Ci sono occasioni in cui la vita virtuale di un giocatore si lega indissolubilmente a quella reale: basti pensare a un qualsiasi pro gamer, che ottiene benefici nella seconda grazie ai risultati ottenuti con la prima.
Purtroppo per Alfred Hightower (cognome che sa un po’ di fantasy e un po’ di Scuola di Polizia, entrambi elementi di questa storia) le cose non sono andate proprio così, e la sua passione si è trasformata in un boomerang dalle pesanti conseguenze.
Il nostro protagonista era infatti ricercato per spaccio di sostanze stupefacenti e, come ogni ricercato che si rispetti, ha ben deciso di fuggire all’estero per destinazione sconosciuta.
Un piano classico ma inevitabile, se non fosse per una piccola falla: tale è la sua passione per World of Warcraft che non ha smesso di giocarci neanche dopo la fuga, finendo rintracciato grazie a un lavoro incrociato tra la Polizia e… Blizzard.
Tutto comincia con un “traditore”: un amico che rivela all’ufficio dello sceriffo della Contea di Howard, Indiana, che il Canada era la probabile destinazione della fuga dell’amico che, fra le altre cose, era un grande appassionato di un videogame basato su “streghe e evocatori”.
A questo punto, l’inquirente, saltuario giocatore di WoW, fa due più due e contatta Blizzard nella speranza che questa fornisca alcuni dettagli fondamentali per il proseguo delle indagini.
Passati un paio di mesi, e senza che la software house fosse obbligata a diffondere dati, ecco la sorpresa: questa comunica non solo l’indirizzo IP, lo storico e le informazioni sul soggetto, ma anche il nickname (Rastlynn), il server preferito e l’indirizzo di fatturazione!
Con l’aiuto di queste importanti informazioni, gli agenti sono stati capaci di localizzare e segnalare alla polizia canadese la presenza sul loro territorio di un ricercato, farlo arrestare e, il 5 gennaio, farlo tornare in Indiana per subire un processo per detenzione e spaccio di marijuana.
Tanto scemo da fare quasi pena no?
La storia completa e l’intervista relativa a questi fatti sono rintracciabili qui
Guardatelo, non fa tenerezza? E soprattutto, non vi fa pensare che anche voi potreste essere così in futuro?
Andiamo con ordine e spieghiamo perchè questa immagine mi sta a cuore: la settimana scorsa, in un ristorante americano che si chiama Panera Bread che offre connessione WiFi gratis, questo simpatico vecchietto si è portato il suo iMac, non molto faticoso da portare in giro, e si è messo a giocare a World of Warcraft.
Chissà se questo vecchietto è un gamer old school che continua imperterrito a giocare con il suo passatempo preferito, che lo spinge persino a scroccare il WiFi di una catena di ristoranti pur di aumentare di livello a WoW, o magari sono stati i nipotini e il tempo libero a far avvicinare il nonnino a uno dei videogiochi più importanti della storia.
Sfido, dopotutto, a trovare qualcuno di voi che smetterà di giocare una volta raggiuntà l’età senile! Quando giocare in multiplayer sarà impossibile perchè i bimbetti ci massacreranno e la demenza prenderà il sopravvento! Io, ad esempio, ne approfitterò per finire uno dopo l’altro, tutti i giochi della saga di Mega Man a livello impossibile, ma forse, per raggiungere questo achievement, una vita non basterà.
Il mondo è cambiato. Quello del multiplayer online, anche. L’erosione di giocatori, costante e inarrestabile, ha ormai ridotto le community a sparuti gruppi di gioco. Molti generi, un tempo punte di diamante del netgaming, stanno letteralmente sparendo. Le console di ultimagenerazione sono troppo “avanti” e i giocatori l’hanno capito e si stanno spostando in massa: Call of Duty 4, ha molti più giocatori su Xbox Live che su PC, nonostante tornei ed eventi siano quasi esclusivamente giocati sulla storica piattaforma dotata di mouse e tastiera.
Gli RTS, d’altro canto, sono praticamente spariti; questo il quadro desolante, ma realistico, che raffigura una natura morta di giochi multiplayer senza giocatori, soprattutto in Italia. Ma non pensate che all’estero la situazione sia tanto migliore, anzi: se si escludono le due “isole felici”, Germania e Corea del Sud, le vendite di videogiochi per PC sono in costante diminuzione e rappresentano ormai una nicchia nel gigantesco mercato dell’industria videoludica.
