rendersi invisibili possa aprire vari spiragli ad incursioni stealth, il fatto di possedere risorse offensive prevalentemente orientate al corpo a corpo non può che limitarne l’efficacia, rendendo sostanzialmente frustrante l’esperienza di gioco.

A gettare ulteriori ombre sul progetto, subentrerebbe a questo punto un level design fin troppo lineare che, limitando al minimo indispensabile la presenza di bivi e le diramazioni lungo gli scenari, non trae certo beneficio dal contingente abbinamento con obiettivi tattici altrettanto essenziali. E’ pertanto una fortuna che queste lacune vengano in parte colmate dalla reattività dell’interfaccia di controllo: sebbene la gestione dei comandi non presenti meccaniche o sfaccettature in grado di sottolineare a dovere le pur evidenti differenze che corrono tra un personaggio e l’altro, elementi quali il valido sistema di puntamento o la generale immediatezza riscontrabile nell’impiego di armi e risorse speciali riescono ad allineare il lavoro svolto dai Rebellion con standard qualitativi più che discreti.
Un discorso analogo andrebbe a questo punto riservato al comparto grafico di supporto al gameplay, il quale risulta capace di difendersi piuttosto bene, seppur a fronte delle scarse innovazioni proposte. Ad impreziosire l’impiego di un Engine dalle risorse convenzionali, in cui texture di buon livello, animazioni generalmente efficaci e modelli poligonali ben assemblati convivono amabilmente senza ledere che occasionalmente al framerate, subentra di fatti una gestione delle fonti illuminazione molto efficace, che non mancherà di conferire ulteriore spessore ad un’atmosfera già ricca di pathos, in cui abbonderanno citazioni più o meno velate alle pellicole cui è ispirato il gioco.

Nel segnalare la parallela presenza di un comparto sonoro che brilla in particolar modo per effettistica e missaggio dei suoni, veniamo infine ad una sezione Multiplayer che, con un pizzico di coraggio in più avrebbe potuto davvero fare la differenza in sede di verdetto. Per quanto le meccaniche di gioco appaiano collaudate e i personaggi adatti a determinati schemi di gioco, l’implemento di sole otto mappe inedite finisce in effetti con lo smorzare troppo presto gli entusiasmi delle prime partite… E con una modalità Co-Op limitata ad un semplice survival anti-alien da condividere con un massimo di tre utenti, il fattore longevità non potrà che risentirne.
Fin troppo lineare in termini strutturali ed altrettanto prevedibile quanto a concept di gioco, AVP recupera dunque prezioso terreno sotto il profilo del gameplay e del comparto tecnico, sventando così una stroncatura altrimenti inevitabile, il cui spettro viene del tutto fugato dall’appeal generale di un franchise cui pochi sapranno comunque resistere. Da provare.



Peter Molyneux ha raccontato a
Negli ultimi anni il mercato dell’intrattenimento elettronico ci ha abituati a rivoluzioni e mirabilie, di cui la popolazione globale ha usufruito, che hanno indebolito il dente avvelenato di tutti gli psicologi, preti e “comitati di madri” preoccupati per la violenza presente nei videogiochi. Ormai nessuno si scandalizza nel vedere sangue, teste mozzate, mostri spaventosi, all’interno di un qualunque prodotto videoludico (si veda God of War per PS2), anche perché sono cresciuti i giocatori (ed è presente l’apposito bollino con l’età consigliata, sotto alla quale il prodotto non dovrebbe essere acquistato).
Partiamo dal principio: Web 2.0 è una locuzione un po’ abusata per definire la nuova “forma evolutiva” che internet ha assunto in questi ultimi anni; fra i tanti aspetti del cambiamento in atto quello di più semplice percezione e che ha interessato il maggior numero di persone ha visto l’utente medio passare da un ruolo di mèro fruitore delle informazioni ad uno attivo, in cui tramite blog, forum, social network e siti come Youtube o Flickr può contribuire lui stesso a creare la rete.