E il netgaming ne soffre: i tornei sono sempre più rari anche passate le alpi e addirittura le Championship Gaming Series, una trasmissione televisiva statunitense dedicata alle sfide di videogiochi professionistiche, hanno chiuso i battenti. A parole, i manager delle società che orbitano intorno al business degli Sport Elettronici, hanno dichiarato che il settore esploderà nei prossimi due anni: eppure i fatti sembrerebbero dimostrare il contrario. In fondo un tale settore non esiste senza tornei, ma ovviamente non ci sono tornei senza giocatori e non ci sono giocatori senza il settore. Un cane che si sta distruggendo la coda.
Tuttavia, una luce alla fine del tunnel, c’è: l’accenderà prima o poi la mano di BlizzardEntertainment e il suo nome è Starcraft 2. L’attesissimo seguito dell’RTS, divenuto ufficialmente sport e trasformato in spettacolo mediatico in Corea del Sud, potrebbe sedersi a questo tavolo con un poker d’assi servito: un punto davvero impossibile da battere se ben giocato. Blizzard sta facendo crescere l’hype a dismisura e sta puntando in maniera evidente sugli aspetti multiplayer della produzione: gli stessi che hanno reso il primo Starcraft uno dei videogiochi più importanti del mondo a cui, ancora adesso, milioni di persone stanno giocando. Ad esempio, per testare Starcraft 2 sono stati chiamati i più importanti pro-gamer (giocatori professionisti) mondiali, coreani e non: Blizzard vuole uscire con un prodotto praticamente perfetto già dalla prima release, un gioco che coinvolga da subito gli utenti a giocare in multiplayer grazie al Blizzcast (un servizio di TV, in game, per vedere le partite) o alla nuova Battle.net, dove sarà possibile organizzare tornei con premi in denaro.
Ovviamente la risposta degli appassionati, per ora, è adorante: Starcraft 2 è atteso come la manna dal cielo, come la fine di tutte le sofferenze, come il titolo che può, a ragion veduta, far tornare la passione per il netgaming all’entusiasmo iniziale. Su internet è considerato l’unico modo per riunire e rinforzare tutte le community appassionate di strategia e non solo; se il supporto sarà rilevante, Starcraft 2 ha le carte in regola per rapire giocatori dagli altri campi “competitivi”: FPS, sportivi e, perché no, anche strappare dal “sonno” delle loro vite virtuali molti giocatori di MMORPG in giro per la rete.
Per molti questa non è una speranza, bensì una sicurezza: Starcraft 2, quando uscirà, sarà in grado di fare il miracolo della moltiplicazione dei giocatori. All’estero, dove la scena è molto più sviluppata, molti osservatori pensano addirittura che questo titolo possa portare il “competitive gaming” fino al livello coreano. Le aspettative per un videogioco non sono mai state così alte!
Legittimo a questo punto domandarsi: e se Blizzard avesse in mano un bluff e non un poker? E se il gioco dovesse rivelarsi poco più che buono a livello mondiale? E se le sue mirabolanti caratteristiche fossero comunque insufficienti per riportare migliaia di persone ai Lan party? In definitiva: e se Starcraft 2 dovesse fallire? Ovviamente per chi vi scrive questo scenario è alquanto improbabile: conoscendo Blizzard Entertainment, altrimenti detta, “noi-programmiamo-solo-capolavori-e-cambiamo-il-mondo-dei-videogiochi-ad-ogni-titolo-come-con-WOW”, credo sia lecito attendersi che le aspettative siano soddisfatte.
Ma soprattutto non penso che sia davvero importante un titolo, per far sbocciare gli sportelettronici in occidente: a mio avviso ci penseranno le console di nuova generazione, quando troveranno qualcuno disposto ad incanalare il loro enorme potenziale di pubblico. E se non sarà così, probabilmente il tempo darà una grossa mano al settore, aiutando la sinergia tra sviluppatori, sponsor, investitori e giocatori già in atto da anni.
Allo stesso modo però sono convinto che Starcraft 2 potrebbe essere l’Unico Anello per aiutarli tutti e nella luce farli risplendere. Una magia tecnologica degna di Gandalf che porterà una massa di nuovi giocatori e ricompatterà quelli esistenti, garantendo un ringiovanimento generale al settore. Speriamo a questo punto che la magia non porti in grembo qualche “maledizione”; in fondo questi anelli magici, si sa, a volte funzionano male nonostante le garanzie.
Da Game Pro 19 di Febbraio 2008, column: “Boom Headshot c’è del cervello nella rete“
Peter Molyneux ha raccontato a ThatVideogameBlog quali sono, secondo lui, i cinque più innovativi titoli degli ultimi vent’anni. Capita a fagiolo, quindi, questo post per analizzarli insieme e vedere se siamo d’accordo o meno, dopo il mio attacco di ieri alle microtransazioni in Fable 3, il prossimo videogioco del geniale game designer inglese (a cui si devono titoli storici come Popolous, Theme Park e Black & White).
Certo in apertura di articolo posso dire che non sono d’accordo con questa classifica ma è anche davvero difficile tirare fuori una top 5 delle ultime due decadi.
Non sto scherzando, è tutto vero. A quanto pare Blizzard Entertainment ha confermato la realizzazione di un film sul fenomeno MMORPG del decennio, World of Warcraft, annunciando che alla regia ci sarà nientemeno che Sam Raimi, ovvero il regista dei film dell’uomo ragno (anzi no, scusate, Spider Man, che adesso fa più figo).
Immaginavo che prima o poi sarebbe successo. Anzi, in verità già è stato annunciato all’E3 da Microsoft che la sua console implementerà i migliori servizi di Social Networking esistenti nei videogiochi tra cui, chiaramente, l’ottimo Twitter che ancora manca su Inside The Game ma che sarà nostra cura implementare nella versione 2.0 del blog.
Dragon Age Origins è proprio un ottimo titolo. Non nel senso che siamo di fronte a un bel gioco, ma perchè proprio la scelta del nome del nuovo IP di BioWare dice tutto quello che un appassionato di GdR si aspetta… In sole tre parole !
Eh si, perchè in qualsiasi contesto ludico schiaffi un drago, ecco lì che sboccia l’interesse: aggiungendo un qualcosa che sappia di antico e una parolina magica cui puoi cambiare il senso a piacimento per sembrare più profondo (gli sviluppatori hanno dichiarato che “Origins” riferisce sia al ritorno alle origini della software house, sia alle prime due ore di gioco, quelle in cui si crea il proprio personaggio).
Facendo queste riflessioni senza conoscere la storia dei programmatori canadesi, tutti sarebbero portati a pensare alla solita cialtronata sword ‘n sorcery: non è minimamente così, come chi ha giocato ai suoi molti capolavori (Baldur‘sGate, Neverwinter Nights, Knights of the OldRepublic e il più recente Mass Effect) sa bene.
Mettere nello stesso contesto Bioware e GdR o RPG occidentali potrebbe equivalere a una nuova pietra miliare in un genere che, inutile dirlo, inizia a scricchiolare sotto lo stesso peso della sua gloria.
Nel mondo dell’usa e getta videoludico, titoli da 60 e più ore rischiano di diventare sempre più rari; il “fenomeno WoW” strappa molti fans, convinti che sia più divertente litigare con una persona vera per un drop piuttosto che comandare più personaggi ma non rimetterci in salute mentale; le meccaniche base sono ampiamente definite (party con mago che spara magie da lontano, ladro che si nasconde e non fa nulla per ore salvo dare il fatidico colpo finale e guerriero che parte lancia in resta per dare tempo agli altri due…Che barba!); last but not least, la difficoltà estrema nel creare un universo narrativo originale e efficace.
Da ciò che si vede in giro, molti (ma non tutti) questi elementi potrebbero avere soluzioni interessanti entro la fine dell’anno, quando Dragon Age Origins verrà downloadato abusivamente e la sua iconcina comparirà sul vostro desktop (si, prima per Pc, poi, dopo un po’ per console, cioè PS3 e Xbox360).
Da Bioware arriva la notizia più attesa: possiamo considerare DAO come il successore spirituale di Baldur’s Gate.
In termini concreti ciò vuol dire che la varietà di situazioni che quel vecchio capolavoro già conteneva (1998), l’abilità nella stesura dei dialoghi e la capacità di tracciare indelebilmente nella memoria i caratteri dei comprimari saranno senza dubbio punti forti di questa nuova avventura.
Non ci sarà l’universo di Advanced Dungeons &Dragons (e di Forgotten Realms in particolare) a farci compagnia, ma un mondo tutto nuovo, già pronto per essere sfruttato commercialmente a tutto tondo, con tanto di DLC, gioco da tavola e tutto ciò che il compendio del perfetto bimbominkia richiede per essere al passo coi tempi.
Parlando di combattimenti, sangue e viscere (che sono poi il motivo per cui state leggendo tutto ciò), pollice positivo sotto tutti i punti di vista: sarà heroic fantasy, ma è anche sporca, oscura, brutale e molto, molto sanguinosa. In aggiunta, i combattimenti possono essere bloccati in ogni momento per valutare come e contro chi far perire i vostri eroi, proprio come in BG.
Possono mancare poi le nuove sensation del momento, le leggendarie scelte morali?
Annunciate come “le più dure di sempre” da decidere, avranno il compito di farci sentire meno ingabbiati da quello che nel lontano Canada hanno stabilito per noi, ma prenderanno le mosse direttamente dalla creazione del personaggio: in modo analogo a Mass Effect, quello che sceglierete come il vostro passato tornerà più volte a condizionare le vostre scelte ed opportunità, al pari dei rapporti con i seguaci che vi seguiranno, sempre pronti ad abbandonarvi nella cacca per aver scoperto che 20 anni prima avete ucciso il loro rugginofago da compagnia.
Ironie varie a parte, l’unico aspetto che mi preoccupa è quello delle effettive dinamiche, perchè se è vero che la distinzione tra i vari personaggi giocanti è data dalle specializzazioni che via via sceglierà avanzando di livello, è altrettanto vero che tre classi (proprio quelle di cui sopra: guerriero, ladro e mago) sembrano pochine, soprattutto se in fin dei conti i poteri davvero utili saranno i soliti 5/6, col risultato che avremo tutti personaggi pompatissimi e tristemente identici.
So che Bioware non mi tradirà neanche stavolta e credo fortemente che per quanto teoricamente simile all’imminente (?) Diablo 3, DAO sia un prodotto destinato a un pubblico diverso, per cui frasi come “Chiuditi il naso piccolo Boo, frugheremo tutti i buchi” o “I serve the Flaming Fist” non siano solo corsivi a chiusura di un post, ma immediati legami a un glorioso passato.
Dal 2006, anno nel quale sono andato a vivere da solo e mi sono ricomprato il PC, questa immagine è lo sfondo dei miei 2 monitor. Non l’ho mai cambiata.
Mentre ho cambiato quella del portatile, a casa sono rimasto fedele alla linea. Oltranzista, direi.
E finalmente ci siamo. Come avevo previsto l’anno scorso (cazzo sono il nostradamus dei videogames! ) Starcraft 2 non sarebbe uscito come previsto nel 2008 e ormai mi sento di dire che è sicuro al 100% che uscirà nel 2009. Quindi, qualunque altra software house può smettere di programmare: la nuova religione dei videogame sta per nascere!
Come so tutto questo? Semplice, come da titolo, hanno aperto il beta test di Starcraft 2 al pubblico. credo quindi che la data di uscita sarà verso autunno, in perfetto stile Blizzard.
Peccato che iscriversi a questo beta test non sia così facile e soprattutto peccato che chi abbia un doppio monitor, come il mio, sarà impossibilitato a terminare la procedura.
Cerco comunque di spiegarvela, anche perchè così vi spiego che hanno combinato per noi con la nuova Battle.net, che è fichissima (una piccola Steam ).
Andate su eu.battle.net e iscrivetevi, date i vostri bei dati veri e ricevete la mail di conferma.
Ora potrete fare “manage my games”. Per partecipare alla beta di Starcraft 2, infatti, dovete avere almeno un gioco Blizzard “in canna”. Altrimenti nisba. vi attaccate. Andate quindi sul suddetto tasto e inserite una key del vostro prodotto. A questo punto, magia, potrete anche scaricare interamente il titolo che possedete. Niente più cd e cd verification, a quanto pare. Ecco perchè sopra ho detto una piccola Steam: potrete riscaricare, basta la cd key, i vostri classici giochi Blizzard.
Fatto questo, per partecipare alla beta, dove schiacciare su “beta profile settings” dovete scaricare un programmino che testa le caratteristiche del vostro computer e che automaticamente manderà uno screenshot a Blizzard (che così ovviamente avrà sia le vostre informazioni personale che i vostri dati sul PC… ma è per una giustissima causa) con i risultati della vostra scheda video/madre/audio, ecc. Il tutto si può fare anche con un MAC.
Qui, ovviamente, il mio problema. C’è un errore sconosciuto secondo me dato dal fatto che col doppio monitor il povero programmino fa uno screenshot che non viene riconosciuto dall’altro lato. Ma questo è un altro discorso.
Finito questo post metto un monitor solo e rimando.
Per Starcraft 2, questo e altro!
Inutile sottolineare che ovviamente nessuno che porterà a termine questa procedurà sarà sicuramente un beta tester di Starcraft 2. Solo alcuni fortunati. Quindi cominciate ad incrociare le dita per me va (anche quelle dei piedi plz).
Sapete che sono abbastanza attratto dal poker online e dai suoi “punti di incontro” col netgaming e coi videogiochi stessi (in fondo, non è altro che un videogioco online… solo che ci sono di mezzo i soldi) da non poter rimanere indifferente di fronte ad una notizia simile.
Ho letto infatti questo post: Giocare a Poker su World of Warcraft si può, dal quale spero di farvi scoprire un ottimo passatempo per aspettare quelle 2-3 ore di organizzazione (sto scherzando… di solito sono molto di più) prima di un attesissimo raid. Per quelli di voi ormai “persi” nel mondo di Warcraft forse sarà un incentivo ulteriore a rimanere là dentro e a dire “fuck real life!“.
Purtroppo non ho il gioco in mio possesso perchè, come sapete, lo odio (porta via gente agli E-Sport: cattivo!) altrimenti avrei subito provato questa applicazione che una volta installata permette, digitando /holdem (ovviamente si tratta della famosa modalità Texas Hold’em) in chat, di sedersi comodamente al tavolo verde mettendo da parte l’ascia da guerra e la mount per un secondo. Da lì si potrà comunque controllare lo siluppo della partita e quando si vorrà abbandonare il tavolo, niente di più semplice, basterà un click. Dicevo, l’avrei provata soprattutto per capire se permette di giocarsi i soldi veri, come al solito, o se invece si possono mettere al tavolo i gold virtuali guadagnati con all’interno di WoW. Questo sarebbe una figata: dopo aver perso un oggetto inestimabile al tiro di dado si potrebbe dire al prossimo: “ok, se ti regge, giocatelo a poker” e poi via verso un full di ganci che fa sempre piacere.
Insomma una segnalazione che agli appassionati del MMORPG più importante del mondo (non è azzardato definirlo “il videogioco” più importante del mondo… per l’impatto sociale e ludico) che credo farà piacere.
Tra l’altro, mi viene da riflettere: ma allora questo tipo di titoli sono proprio come una seconda vita, o sbaglio? Se addirittura a qualcuno è venuto in mente di sistemare un tavolo virtuale di Poker per le attese che si passano a World of Warcraft… c’è qualcosa che non va E’ tipo un gioco nel gioco, come se io giocassi a morra cinese mentre aspetto che mi si carica la partita di COD (di solito sorseggio birra). In pratica già gioco ai videogiochi quando ho un buco nella mia vita reale; tra un po’ giocherò a dei mini videogiochi per coprire i buchi della mia vita virtuale.
Insomma, la conclusione è, scordatevi proprio il vostro tempo libero!
Non tutti i videogiocatori sono uguali. E non mi riferisco solo alla differenza che intercorre tra il giocatore della domenica e il teorico del videogame. Esistono infatti due modi diversissimi di dedicare la maggior parte del proprio tempo libero ai videogiochi; una frase del genere, fino a dieci anni fa, avrebbe significato esclusivamente provare molti titoli diversi, cercando di finire quelli appassionanti. Con l’avvento di internet e con la proliferazione del netgaming non è più così. La competizione, in molti giocatori, ha preso il sopravvento e molti atteggiamenti codificati dell’homoludens non sono più gli stessi.
E’ possibile giocare per anni esclusivamente allo stesso titolo, pur di diventare più forti dei propri avversari: lo scopo è raggiungere la vetta della community. Il tetto del proprio mondo. Non è poco, per chi è stato rapito dai videogiochi online come Counterstrike, e le soddisfazioni indescrivibili nel vincere un torneo funzionano da giusta ricompensa. Ecco perché il netgaming somiglia molto di più all’allenarsi in uno sport che al fruire di un’opera videoludica in maniera classica, divertendosi con l’interazione oppure con la trama. Ecco perché i più importanti videogiochi multiplayer del mondo, quelli in cui la competizione è diventata globale, prendono il nome di Sport Elettronici. Chi li pratica è addirittura definito un cyber-atleta, termine che evidentemente non identifica un terminator mentre corre i cento metri.
Anch’io sono stato un netgamer: personalmente ho passato circa tre anni della mia vita giocando solo a Starcraft, senza mai “spezzare” il ritmo di allenamento con un nuovo episodio di Zelda o l’ultima avventura di Solid Snake. Dal mio ingresso nell’arena di Battle.net sono esistiti solo Terran, Zerg e Protoss: mi ero volutamente dimenticato che vestire una tunica verde regalasse emozioni indescrivibili. Il risultato da raggiungere è il frag, la vittoria; io l’ho inseguita anni fa, e quelli come me continuano ora sulla stessa strada. La sfida, quando è sana, rappresenta il divertimento.
Da questa consapevolezza nasce una riflessione: il “Popolo del Joystick”, come l’ha definito J. C. Herz nell’omonimo libro (Feltrinelli, €18,08), non è un’unica nazione o almeno non è così unita come l’autrice la dipinge. Esiste anche il “Popolo del Frag”; e sebbene in Starcraft, in verità, non ci fosse nessuno da fraggare, anche io sento di appartenervi. Ci sono precisi ed evidenti indicatori che lo dimostrano. Ve ne riporto alcuni.
I netgamers hanno un comportamento spesso non inquadrabile nello stereotipo dell’hardcore gamer medio. Mentre quest’ultimo compra almeno un videogioco al mese, un netgamer compra solo l’episodio successivo del titolo a cui sta giocando. Da un acquisto all’altro, quindi, potrebbero passare anni. Inoltre il computer di un appassionato di videogiochi ha una forma riconoscibile, quello di un netgamer sembra un’astronave ed è pieno di costosissimi orpelli. Le cuffie devono permettere di ascoltare ogni minimo passo del nemico, la tastiera deve garantire precisione e affidabilità; il PC stesso deve mantenere costante il numero di frame per secondo. Inoltre, appena esce un nuovo mouse che può far migliorare anche di un centesimo le prestazioni nell’arena virtuale, il netgamer non può fare a meno di acquistarlo.
Ecco spiegato perché ad investire nel fenomeno, sponsorizzando i circuiti torneistici internazionali più prestigiosi, sono i produttori di hardware piuttosto che quelli di software.
Questo per quanto riguarda il mondo del netgaming su computer; ma anche su console i netgamer sono perfettamente riconoscibili: alcuni giocatori di Call Of Duty 4 sul Live non hanno neanche un punto obiettivo (pazzi… verranno sicuramente puniti dal santo protettore degli achievement: Ualone!). Quelli sono di sicuro dei cyber-atleti: hanno comprato una copia del capolavoro Activision solamente per sfidarsi online, senza interessarsi minimamente al fantastico prodotto che si ritrovano nel vano della console. Un classico comportamento di chi ama il multiplayer: Cafone ad esempio, uno dei più grandi giocatori di Warcraft III mai esistiti in Italia, probabilmente non ha mai nemmeno provato la modalità giocatore singolo nella sua specialità. Come già detto, infatti, per un netgamer conta solo il punteggio a fine mappa: deve essere maggiore di quello dei propri amici.
L’aspetto sociale, quindi, è l’altra differenza fondamentale nell’approccio con il videogioco. Molti netgamer non ne avevano mai visto uno fino a che qualcuno non li ha “iniziati” a World of Warcraft o similia. Online hanno trovato connessi gli amici della vita reale, insieme a nuove persone da scoprire: per questo si sono appassionati e innamorati dei mondi virtuali. Il netgamer medio infatti non viene attratto da un videogioco grazie a un trailer ben riuscito o ad una bella pubblicità: il meccanismo di coinvolgimento è totalmente virale. I nuovi giocatori vengono convinti da qualche amico a iniziare una carriera su internet; in fondo chiunque si annoierebbe presto senza uno sparring partner da prendere in giro e con cui migliorarsi.
Ripensando a queste ultime righe mi viene in mente che ciò che più mi ha attratto nei miei anni di netgaming non è stato vincere: piuttosto imparare sempre qualcosa dagli avversari che ho avuto, dagli amici con cui ho condiviso le mie partite.
Senza di loro, anche il trionfo più importante non avrebbe significato nulla.
Da Game Pro 13 di Giugno 2008, column: “Boom Headshot c’è del cervello nella rete“
Non considero Second Life un videogioco e, più grave forse per chi se ne interessa, lo considero una grossa bolla di sapone.
Cioè non lo considero un successo, un mondo virtuale popolato, con milioni di utenti. E’ solo una questione mediatica: Second Life è stato spinto perchè tutti possono capirlo ed è “trasversale”. World of Warcraft, che è una rivoluzione sociale, economica e culturale 10 (probabilmente 100…) volte più grande, è ambientato in un mondo fantasy ed è quindi meno considerato dalla stampa generalista e meno citato.
Sarebbe invece giusto analizzare entrambi sotto la stessa lente di ingrandimento, quella socio culturale appunto, per capire come sta cambiando la società di tutti i giorni grazie ai MMORPG o ai presunti tali. In tal proposito, ovviamente, sempre meglio farsi guidare da chi ne sa di più. Ecco perchè questo “Strangers in Paradise” mi ha colpito molto e l’ho visto in tutta la sua lunghezza (circa 40 minuti) perchè, nonostante io pensi di saperne molto di più sull’argomento grazie alla mia esperienza personale piuttosto che un giornalista della stampa o TV “normale” (cioè non appassionato di videogiochi), di discorsi socio/culturali ne posso affrontare pochi (sono anche laureato in tutt’altro … quindi neanche a dire che l’avessi studiata, Sociologia).
Grazie al documentario di CBC, che potete vedere semplicemente clikkando sull’immagine qui sopra, mi sono fatto quindi un’idea di questa umanità malata e traviata da strumenti simili che ormai somigliano più a semplici tool di marketing piuttosto che a reali divertimenti. In particolare mi ha colpito molto, delle varie storie raccontate, la prima.
C’è una famiglia americana in cui, stranamente, è la madre ad essere “catturata” in una seconda vita virtuale e per questo motivo trascura totalmente la sua casa, le sue figlie, suo marito (che nonostante tutto, la ama). Molto triste. Questo perchè? Perchè “gioca” (virgolette necessarie) a Second Life. Un non-gioco dove puoi essere chi vuoi: costrusci un bell’avatar, diverso da te o somigliante, e inserisci nello stesso una parte della tua personalità o nessuna, un pezzo della tua vita o un bel niente. Come, esattamente, nella vita vera quando si cambia lavoro, città, vita ecc. Puoi ricostrurie, ricominciare a sognare. Se sei povero puoi atteggiarti da ricco se sei brutto puoi essere strafico se sei grasso puoi essere un pin up e se sei su una sedia a rotelle puoi nuovamente camminare.
Un post non basta minimamente a descrivere le implicazioni, i pericoli, i limiti e le soddisfazioni che un simile “strumento” (ripeto, mi rifiuto di chiamarlo videogioco perchè tutti i videogiochi hanno uno scopo, Second Life ha l’unico scopo di vivere una seconda vita, in un mondo tipo The Sims, senza alcun obiettivo specifico) può dare ad un essere umano. Una cosa però è chiara, potrebbe effettivamente sembrare un paradiso, dove conoscere altre persone che non vivono del tutto serenamente la vita di tutti i giorni, per un motivo o per l’altro. Strangers in Paradise però mostra entrambi i lati della medaglia, come faceva Trainspotting con l’eroina. Da una parte ci sono le soddsfazioni online, l’essere qualcuno, il divertimento, lo svago. Dall’altro ci sono i piatti da lavare accatastati da giorni, i figli che si sentono spaesati, il lavoro che non c’è più.
Che ne penso io? Beh, come sapete sono un gran videogiocatore ma… sono anche un gran boicottatore di MMORPG. Io soffro veramente, sto male, a pensare che c’è gente che si è persa totalmente in un MMORPG piuttosto che perdersi “in altro”. So che è una frase di merda e che spesso la dicono dei videogiochi in generale (”ma perchè non vai giocare a pallone piuttosto che stare chiuso in casa?” “Ma perchè non leggi un libro?”), sono al corrente che c’è chi prende i MMORPG con “saggezza” e coscienza e quindi non entra nella spirale dello stare male senza. C’è un modo consapevole e positivo di approcciare i mondi virtuali.
La verità è che nella maggior parte dei casi, non è così e si rimane incollati a WOW a SL perchè si ha bisogno di un certo tipo di socialità che non si riesce ad ottenere nel mondo reale. La necessità di conoscere gente simile, probabilmente, corrompe l’animo e convince che si sta meglio connessi che sconnessi. Niente di male, basta non perdere di vista le cose importanti. La ragazza, il lavoro, la scuola, l’università, lo sport ecc. Perchè dalla trappola non si esce facilmente, quel mondo fatato e fatto di svago è sempre più parte di te, come un virus alieno che prima ti convince che ti fa bene e poi diventa il tuo costume da super eroe.
Volete una seconda vita? Cazzo uscite fuori e procuratevala. Cambiate, partite, mettetevi a suonare a fare cosplay oppure, se proprio volete stare online, venite a sfidarmi a Street Fighter 4. E’ sociale e non vi farà pensare anche a monitor spento alla vostra vita come Blanka, Ryu, Ken ecc
Il video qui sopra è abbastanza esplicativo (uno dei pochi senza bestemmie che ho trovato) dell’argomento del giorno, molto delicato.
E’ un remix, pure troppo sobrio, di alcune frasi del mitico Macignu. Vi ricordate, ne avevamo già parlato un’altra volta; si tratta di una webstar, involontaria che ormai credo ci marci un pochino nel suo “personaggio”. Si tratta di un tizio che “sbrocca” con i suoi compagni di gilda mentre gioca a World of Warcraft. Ma sbrocca proprio ragazzi Inutile aggiungere altro, tanto sono sicuro che tutti voi sappiate di cosa io stia parlando, altrimenti fatevi un giro sul tubo.
Insomma, giocando a World of Warcraft si arriva a reazioni simili: mamma mia, che paura! Ma sarei veramente scemo, se attaccassi WoW da questo punto di vista, perchè, come dimostra pienamente questo altro mio post, anche Quake sembrerebbe avere effetti devastanti sulla psiche umana e siccome ieri ho professato il mio amore per i giochi simili… meglio non sputare nel piatto dove mangio.
Infatti credo che, quando succedono cose del genere e si da la colpa al mezzo anzichè alla persona, è evidente che si ha la coda di paglia o si è in malafede. Macignu non è colpa di WoW e il pazzo di Quake 3 non è colpa del capolavoro id Software. Il merito di questa “follia” va alle due persone citate che, anche e soprattutto per esibizionismo, sono volute passare alla storia come gente che sbrocca “in game”.
E’ come quando accusarono Marilyn Manson di essere “responsabile” di alcuni omicidi commessi da un suo fan: che colpa ne ha il reverendo se un folle si è sentito i suoi dischi?
Ma l’argomento di oggi è diverso da quanto detto fin’ora e dal titolo l’avrete capito; secondo quanto riportato in questo post da Boing Boing, è giusto discriminare i dipendenti se giocano o meno a World of Warcraft? Un’azienda americana lo fa e, nel colloquio per l’assunzione, chiede ai candidati se hanno un account nel mondo virtuale più famoso del Globo. Se si, non li assume, adducendo la semplice motivazione che “non potranno mai rendere al 100% sul lavoro, poichè con la testa da un’altra parte”.
Ora, chiaramente, voi vi aspettereste che io passi il resto del post a difendere il videogioco Blizzard e a smontare questa tesi, magari dicendo banalità quali “dipende da persona a persona”, oppure criticando l’operato di una simile azienda.
Invece no, sono completamente d’accordo con le parole di cui sopra. World of Warcraft, in maniera dissimile dai videogiochi tradizionali, non si spegne mai. Puoi uscire dal mondo solo quando hai cancellato il tuo account, altrimenti e lo vedo nei miei amici che ci giocano, non ne esci mai. Parli sempre di WoW, pensi a WoW, vivi in WoW!!! E’ un dato di fatto.
Un mio ex collega ha utilizzato una delle due settimane di vacanza estiva per rimanere a casa e comprarsi la mount, piuttosto che andare con moglie e figlio dai parenti. Scelta leggittima oppure forzatura del videogioco perfetto, quello che più ci giochi e più ne vuoi (tipo la droga )?
Personalmente se criticassero me, perchè ho rinunciato ad una settimana per stare a casa a videogiocare, mi incazzerei. Eppure scrivo quanto ho scritto, perchè nel caso lo facessi io, probabilmente lo farei non per necessità ma davvero per divertimento e perchè mi è mancato il tempo durante l’anno di vivere un’avventura come Bioshock oppure Shadow of The Colossus. Mentre per i giocatori di WoW, effettivamente, sembra una necessità. E infatti la persona di cui sopra era assolutamente pentita della sua azione e quando è riuscito a smettere, ad uscire dal tunnel, si sentiva rigenerato.
Questo non significa che WoW sia “IL MALE” attenzione. Significa solo che, come detto sopra, se fossi io quel capo di quell’azienda preferirei un dipendente senza account
Ora mangiatemi vivo, giocatori di WoW. Vi aspetto.